Stato e istruzione: meglio un bravo artigiano che un laureato scarso

Sul Corriere on-line dell’8 marzo leggo che, da un rapporto del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) nell’ultimo anno le iscrizioni all’università sono diminuite del 5%, mentre si registra un calo del 9,2% negli ultimi 4 anni. Tra i neodiplomati, la percentuale degli iscritti all’università è passata dal 66% del 2009 al 62% del 2010, mentre gli istituti privati vanno in controtendenza, con un’immatricolazione che passa dal 6,1% del 2009 al 6,6% del 2010.

In omaggio alla vulgata corrente, l’articolo definisce poco confortante questa fotografia dell’università pubblica italiana. In realtà, è la presa d’atto da parte di un numero crescente studenti e famiglie che non sempre ne vale la pena continuare gli studi nell’università pubblica italiana. Al limite, meglio spendere cifre consistenti per università private più quotate. Del resto, nel 2009 la disoccupazione è aumentata fra i triennali: dal 15 al 16%, dal 16% al 18% fra i laureati specialistici biennali (quelli con un percorso di studi più lungo) e sale pure fra gli specialistici a ciclo unico (laureati in medicina, architettura, veterinaria e giurisprudenza) dal 14 al 16,5%. Considerando l’arco temporale 2005-2010, l’occupazione tra i laureati ha subito una contrazione di quasi 6 punti percentuali. Altro aspetto poco piacevole è l’aumento del lavoro nero tra i laureati: dal 3,8% al 6% tra i laureati triennali, dal 3,5% al 7% per gli specialistici e dall’8% all’11% per gli specialistici a ciclo unico.

D’altro canto, anche in altri paesi con meno problemi e università più quotate dell’Italia la disoccupazione giovanile è concentrata soprattutto tra le fasce più scolarizzate della forza lavoro. Ripetere continuamente che gli stati devono investire in cultura e istruzione è diventato il mantra odierno, ma se è vero come è vero che le crisi hanno la funzione di mettere a nudo i problemi, allora davanti a certi dati c’è di che riflettere. Investire in istruzione è importante, ma a patto che a farlo siano i diretti interessati. Fintanto che lo Stato investe in istruzione universitaria – ossia copre gran parte delle spese di ogni studente facendogli pagare tasse universitarie troppo basse che non coprono il costo del servizio – gli studenti saranno poco incentivati a scegliere corsi di studio, magari impegnativi, ma che offriranno loro molte opportunità una volta conclusi; mentre saranno incentivati a optare per corsi di studi più “piacevoli”, indipendentemente dagli sbocchi occupazionali che questi offriranno una volta terminati.

“Investendo in istruzione” gli stati finiscono per orientare la scelta di molti giovani verso lo studio e a discapito del lavoro, in virtù del basso costo delle tasse universitarie. Inoltre, favoriscono, finanziandola, la formazione di una conoscenza di tipo teorico appresa sui banchi di scuola, a discapito di quella appresa direttamente sul luogo di lavoro. Retaggio, questo, di quella tradizione positivistica ottocentesca che individua in quella scolastica e di laboratorio le uniche tipologie esistenti di conoscenza. Peccato, però, che la conoscenza pratica appresa dall’esperienza costituisca il nucleo essenziale della conoscenza imprenditoriale, ossia quella conoscenza di tempo e di luogo, di fatti e di circostanze, che permette a una persona di individuare e cogliere le opportunità che gli si presentano. Tutto ciò fa ancora più rabbia nel momento in cui sul mercato c’è carenza di artigiani, le cui prestazioni sono sempre più ricercate e per questo sempre più costose, e le imprese cercano, figure professionali in grado di districarsi in attività manuali, trovandole solo tra gli immigrati. Figure che la nostra scuola, dopo aver abolito l’avviamento professionale, non sforna più, a costo di umiliare migliaia di giovani obbligandoli a scaldare banche e sedie senza alcun profitto, fino a spingerli all’abbandono scolastico senza aver conseguito quel tanto agognato (ma da chi, poi?) pezzo di carta che è il diploma di scuola superiore. Come se fosse preferibile un diplomato a forza a 20 e passa anni, rispetto a un giovane avviato che inizia a lavorare a 16 anni. Un giovane che, magari, ha la fortuna di venire presto in contatto con il mondo degli adulti, imparando fin da subito ad affrontare i problemi in modo più pratico e consapevole, il che risulta spesso assai più utile di qualsiasi diploma o di qualsiasi laurea.

Riguardo all’aspetto culturale, poi, le statistiche ci dicono inequivocabilmente che non si è mai letto tanto poco come adesso, che gli studi universitari sono di fatto aperti a tutti. Personalmente, mi è capitato di conoscere una marea di laureati che, oltre alle materie d’esame non si interessano di nulla, così come ho incontrato persone con titoli di studio inferiori che, magari incuriosite da esperienze pratiche acquisite in ambienti lavorativi, si interessano di determinate cose e desiderano approfondirle diventando lettori accaniti. Forse il loro campo di interesse non sarà vastissimo, ma almeno hanno passione; quella passione che in chi studia a lungo ho osservato poco spesso. Del resto, lo storico inglese Robert Conquest sostiene che scuola e università sono adatte a formare tecnici, più che imprenditori e uomini colti, in quanto la cultura è il frutto di esperienza pratica e di letture che una persona sceglie di fare. Insomma, nonostante lo Stato continui ad alimentare distorsioni di ogni tipo e nonostante le prediche di certi soloni, molti italiani iniziano a comprendere che è inutile investire tempo e denaro in percorsi formativi dall’esito dubbio. E il cui prestigio va sempre più diminuendo.

 

(La Voce di Romagna, 10/3/2011)

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