Università: una buona riforma e le proteste per partito preso

Da tempo si va dicendo che la sinistra italiana non dà segni di vita. Ebbene, in questi giorni di proteste studentesche ne ha dati ed era meglio se perseverava nel suo stato catatonico. Sì, perché Bersani sui tetti assieme agli studenti è uno spettacolo allo stesso tempo triste e ridicolo.

Trascinata dagli eventi, la sinistra non ha perso occasione per accodarsi ai difensori dello status quo e dei privilegi esistenti. Del resto, non c’è da sorprendersi. Nel corso dei decenni i comunisti hanno conquistato la cittadella del potere evitando di stare al governo. Partendo dal sindacato, hanno via via conquistato l’egemonia intellettuale attraverso l’occupazione di scuola, università, giornali, case editrici, radio e televisione, per poi estendere il loro potere in settori nevralgici dello Stato come la burocrazia e da ultimo la magistratura. Aggiungiamoci banche e Presidente della Repubblica e il gioco è fatto. E questo spiega perché in un sistema istituzionale dal governo debole, il potere reale continua a rimanere nelle mani della sinistra, nonostante il parere contrario più volte espresso dagli elettori.

Insomma, che al solo sentir parlare di riforma della pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola e dell’università la sinistra alzi le barricate è politicamente comprensibile, benché del tutto ingiustificabile. Quel che si fa fatica ad accettare è la solita, stucchevole presa di posizione di Futuro e Libertà, che ormai gioca apertamente allo sfascio, incurante di qualsiasi ipotesi di riforma in qualsivoglia settore e incurante delle conseguenze che sui mercati comporta l’instabilità governativa provocata da Fini e i suoi sottopancia. Ma quel che mi ha dato più fastidio è stato vedere sui tetti una persona come Benedetto Della Vedova, fino a pochi mesi fa liberale e oggi mero nichilista, come tutti coloro che vengono trascinati nel vortice della guerra politica, nella quale è il bersaglio quello che conta e non ciò che si propone.

In ogni modo, anche nel caso della riforma universitaria emerge lo spirito corporativo che attanaglia l’Italia. Le proteste sono sempre all’insegna della difesa di chi eroga il servizio, mai di chi ne usufruisce. Anche l’immancabile Presidente della Repubblica Napolitano non poteva esimersi dal bacchettare il governo per i tagli alla cultura, aggregandosi alla vulgata dominante della spesa pubblica, il cui mantra è più si spende (pardòn, si investe!) e più il servizio è migliore. Perché i casi sono due: o questi signori sono fuori dal mondo, o sono in malafede. Io propenderei per la seconda ipotesi, poiché loro sono i primi a sapere che spendere soldi in qualcosa che non funziona non significa investirli, ma sprecarli. Come tutte le burocrazie, anche quella universitaria riesce a pensare solo a come risolvere i propri problemi e, al di là di qualche professore bravo e volenteroso (e ce ne sono), è del tutto priva di un approccio imprenditoriale che la metta in condizione di porsi nell’ottica dei suoi clienti, ossia gli studenti, il cui reale profitto universitario non si misura tanto dai voti conseguiti, quanto da ciò che essi riusciranno a fare una volta laureati. Per capirci, in Italia mancano del tutto figure come i fund raisers e i cercatori di talenti, che le imprese mandano nelle università così che, già prima della tesi di laurea o anche prima della scelta dei corsi, gli studenti vengono aiutati a orientare il proprio lavoro in funzione delle aziende che li dovranno assumere, con mutuo guadagno per tutti. Invece, in Italia ci si batte per il posto di ricercatore a vita, quando nei paesi civili, dopo pochi anni il ricercatore è destinato a lasciare l’università, vuoi perché non ha prodotto nulla di importante, ed è giusto che cambi mestiere, vuoi perché ha prodotto qualcosa di importante, e allora le imprese se lo contenderanno a suon di lauti compensi. Cosa che un tempo accadeva, e che la “democratizzazione” delle cattedre ha di fatto eliminato, trasformando professori e ricercatori in burocrati, la cui carriera si sviluppa prescindendo da qualsiasi criterio meritocratico.

La riforma del ministro Gelmini, pur tra mille difficoltà, va nella direzione giusta. Però, dispiace sentirla rivendicare con orgoglio il fatto che con la sua riforma le tasse universitarie non vengono aumentate. Con buona pace della sinistra italiana che accusa il governo italiano di esser l’unico che taglia le risorse per l’università, il governo inglese, non solo ha tagliato, ma ha anche aumentato le tesse sfidando la piazza. Inoltre, in un paese in cui, a causa di un’istruzione unicamente teorica le imprese non riescono a reperire figure tecniche specializzate, l’aumento delle tasse universitarie non potrà che fare del bene indirizzando persone ancora sufficientemente giovani verso attività di cui c’è bisogno evitando una percorso universitario non sempre utile. Infine, il mancato pagamento per intero delle tasse universitarie ha carattere regressivo, poiché l’università è comunque frequentata da quei ceti abbienti che possono permettersi di ritardare l’entrata nel mercato del lavoro. Di conseguenza, gli studi dei ricchi sono finanziati con le tasse dei più poveri. Se proprio si vuole essere veramente democratici, ci si limiti a istituire borse di studio per studenti poveri e meritevoli. Riguardo alle proteste ci sono a prescindere, tanto valeva fare una riforma veramente incisiva togliendo il valore legale del titolo di studio e dando autonomia vera agli atenei, con conseguente obbligo di alzare le tasse da parte di quelli con conti in disordine. Così, almeno, i comunisti avrebbero fatto casino per qualcosa.

 

(La Voce di Romagna, 27/11/2010)

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