Atenei: l’ennesima dimostrazione che l’Italia è un paese illiberale

L’approvazione alla Camera della riforma dell’università ha rivelato, come se non ce ne fosse bisogno, quanto sia illiberale il nostro paese. Illiberale nella sua maggioranza di governo, illiberale nella quasi totalità dell’opposizione parlamentare (finiani inclusi) e illiberale nel paese, benché i protestatari rappresentino una parte minoritaria del mondo studentesco.

Riguardo alla maggioranza e al ministro Gelmini, più ha potuto la cocciutaggine che il coraggio di cambiare. Del resto, di che sorprendersi, quando si chiamano al tavolo delle trattative parti sociali, conferenza dei rettori e, se fosse esistita, pure quella di inservienti e bidelli. È chiaro che se cerchi il consenso dei rappresentanti delle corporazioni che tengono in ostaggio il paese, allora smetti in partenza di governare e scendi a patti per trattare la resa. Togliere il valore legale del titolo di studio? Non sia mai. Pretendere un salto di qualità è chiedere la luna in un paese nel quale, ogni qualvolta si ipotizza di riformare qualcosa in senso liberale, chi è moderato ti prende sotto braccio e pronuncia quell’odiosa frase: “Hai ragione, nei paesi civili funziona, ma sai, qua siamo in Italia…”.

Riguardo ai protestatari, le loro richieste sono tutte all’insegna della difesa del posto fisso da parte dei ricercatori e della più stantia retorica marxistoide da parte di ricercatori e studenti di sinistra. La protesta non è mai in favore dell’università, ma dell’università pubblica. La presenza dei privati all’interno dei consigli di amministrazione fa gridare allo scandalo e anche quando si ciancia di merito lo si fa a sproposito. Sì, perché per questi signori meritevole è ciò che corrisponde alla loro visione della vita, non ciò che, assai più democraticamente, il mercato stabilisce essere utile al prossimo. E con Bersani che sale sui tetti a dar man forte a questi esagitati con la testa rivolta all’Ottocento, la sinistra perde l’ennesima occasione per emanciparsi da posizioni corporative (l’università è un feudo della sinistra) e da un’ideologia statalista e retrograda, secondo cui nulla può essere considerato una riforma se invece di aumentare i fondi li taglia. Come se ogni riforma, per essere tale, debba consistere in più spesa pubblica. Ma quel che è più grave, è che agli studenti di sinistra è concesso ogni atto criminale, dall’aggressione alle forze dell’ordine al blocco delle stazioni e del traffico in centri urbani e autostrade, con tutti i disagi che ciò comporta per chi lavora, produce ed è costretto a mantenere questi parassiti in kefiah, eskimo e bandiere rosse. La sinistra ciancia di legalità, e non solo giustifica, ma addirittura sobilla tentativi di rivolta sociale, con Niki Vendola, che in pieno delirio si lamenta di una «Roma blindata e sequestrata come Santiago del Cile» ai tempi di Pinochet.

Riguardo all’opinione pubblica, non ci si può lamentare della scarsa qualità dei nostri atenei se la domanda di istruzione è spesso confusa e superficiale. Ancora tante, troppe famiglie mandano i figli all’università senza pensare per prima cosa ai problemi che dovranno affrontare una volta terminati gli studi. Non è possibile che ancora oggi si smani per avere il figlio laureato, come ai tempi in cui la laurea aveva un significato di riscatto dalla miseria. Nonostante l’industria e l’artigianato siano disposte a riconoscere emolumenti interessanti a figure professionali con competenze tecniche specifiche, il pezzo di carta continua a essere ambito. Non è possibile che molti ragazzi italiani scelgano di venire a Bologna al solo scopo di passare anni a gozzovigliare e far casino, senza minimamente pensare a cosa faranno una volta laureati.

Inoltre, non è più possibile che si continui ad anelare al posto a tempo indeterminato. Per questo lottano i ricercatori sui tetti, ma se c’è un mestiere legato esclusivamente ai risultati (e perciò precario) è proprio quello del ricercatore. Un ricercatore con il posto fisso diventa un burocrate inamovibile come tanti, quando invece a esso, più che ad altri, si richiede un certo spirito di iniziativa che favorisca progetti innovativi. Non si comprende che proprio il mercato del lavoro così com’è, con le sue rigidità nel lavoro dipendente (grazie ai sindacati e al centrosinistra) e il corporativismo nel settore delle professioni (grazie alle controriforme del centrodestra), costituisce l’handicap più forte per i laureati. Sono proprio le garanzie (sempre più teoriche) che la nostra legislazione offre ai lavoratori a costituire un ostacolo. Garanzie che potevano avere un senso per gli operai non qualificati e semianalfabeti di 40-50 anni fa, non per un laureato, la cui unica necessita è l’opportunità di misurarsi da subito con le difficoltà del lavoro senza la garanzia del posto a vita. Del resto, se una persona ha conseguito una laurea, delle capacità ne avrà pure. Allora si liberalizzi il mercato del lavoro, sfidando veti sindacali, e si tolgano tutti gli ostacoli burocratici e giuslavoristici alla crescita dimensionale delle imprese, così che si crei un numero sufficiente di imprese medio/grandi più propense all’innovazione da sempre bacino di sbocco per i laureati nei paesi progrediti. Infine, non è più possibile che certi genitori continuino ad assillare i propri figli invitandoli a “sistemarsi”, a “cercare un posto sicuro, magari sotto lo Stato perché tanto non si fa un c….”. No, non è più possibile che ai giovani si offra l’alternativa tra emigrare e sistemarsi, magari facendo da sottopancia a chi, nel pubblico e nel privato, conserva posizioni di potere perché è al riparo da ogni concorrenza.

 

(La Voce di Romagna, 2/12/2010)

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