Egitto: il rischio è che al posto dei corrotti vadano i fondamentalisti

Le notizie che giungono dal Cairo e dal resto dell’Egitto si fanno di ora in ora sempre più preoccupanti. Morti in piazza, almeno 400 arrestati, fermato l’ex capo degli ispettori dell’Onu El Baradei, ora a capo dell’opposizione, internet e la rete telefonica oscurati.

Insomma, scene di guerriglia, tanto più preoccupanti, quanto più avvenute in seguito ad analoghe rivolte scoppiate in altri paese del Maghreb, come Algeria e Tunisia. In quest’ultima, le rivolte di piazza hanno addirittura provocato la caduta del presidente Ben Alì, che ha dovuto riparare in Arabia saudita per salvare la pelle. Ma se la Tunisia può essere considerata un attore marginale nello scacchiere mediorientale, non così si può dir dell’Egitto di Hosni Mubarak, che dal 1978 costituisce uno dei baluardi del moderatismo nei rapporti con Israele. Riguardo ai contenuti delle proteste, sia in Egitto oggi, sia in Tunisia le settimane scorse, le motivazioni religiose hanno lasciato spazio a motivazioni sociali ed economiche. Alti tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile e qualificata, come avviene anche nei paesi più sviluppati, segnalano come i problemi di quelle società siano sempre più simili ai nostri. Il che, se da un lato può essere considerato positivo, in quanto sta a significare che quei paesi, nonostante le differenze religiose, tendono sempre più ad assomigliare a noi quanto a struttura sociale, dall’altro destano non poche preoccupazioni.

Come tutti i paesi che si modernizzano, anche l’Egitto ha nei suoi giovani la frangia più inquieta. Grazie a internet le giovani generazioni hanno un accesso al mondo sempre più immediato e così mal sopportano sempre più i ritardi, le inefficienze e, soprattutto, la corruzione dilagante nel proprio paese ad opera di un regime ormai trentennale. Come nell’Italia degli anni Settanta, dove la Dc già allora vecchia e corrotta restava avvinghiata al potere solo perché l’alternativa era un Pci filo sovietico e custode di un’ideologia totalitaria, nell’Egitto di oggi resiste Mubarak nel timore di una deriva integralista. E come i giovani da noi negli anni settanta, anche i giovani egiziani di oggi protestano per uno stato di cose divenuto insopportabile. Ma come i giovani da noi negli anni Settanta, anche i giovani egiziani di oggi rischiano di diventare carne da cannone da parte di chi ha tutto l’interesse a far crescere la mala pianta del terrorismo. Come da noi nacquero le Br, oggi in Egitto possono aver gioco facile i Fratelli Musulmani, organizzazione che ha nell’ambiguità il suo tratto caratteristico. Istituzionale in Giordania, dove siede in parlamento, barricadiera in Palestina, dove agisce attraverso Hamas, che ne costituisce una propaggine. Quel che preoccupa, però, è che regimi come quello appena deposto di Ben Alì in Tunisia e quello di Mubarak in Egitto sono da sempre considerati i più vicini all’Occidente. Anche in Palestina, i più moderati di Al Fatah sono sempre stati preferiti agli integralisti di Hamas. Solo che la corruzione dei primi ha finito inevitabilmente per aprire le porte del potere ai secondi. E le stesse preoccupazioni ci sono per il governo Karzaj in Afghanistan, la cui corruzione ne mette a rischio la già precaria esistenza. Del resto, anche nell’Iran di fine anni Settanta il regime dello Scià, pur non eccessivamente corrotto, dovette soccombere dinanzi ai fondamentalisti islamici capeggiati da una figura carismatica come Khomeini.

Purtroppo, l’Occidente si trova spesso a dover optare tra un regime corrotto ma (relativamente) amico e un governo, magari democratico, ma fondamentalista e nemico. E la scelta cade sempre, inevitabilmente sul primo. Anche l’esperienza dell’estremo oriente è emblematica a riguardo. Sia in Corea, sia in Vietnam gli americani affrontarono guerre sanguinose con molte perdite. Nell’uno e nell’altro caso riuscirono a respingere il nemico al di là delle sue frontiere. Anche in Vietnam, quando le truppe americane ricacciarono indietro il nemico, che occupò il nord del Sud Vietnam in seguito all’offensiva del Tet (il capodanno vietnamita), avvenuta nella notte tra il 30 e il 31 dicembre del 1968. Nel 1973 lasciarono il paese nelle mani del governo sudvietnamita, come accadde nella guerra di Corea, dove lasciarono il territorio nelle mani del governo sudcoreano loro alleato. Solo che la Corea del Sud seppe affidarsi a una classe dirigente onesta, mentre il Sud Vietnam, diversamente dal Nord Vietnam che si raccolse attorno a una figura carismatica e integerrima come Ho Chi Minh, fu sempre nelle mani di regimi corrotti e dispotici come quello di Diem dal 1954 al 1967 o di giunte militari, fra cui spiccò per inettitudine quella di Van Thieu (1965-1975), che, ricevuto dagli americani il paese sgombro dai vietcong, lo perse nel giro di due anni in maniera ignominiosa.

Insomma, per quanto l’Occidente si adoperi per sostenere governi “amici”, se questi sono corrotti e profittatori, difficilmente resistono ed è inevitabile, e in certi termini persino giusto, che vengano spazzati via da rivolte di piazza o colpi di Stato. Purtroppo, l’esperienza ci insegna che il vuoto di potere che ne segue viene spesso riempito da movimenti fondamentalisti e dittatoriali che nell’immediato garantiscono disciplina e maggior onestà. E nel caso dell’Egitto, se tutto ciò dovesse accadere, a rischio stabilità sarebbe l’intero Medio Oriente, con conseguenze difficili e scenari poco piacevoli che si profilano all’orizzonte.

 

(La Voce di Romagna, 29/1/2011)

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