Tra l’antiberlusconismo e la mancanza di alternativa

Da anni si va parlando di parabola discendente del berlusconismo. Ma se le leggi fisiche non sono un’opinione, la traiettoria parabolica di un qualsiasi oggetto termina quando questo trova un corpo solido su cui depositarsi. Quel che voglio dire, è che la parabola di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti, ma il punto d’approdo proprio non si vede.

E questo punto d’approdo si chiama alternativa credibile, sulla cui mancanza, però, quasi tutti i commentatori, di destra e di sinistra, sono d’accordo. E allora, perché mai nessuno o quasi mette in discussione la vera malattia di questa seconda repubblica, ossia l’antiberlusconismo? Personalmente, anch’io ho poca voglia di morire berlusconiano, ma se oggi Berlusconi fonda il suo potere di fatto sulla mancanza di alternative (il potere mediatico, la compravendita di parlamentari…tutte cazzate), allora perché si insiste nel demonizzare lui e non i partiti che gli si oppongono? Fossi in un opinion leader di sinistra strepiterei ogni giorno che Dio manda in terra contro la classe dirigente del Pd e la sua incapacità di rinnovarsi. Sembra che nessuno si sia accorto che l’unico momento positivo che il centrosinistra ha vissuto nella seconda repubblica è quello che va dal 1996 al 1998. E guarda caso è l’unico periodo in cui non si demonizzava Berlusconi, non si parlava di conflitto di interessi e, soprattutto, si aveva un obiettivo fattivo in vista del quale lavorare, che era l’entrata nell’euro. Purtroppo, una volta raggiuntolo, sono iniziati i giochi di palazzo tutti interni al centrosinistra, con D’Alema e Marini, con l’aiuto di Bertinotti, che per motivi di mero potere fecero fuori Romano Prodi e il suo governo, tutt’altro che malvagio.

E quel che è peggio, nell’autunno del 2001 è nato un movimento cancerogeno che ha minato definitivamente il centrosinistra: i girotondini. Movimento che, si badi bene, non ha avuto come protagonista l’estrema sinistra, se non in termini marginali, bensì i centristi dell’ulivo, ossia gli ultrafsacisti dipietristi e i cattolici comunisti di matrice dossettiana presenti nell’Ulivo, con in testa personaggi come Rosy Bindi, Parisi, Gentiloni e centrismo vario. Un autentico concentrato d’odio che ha vivacchiato per un paio d’annetti con iniziative volgari e manifestazioni becere, e il cui spirito è ricomparso alle soglie delle elezioni del 2006, momento cruciale per il centro sinistra. Sì, perché occorre tenere a mente che nella primavera del 2005 le elezioni regionali per il rinnovo di 14 consigli regionali si conclusero con un eloquente 12 a 2 per il centro sinistra, mentre la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006 che sarebbe iniziata da 6 sei mesi dopo vedeva il centrosinistra con un vantaggio di che oscillava tra gli 8 e i 10 punti percentuali. Ebbene, cosa è successo da allora? È successo che nel centrosinistra è tornato a prevalere lo spirito del girotondismo, uno spirito pieno d’odio verso le categorie produttive italiane che, soprattutto nel nord est, ma anche nel Piemonte appena conquistato nel 2005 da Mercedes Bresso, sono tornate a dare il proprio voto al centrodestra. Da allora, la caduta della sinistra sembra irreversibile.

Non a caso, l’unico volto nuovo credibile, quello del sindaco di Firenze Matteo Renzi, propone di abbandonare l’antiberlusconismo becero. Certo, al governo Berlusconi non bisogna far sconti, soprattutto sulle mancate promesse di rivoluzione liberale, sulla cui esigenza anche parte del centrosinistra è d’accordo, ma evitando di demonizzarlo sempre e comunque. Oggi, invece, il Pd è in mano a una classe politica invecchiata senza mai essere diventata adulta. Una generazione, quella dei ragazzi di Berlinguer, formatasi nell’arroganza e nelle piazze violente degli anni Settanta, e nutritasi del settarismo della questione morale berlingueriana negli anni Ottanta, e aggrappatasi al ciclone di mani pulite negli anni Novanta. Ciclone che gli ha consentito di sopravvivere al crollo del comunismo, nell’illusione di non doverci fare i conti. Ebbene, l’illusione che fosse sufficiente l’opera dei magistrati “amici” per far fuori il nemico politico ha creato una classe dirigente incapace di dar vita a progetti costruttivi per il paese. Una classe dirigente che non ha saputo far di meglio che andare a rimorchio di un autentico fallito della politica come Gianfranco Fini, un tempo etichettato come bieco fascista, nel suo tentativo maldestro di defenestrare Berlusconi per motivazioni meschine di mero potere e odio personale.

Un Gianfranco Fini che, insofferente dalla Lega, con la sua guerra a Berlusconi ha finito per dare alla Lega un potere ancor maggiore. Un Gianfranco Fini difensore accanito dell’unità nazionale, che grazie alla sua azione in favore delle classi politiche meridionali, non l’ha mai messa così a rischio. Insomma, un politico che, qualsiasi scopo si prefigga, ottiene sempre l’effetto contrario. In parole povere, un incapace. Insomma, Berlusconi sarà pure una badante dell’esistente, ma se l’alternativa è costituita da un esercito di sconfitti, allora i quotidiani e i media, soprattutto se di opposizione, invece di demonizzare lui e invocare una magistratura, il cui ruolo politico è ormai palese, si comportino come avviene nelle democrazie avanzate che invocano solo quando fa loro comodo. Invochino la cacciata dei perdenti dai partiti sconfitti e la fine del berlusconismo verrà di conseguenza. Ma lo facciano con insistenza, perché di morire berlusconiano ne ho poca voglia anch’io.

 

(La Voce di Romagna, 16/12/2010)

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