Bene Tremonti, ma occorre un passo avanti

Quanto scritto da Tomaso Freddi sulla Voce di ieri mi trova del tutto d’accordo. Tra il rigorista Tremonti e l’ottimista Berlusconi buon senso vuole che, nella situazione in cui versa l’Italia, prevalgano le ragioni di Tremonti.

Chi ha avuto modo di leggermi nel corso di questi anni sa che non sono un fan sfegatato dell’attuale Ministro dell’Economia. Trovo i suoi ammiccamenti continui al marxismo, allo Stato e a tutto ciò che si oppone al mercato, non solo irritanti, ma anche alquanto deleteri, poiché un popolo culturalmente ignorante sotto l’aspetto economico come quello italiano ha bisogno di tutto tranne che essere rassicurato nelle proprie idee stataliste e anticoncorrenziali. Detto questo, però, nella disputa tra Tremonti e Berlusconi non di idee si dibatte, bensì di numeri. E i numeri, si sa, parlano chiaro. Basta un leggero aumento di pochi decimali di punto sui rendimenti dei nostri titoli pubblici e per i conti dello Stato italiano sono dolori, e pure forti. Per questo, l’attenzione ai conti pubblici è prioritaria. Inoltre, decenni di mala politica non possono non creare sfiducia negli investitori quando si tratta di concedere credito allo Stato italiano e per questo motivo sono del tutto impraticabili le politiche di rilancio in stile keynesiano basate sul deficit oggi, frutto di investimenti pubblici, al fine di avere più crescita domani, così da abbattere deficit e debito. No, occorre rigore anno per anno, soprattutto oggi che, con la moneta unica, i nostri guai rischiano di azzoppare anche altri stati.

Eppure, Tomaso Freddi è stato fin troppo ottimista riguardo all’Italia. Sì, perché quanto sta facendo Tremonti per i conti pubblici è sì necessario, ma non è sufficiente. Occorre davvero coniugare rigore e crescita, perché, alla lunga, il solo rigore finisce per rivelarsi inutile se questo colpisce anche le fonti di ricchezza. Per quanto rigorosa possa essere una politica finanziaria, essa ha comunque bisogno di introiti. E perché questi ci siano occorre che i produttori di ricchezza siano messi nelle condizioni di operare al meglio senza vessazioni burocratiche e fiscali. Sì, perché tassare chi produce, tanto più per uno stato con i conti disastrati come il nostro, significa segare il ramo su cui si sta seduti. Per questo occorre, oltre a una politica di rigore, e forse ancor prima di essa, metter mano alle riforme strutturali del paese. Occorre rimodulare spesa e fisco, selezionando la prima concentrandola in settori in cui c’è davvero bisogno e il secondo sulle posizioni di rendita improduttive. Occorre insomma fare scelte politiche, in mancanza delle quali i tagli lineari sono l’unica alternativa.

Purtroppo, però, queste sono riforme a costo zero per il paese, ma che vanno a incidere sulla politica in termini sia diretti che indiretti. Diretti, per quanto riguarda eventuali abolizioni di province o possibili eliminazioni di enti pubblici inutili, che però inciderebbero sulla carne viva della rendita politica, basata sul potere di nomina. Indiretti, per quanto riguarda la connessione tra posizioni di rendita socio-economica e di rendita politica; connessione bene esemplificata dalla controriforma delle professioni attuata dall’attuale maggioranza di centrodestra, finalizzata a mettere al riparo la lobby professionali dalla concorrenza grazie all’imposizione legale di tariffe minime. Del resto, in un paese totalmente privo di cultura liberale come l’Italia, l’alternativa è tra rigore e politiche keynesiane di deficit spending. Infatti, sia dall’opposizione, che dalla maggioranza, Tremonti viene criticato proprio per quanto di virtuoso sta facendo. Gli si chiede di allentare i cordoni della borsa, perché si pensa che solo la spesa pubblica possa agire da motore dell’economia. D’altro canto, di che sorprendersi se fin dalle aule universitarie ti inculcano nella testa che non c’è differenza tra abbassare le tasse e aumentare la spesa pubblica, in quanto entrambe vengono considerate operazioni economiche di carattere espansivo?

Nel breve termine la cosa ha un che di verità, ma abbassare le tasse significa liberare energie produttive, mentre più spesa pubblica porta a maggior parassitismo, sia in termini di burocrazia, sia in termini di posizioni di rendita (si spende sempre a favore di qualcuno e a danno di qualcun altro) e sia in termini di distorsione del mercato (si spende cercando di favorire determinati settori ritenuti importanti, salvo penalizzarne altri pur non avendone l’intenzione). Insomma, oltre alla contabilità occorre realizzare quelle riforme che tutti hanno paura a fare, ma che sono ormai improcrastinabili. Il rigore non basta se la giustizia è a tal punto lenta da tenere alla larga gli investitori stranieri dall’Italia, poiché in caso di contenzioso sarebbero costretti ad affrontare decenni di incertezza. Ma, soprattutto, occorre rendersi conto che riformare il paese significa renderlo più produttivo, ossia trasferire risorse e decisioni di spesa (e di copertura della stessa) dal pubblico al privato e dal nazionale al locale. Uno Stato che decide per noi in tutto e per tutto è una gran bella comodità, ma è dannatamente costoso e questo lusso non ce lo possiamo più permettere. Senza riforme liberali, quindi, il rigore non basta. Certo, riforme liberali che comportino minor spesa pubblica (per poter così diminuire le tasse) e maggior concorrenza hanno costi politici enormi, dato che produrrebbero i loro effetti in un arco di tempo piuttosto lungo. E se Tremonti non smania per farle, lo stesso Berlusconi da tempo sembra aver abbandonato i propositi di rivoluzione liberale. Per questo, le sue critiche al rigore del Ministro dell’Economia sono ingiuste e del tutto fuori luogo.

 

(La Voce di Romagna, 12/1/2011)

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