Federalismo: allegria, siamo nelle mani di una dinastia di incapaci

In uno studio di Confartigianato, pubblicato dal Corriere della Sera il 27 dicembre a firma di Sergio Rizzo, vengono illustrate alcune cifre interessanti sui costi della politica, in una prospettiva riguardante la riforma federale oggi allo studio, in attesa dei decreti relativi ai costi standard.

Ad esempio, mentre con il 15% della superficie forestale nazionale, Sicilia, Calabria e Campania hanno il 75% del personale regionale italiano addetto alla tutela del patrimonio boschivo. La Sicilia, che ha cinque milioni di abitanti, ha un costo del personale di 1 miliardo e 182 milioni € annui (353 € per abitante), mentre il costo del personale del Veneto, che di abitanti ne ha 4 milioni e 900 mila, è di soli 151 milioni € annui (31 € per abitante); ben 12 volte in meno! In Emilia-Romagna ce la caviamo con un costo di 36 € per cittadino, al 4° posto dopo Lombardia (21 €), Veneto (31 €, come detto) e Liguria (33 €). E quel che è peggio, è che gli stipendi dei dipendenti sono solo una componente della spesa globale. Infatti, se si considera anche la burocrazia regionale, il fardello si fa ancor più pesante. Se in Lombardia, che è la regione italiana più virtuosa, per la politica il cittadino paga 61 € l’anno, nel Lazio ne paga 247, addirittura più del doppio della Campania (133 €), mentre in Molise il costo medio annuo pro capite sale a 333. L’Emilia-Romagna è al 5° posto con 98 €, dietro a Lombardia (61 €, come detto), Liguria (78 €), Veneto (86 €) e Puglia (90 €). Secondo i calcoli dell’ufficio studi di Confartigianato, la spesa complessiva della regione Molise (compresa quella per investimenti) è il 25,4% del Pil, maggiore anche di quella della Sicilia (24,8% del Pil) e più di due volte e mezzo rispetto al Veneto. Riguardo, poi, alla copertura, le imposte locali (Ici, Irap, addizionale regionale Irpef e addizionale comunale Irpef) è difforme da regione a regione. In Molise, le imposte coprono il 46,7% della spesa, in Campania, il 63,5, in Sicilia il 73,3%, mentre le regioni del nord Italia superano tutte l’80%, con punte del 92,8% per la Lombardia e del 96,5% del Trentino Alto Adige.

Secondo il segretario generale di Confartigianato Cesare Fumagalli, nonostante gli ostacoli che incontrerà, l’attuazione del federalismo è un passaggio inevitabile: «Perché ogni volta che si è allontanato il potere decisionale dal centro di spesa il Paese ne ha pagato pesanti conseguenze. Quando sulle pensioni di invalidità decideva soltanto lo Stato, ci costavano 6 miliardi. Dal 2003 il potere decisionale è passato alle Regioni ma il compito di pagare è rimasto allo Stato. E in sette anni siamo passati da 6 a 16 miliardi». E bravo Fumagalli. Ha fatto proprio centro. Proprio la scissione della responsabilità tra chi spende e chi ripiana è alla base del disastro della finanza pubblica, tanto più in un paese nel quale il ruolo dello Stato si è allargato a dismisura. Come diceva l’economista francese Frederic Bastiat a metà dell’Ottocento: «Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti». Del resto, di che sorprendersi? Lo Stato è uno strumento essenzialmente finalizzato al raggiungimento e alla conservazione potere, e più si espande e più aumenterà il numero di tartassati (tax payers) e beneficiari (tax consumers). Sì, perché i beneficiati sono l’esercito di riserva su cui lo Stato fonda il proprio potere, e più ce ne sono più i politici allargano la loro base di voti e di potere.

E così come la redistribuzione è efficace (per il politico) in termini di risorse, altrettanto lo è in termini territoriali. Così come il politico aumenta il proprio potere quanto più può redistribuire tra ceti e categorie produttive (e parassitarie), allo stesso modo aumento il proprio potere quanto più può redistribuire tra territori. Per questo, quella finalizzata a identificare il più possibile chi spende e chi tassa, è una riforma che va nella giusta direzione. Ma è anche una riforma che, proprio perché fa chiarezza su questi aspetti, verrà senz’altro annacquata e osteggiata da coloro che sono chiamati a realizzarla, ossia i politici. Un federalismo compiuto va a vantaggio di imprenditori e lavoratori produttivi e a discapito dei parassiti che vivono di redistribuzione politica, che è tanto più farraginosa e perniciosa (per i cittadini comuni) quanto più lo Stato è centralizzato. Insomma, coerenza vuole che una riforma di tipo federalista vada a braccetto con altre volte a liberalizzare i vari settori dell’economia e a detassare quanto più possibile le attività produttive e le famiglie, perché anche la regolamentazione e la tassazione sono strumenti attraverso cui il politico tende a favorire alcuni a discapito di altri.

Invece, il centrodestra oggi al governo, e soprattutto la Lega che del federalismo ha fatto la propria bandiera, si è mostrato ostile alle liberalizzazioni, come dimostrato dalla controriforma degli ordini professionali volta a cancellare le lenzuolate fatte nel 2008 da Bersani che, seppure un po’ timide, andavano nella giusta direzione. La Lega, di smantellare l’apparato pubblico (vedi il caso delle provincie) proprio non ne vuole sapere e ha come solo scopo quello di fare del nord un territorio in balia dei una classe politica di ignoranti in camicia verde, con un capo, Umberto Bossi, che ha festeggiato la laurea senza averla per ben tre volte. Lo stesso numero di volte che il figlio Renzo, nuovo cavallo di razza del partito, ha dovuto tentare per conseguire la maturità. Insomma, una dinastia di incapaci, nella miglior tradizione della politica romanocentrica. E questi sono quelli che devono fare il federalismo!

 

(La Voce di Romagna, 30/12/2010)

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