Sciopero calciatori e demagogia a centrocampo

Sempre per la serie, “Quanto è liberale questo paese”, anche le vicende legate al (per ora) paventato sciopero dei calciatori non poteva mancare di offrire colpi di scena. Ultimo fra questi è stato il parere dell’Alta Corte di Giustizia inerente alla funzionalità di un eventuale commissario ad acta:

“Se i club di A dovessero dire ancora no o dilatare i tempi la Figc dovrà inviare una seconda diffida, scaduta la quale, il commissario ad acta non agisce più nella qualità di organo del soggetto preponente, bensì di organo del soggetto sostituito, del quale manifesta all’esterno la volontà. In questa ipotesi “limite” – scrive l’organo di giustizia super partes – il commissario, solo nella qualità di organo della Lega, potrebbe procedere, oltre che alla negoziazione, anche alla stessa eventuale stipulazione dell’Accordo collettivo, ovviamente con il concorrente consenso dell’Aic”. Capito? Se le società non accettano il diktat dell’Associazione calciatori, a Lega verrà commissariata. Pensate se in una trattativa tra Confindustria e sindacati, in caso di rottura prolungata, il governo commissariasse la Confindustria, inviano un proprio commissario al posto dei delegati confindustriali nelle trattative. Certo, una cosa del genere non è accaduta nemmeno negli anni di maggior demagogia pansindacale (tanto non occorreva, visto che pensavano a tutto i pretori del lavoro) e perciò difficilmente accadrà in futuro, ma quando c’è di mezzo il calcio e il panem et circenses, gli spazi per la demagogia sono infiniti, perché tutto quanto è essenziale si può bloccare (dagli aeroporti, ai trasporti pubblici, ecc.), ma guai a far mancare il superfluo.

Lasciando da parte il diktat sovietico del Coni, proviamo a entrare nel merito della vicenda. Premesso che i proprietari delle squadre di calcio hanno fatto di tutto per incentivare nei calciatori i comportamenti più squallidi da bimbotti viziati, non si può non condannare le prese di posizioni dall’Assocalciatori in merito ad alcuni aspetti della vertenza, in particolare al rifiuto categorico della norma che prevede che, nel caso in cui un calciatore sotto contratto venga richiesto da un’altra squadra disposta a garantirgli il medesimo stipendio, il calciatore in questione è costretto ad accettare il trasferimento. Senza il benché minimo senso del pudore, si sono sentiti giocatori di serie A invocare la violazione dei diritti umani (sic!) per il fatto di potere essere costretti ad accettare, a parità di stipendio, una destinazione sgradita. Si dà il caso che negli Stati Uniti, paese non certo nella lista nera dei regimi che violano i diritti umani, questa norma esiste nell’NBA, la lega del basket professionistico a stelle e strisce. Ebbene, nell’NBA non si è soliti pagare il costo del cartellino quando si vuole acquisire un giocatore sotto contratto, ma si fanno scambi di giocatori. E quando due società si scambiano giocatori sotto contratto, non fanno altro che trasferirsi tra loro i contratti in essere degli stessi, che per regolamento sono costretti ad accettare il trasferimento. Inoltre, quando un giocatore è svincolato perché gli è scaduto il contratto che lo legava a una squadra, nel caso un’altra squadra gli faccia un’offerta superiore, quella in cui era legato fino a quel momento ha la possibilità di pareggiare l’offerta. Nel caso ciò non avvenga, il giocatore è libero di accasarsi altrove.

Come si vede, in un paese liberale come gli Stati Uniti, ogni settore ha la possibilità di darsi le regole e gli status giuridici che ritiene opportuni, mentre in Italia si pretende di far funzionare il mercato dei giocatori in base alla stessa logica di quello dei metalmeccanici. Poiché quello dello sport professionistico è un settore in cui i lavoratori hanno un forte potere contrattuale, si è deciso di porre regole come le due suindicate per equilibrare la situazione e far sì che il gioco non si rompa e continui con mutuo beneficio di atleti e proprietari. Infatti, oltre oceano lo sport è un business sia per i giocatori, come avviene anche in Italia, sia per i proprietari, contrariamente a quanto accade in Italia. Ebbene, invece di invocare a sproposito la violazione dei diritti umani, i calciatori dovrebbero capire che accettare un piccolo sacrificio oggi può significare la non rottura del giocattolo domani. In fin dei conti, per chi guadagna milioni di euro, non è un gran sacrificio spostarsi da un posto del mondo a un altro, mentre per la società significa interrompere un rapporto di lavoro infruttuoso e inutilmente costoso, ossia tenere a libro paga un giocatore inutile e demotivato, pur dovendo spendere denaro per ingaggiare il sostituto in quel ruolo. Capisco che, per chi guadagna 800/1000 € al mese, trasferirsi in un’altra città comporta costi spesso insostenibili, anche se poi è proprio chi guadagna così poco che è spesso costretto ad accettare condizioni capestro senza gridare alla violazione dei diritti umani, perché privo del potere contrattuale necessario. Ma da chi guadagna fior di milioni un comportamento simile è davvero moralmente inaccettabile.

Certo, essendo breve la carriera dei calciatori, e sentendo l’aria che tira attorno al calcio, questi hanno tutto l’interesse a spuntare subito condizioni più favorevoli possibili, tanto fra 5/10 anni al massimo, quel che accadrà nel mondo del calcio non li riguarderà più. Da questo punto di vista, il comportamento dei calciatori, seppur moralmente discutibile, è del tutto razionale, però, almeno, smettano di raccontarci che scioperano per difendere i giocatori più sfortunati delle serie inferiori.

 

(La Voce di Romagna, 6/12/2010)

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  1. #1 di andrea il dicembre 7, 2010 - 7:49 pm

    vergognatevi,ancora sciopero fate!andate a lavorare!

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