Preserviamo la società moderna

Periodicamente, dagli intellettuali provengono lodi sperticate al mondo agreste. Nostalgie bucoliche dei bei tempi andati, talmente andati che quasi nessuno ne conserva ricordi diretti. Infatti, quei pochi che sono vissuti abbastanza a lungo da ricordarli, pur meravigliandosi talvolta della follia del mondo attuale, si guardano bene dal dire che si stava meglio quando si stava peggio, ammonendoci su quanto sia brutta la miseria.

I vantaggi materiali e i successi della moderna società aperta, figlia della rivoluzione industriale, sono innegabili. Eppure, costituiscono anche la sua maggior debolezza. Sì, perché essa ci permette non solo di soddisfare un numero di desideri un tempo impensabile, ma di farlo anche con una facilità altrettanto impensabile, poiché i progressi nella tecnologia e nell’efficienza organizzativa hanno fatto sì che l’enorme complessità su cui si regge la società capitalistica finisse in qualche modo dietro le quinte e lontano dagli sguardi e dalla percezione dei consumatori. Ci occorre qualcosa? Basta andare nel negozio sotto casa o al supermercato più vicino. Facile no? Ma quante persone hanno idea di come viene prodotto e assemblato ciò che acquistiamo, o della complessità relativa alla sua logistica e alla sua distribuzione?

Ebbene, la risposta è che la stragrande maggioranza della gente non ne ha la benché minima idea. Infatti, se ce l’avesse non farebbe discorsi del tipo: “Oggi non è come una volta: non si sa neanche più da dove viene la roba che mangiamo”. Ma è proprio perché la rete degli scambi si è ampliata molto al di là rispetto a un territorio comprendente città e campagna limitrofa, che possiamo avere un’abbondanza di merci mai vista e a prezzi mai così bassi. Del resto, fu proprio Adam Smith, il padre dell’economia moderna, a sostenere che la divisione del lavoro è tanto più efficace quanto più è ampio il mercato in cui essa si dispiega. In ogni modo, i meccanismi di una moderna economia sono tanto complessi quanto fragili.

Lo studioso americano di economia Gary North, nel suo libro Cos’è il Denaro, ha provato a ipotizzare uno scenario di iperinflazione (pur ritenendolo improbabile) nel contesto economico attuale, facendo un paragone con quanto avvenne in Germania, nel quinquennio 1919-1923, immediatamente successivo alla Grande Guerra. Anni di iperinflazione, durante i quali il valore del marco arrivò a svalutarsi a tal punto che tra la fine del 1921 e la fine del 1922 l’indice del costo della vita salì da 20 a 700, le paghe venivano corrisposte giornalmente, mentre si arrivò a emettere banconote da 100 mila miliardi di marchi, con il pane che si vendeva a 428 miliardi al chilo e il burro a 5600 miliardi. Eppure, la Germania di allora, tranne Berlino che ne contava 2 milioni, non aveva città che superassero i 600 mila abitanti; aveva ancora una popolazione per il 70% dedita all’agricoltura, con un livello di specializzazione minimo se paragonato a quello attuale. Come ci ricorda Gary North: “I generi alimentari venivano prodotti e venduti a livello locale. Non esisteva l’approvvigionamento di cui godiamo oggi, decisamente più efficiente e a minor costo; il sistema di distribuzione che lo supporta necessità di un trasporto per lunghe percorrenze tra zone agricole che producono e le città che consumano”. Il denaro era principalmente in forma contante e gran parte della gente non aveva conti aperti in banca, così che ricorrere al baratto non era così traumatico come lo sarebbe adesso. Oggi l’iperinflazione minaccerebbe le linee di rifornimento principali che portano nelle grandi città cibo, carburanti ed energia elettrica, nonché la produzione dei raccolti intensiva e fortemente meccanizzata. Infine, la disoccupazione si diffonderebbe presto tra tutti coloro che non producono servizi di vitale importanza.

Proprio perché ci offre un benessere come mai si è avuto nel passato, la società moderna va preservata nei suoi delicati equilibri, basati sull’ordine esteso di mercato, nonché sulla tutela della proprietà privata e dell’applicazione dei contratti liberamente sottoscritti. Equilibri, la cui delicatezza si può osservare quando, in caso di neve, si bloccano gli aeroporti e i trasporti in genere. Nel mondo antico la neve faceva meno danni, poiché la gente era meno condizionata da quel groviglio di scadenze fondamentali per rendere razionali i nostri spostamenti, nonché la produzione e la distribuzione delle merci. Insomma, i principi su cui si basa la moderna società libera erano quelli che in passato vigevano nelle città (da qui il detto La città rende liberi), in opposizione a quelli feudali e pieni di vincoli odiosi vigenti nel mondo contadino. Ma ancor più degli agenti atmosferici, è l’intervento dello Stato e del potere politico la più grande minaccia a questi equilibri delicati e complessi; quell’intervento da sempre invocato da intellettuali alienati che odiano il mondo libero più di quanto non amino il mondo agreste.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, 7/2/2011)

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