Modelli sbagliati per i giovani? Manca la cultura della concorrenza

Chi dice donna dice danno, recita il luogo comune. Ultimamente, chi dice donna dice baggianate. Sì, perché la retorica che trasuda in questi giorni da politici e intellettuali di sinistra è davvero insopportabile. Addirittura, la regista Liliana Cavani, in un impeto di prosopopea resistenziale, se ne è uscita con il “sogno tradito delle donne partigiane”.

Liliana Cavani è stata la realizzatrice del documentario “La donna della Resistenza” (1965), nel quale furono intervistate donne partigiane che combatterono, parole loro: “per un mondo dove la donna avesse avuto emancipazione” e per “una palingenesi sociale (questo è il termine preciso) che prevedeva il riconoscimento della parità della donna”. Eppure, nonostante il gergo retorico e vuoto tipicamente marxistoide (o forse proprio per quello), le donne italiane continuano a essere tra le meno emancipate del mondo occidentale. E su questo, tutti dovrebbero riflettere, a destra come a sinistra, dove il femminismo è nato e si è mescolato con l’ideologia marxista, che vedeva nel capitalismo la fonte di ogni sfruttamento, incluso quello delle donne ad opera dell’uomo. Peccato che proprio il tanto deprecato capitalismo concorrenziale abbia fornito alle donne i più efficaci strumenti di emancipazione. Primo fra tutti la lavatrice che, permettendo alle donne di economizzare il tempo dedicato al lavaggio degli indumenti, ha dato loro la possibilità di farsi una coscienza e lottare per i propri diritti.

Strumentalizzare l’attuale situazione a fini di lotta politica, pur essendo di per sé legittimo, non contribuisce a emancipare la condizione della donna. Chi per anni ha demonizzato la famiglia tradizionale etichettandola come un residuo della società borghese non ha credibilità alcuna nel momento in cui bacchetta il Presidente del Consiglio per la sua condotta libertina. Anzi, raggiunge vette di involontaria comicità nel momento in cui invoca l’anatema della Chiesa dopo averla più volte apostrofata come retrograda ogni qualvolta essa si pronunciava contro gli eccessi, veri o presunti, della morale sessuale contemporanea. Così come è davvero sconcertante ascoltare sociologhe improvvisate quanto strampalate come Conchita De Gregorio e Daria Bignardi, che individuano nella Tv commerciale e in un programma come Drive In l’origine e la causa del degrado morale degli italiani, quando, all’epoca, la trasmissione ricevette gli elogi di personaggi come Federico Fellini o di quell’autentico maitre à penser della cultura di sinistra che è Umberto Eco. Semmai, vedrei più influenze nefaste in un programma come il Grande Fratello – format presente pressoché ovunque in Occidente – che alimenta l’illusione secondo cui chiunque può raggiungere la fama anche senza aver particolare talento, purché abbia un’ugola sufficientemente forte da urlare più forte di chi gli sta di fronte.

Del resto, anche intellettuali di sinistra come Fabrizio Rondolino hanno sottolineato come le fast food del Drive in fossero ben altra cosa dalle signorine più o meno rifatte, protagoniste delle intercettazioni relative alle “famigerate” notti di Arcore. Perché a dirla tutta, quel che di veramente squallido emerge dalle intercettazioni è l’incitamento che queste signorine ricevono dai rispettivi genitori ad accalappiare il primo allocco con un minimo di grana, onde poterlo spremere il più possibile. Del resto, è un po’ quel che avviene, nel caso dei maschietti, in occasione delle partite di calcio dei ragazzini, dove le risse scoppiano sempre più a causa delle intemperanze dei genitori che nei propri figli non riescono a vedere altro che quel futuro campione che loro non sono riusciti a diventare. Insomma, al di fuori del calciatore e della velina, null’altro sembra interessare a troppi nostri giovani e a troppi rispettivi genitori, come si evince anche dal fatto che molte ragazzine, già a 14-15 anni chiedono come regalo di compleanno i denari necessari a rifarsi seno o chiappe. Manco sono cresciute e già vogliono “rifarsi”. Possibile che non siano nemmeno curiose di vedere come saranno una volta completata la crescita?

Dar la colpa di tutto questo alla televisione commerciale, è davvero ignobile. Ma se Berlusconi non porta responsabilità alcuna di quanto ha fatto come imprenditore, lo stesso non si può dire di quanto ha fatto (pardòn, non ha fatto) in quanto Presidente del Consiglio. Il fatto che il calciatore e la velina esauriscano l’elenco dei sogni dei giovani è dovuto al fatto che, nelle professioni “normali”, non si scorge possibilità alcuna di affermarsi, in quanto in Italia non vige la cultura della concorrenza. E proprio in questo i governi presieduti da Silvio Berlusconi sono mancati colpevolmente e in maniera clamorosa. Anzi, in certi casi come quello relativo agli ordini professionali, hanno fatto (contro)riforme che hanno rinsaldato i privilegi esistenti. E la mancanza di concorrenza penalizza soprattutto i giovani, new entry per definizione nel mercato del lavoro, e le donne, che in mancanza di alternative finiscono per affidarsi a chirurghi e botulino così da sperare di rendersi appetibili a potenziali mariti o datori di lavoro. Del resto, fra i paesi Ocse l’Italia è quello in cui più di tutti chi nasce ricco muore ricco e chi nasce povero muore povero, poiché manca la concorrenza e i privilegi sono inattaccabili. Certo, nel difendere i privilegi la sinistra ha ben poco da imparare, ma è Berlusconi che è sceso in campo con l’obiettivo di cambiare le cose. E se non ci riuscirà, il paese e la storia gliene renderanno conto.

 

(La Voce di Romagna, 10/2/2011)

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