Wikileaks: sicuri che la politica debba essere una casa di vetro?

Da sempre, il prestigio del potere non è legato all’esibizione della forza, quanto all’ermeticità, alle porte chiuse, al silenzio. In un libricino frizzante e divertente dal titolo Il Monarca e il Crociato, Regis Debray descrive mirabilmente come “Il prestigio non può andare esente dal mistero, perché si riverisce poco quel che si conosce bene”, per usare le parole di Charles De Gaulle.

Infatti, nulla è più inarrivabile del mito che circonda leader politici, capi religiosi, atleti e attori, e nulla è più deprimente dei racconti di chi, questi potenti, li ha conosciuti di persona, perché invece di parlarti del mito ti parlano dell’uomo, facendolo così scendere dal piedistallo sul quale il circo mediatico e la nostra immaginazione lo avevano impropriamente posato. Riguardo alla religione, l’ottimo Debray ci ricorda come i termini sagrestia e segretario abbiano la stessa radice nel latino secernere, mettere da parte, distinguere: “Il profano è a libero accesso, il sacro è segreto; il segreto è sotto sigillo, i sigilli hanno delle guardie, dietro un doppio recinto. Ziggurat, acropoli, mastio, roccaforte o posto di comando sotterraneo – un luogo di potere si capisce dai muri che lo nascondono alla vista dall’esterno”. In parole povere, il potere è là dove non si può entrare, dove uscieri e scorte allontanano il volgo senza preoccuparsi di darlo a vedere.

Per questo è del tutto ipocrita la pretesa di rendere a tutti i costi trasparenti le sfere statali. Per vedere quanto l’eccesso di trasparenza sia deleterio, basta osservare la politica americana. Fareed Zakaria, nel suo Democrazia senza Libertà, uscito nel 2003 per Rizzoli, sottolineò come in seguito al Watergate si volle rendere la democrazia americana più trasparente. Si aprirono le porte del congresso ai cittadini e venne quasi del tutto abolito il voto segreto. Risultato: il cittadino non ha né tempo né voglia di andare a Washington a seguire lavori del congresso, a differenza dei lobbisti, che grazie alla possibilità di assistere ai lavori e all’adozione del voto palese oggi sono in grado di controllare più e meglio di prima l’operato dei politici da loro finanziati. Di contro, le teorie cospirazioniste finiscono paradossalmente per consolidare l’apologetica del regime che accusano, poiché mantengono l’ancestrale immaginario dell’ombra e del braccio lungo che teleguida gli ignari a loro insaputa.

Personalmente, non mi aspetto nulla di sensazionale dai file di Wikileaks, perché non c’è nulla di più deludente della banalità delle “alte sfere”, della frivolezza delle conversazioni tra capi di Stato. L’unica cosa che i governanti hanno da temere è che venga svelato il segreto di pulcinella che le conversazioni dei “grandi” di questo mondo non sono sostanzialmente diverse dalle nostre. Che i santuari di star e semidei, visti dall’interno, hanno anch’essi gabinetti, macchie sul tappeto e olezzi da cucina; e vi si sentono le stesse sfuriate e le stesse sciocchezze che si sentono a casa nostra, come dimostrano le prime rivelazioni di Wikileaks, che altro non sono che impressioni che i diplomatici si sono fatti leggendo i quotidiani che leggiamo tutti. Sì, insomma, non è il sacro che esige il recinto, ma il recinto che fa il sacro. Per questo, di tutti i capi di governo, quello italiano è quello che meno ha da preoccuparsi dalle rivelazioni di Wikileaks, poiché di lui già si sa tutto, vista la gestione (volutamente?) comica e anti-politica della sua immagine pubblica. Il suo errore, in questi anni, è stato quello di offrirsi in pasto all’opinione pubblica, come un politico della porta accanto. Prima che Berlusconi entrasse in politica, di lui tutti conoscevano i successi, per questo, una volta che si è svelato al grande pubblico, non poteva che mettere in piazza i suoi difetti, poiché quelli restavano da scoprire. E proprio perché era un uomo di successo, più di altri avrebbe dovuto centellinare, compatibilmente con il suo ruolo istituzionale, la sua presenza, onde alimentare il proprio mito. Facendo un paragone con altri presidenti di squadre di serie A, come non notare la differenza tra Massimo Moratti e l’avvocato Agnelli: il primo, per fare il democraticone, fa l’errore di concedersi quasi tutti i giorni alla stampa, degradando il suo ruolo di deus ex machina dei destini nerazzurri. Il secondo, invece, si concedeva di rado, quasi a scadenze fisse, come quella dell’amichevole pre-campionato della Juventus a Villar Perosa. E in quel caso, l’intervista all’Avvocato costituiva un evento imperdibile per chiunque e qualsiasi banalità ne uscisse diventava materiale per titoli in prima pagina.

La verità è che chi ci comanda conserva la nostra fiducia nella misura in cui non ci dice e non ci fa vedere tutto di ciò che fa. Sarà ipocrita tutto questo, ma un mondo senza una certa dose di ipocrisia, in cui ognuno dice in faccia al prossimo ciò che pensa di lui, non sarebbe un mondo a misura d’uomo, ma a misura di dentista. Assai poco piacevole e un tantino doloroso.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, 6/1/2011)

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  1. #1 di Leonardo Facco il gennaio 9, 2011 - 11:09 am

    NON CONCORDO!

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