Nulla fa più cattivo odore della bontà andata a male

Nell’Ottocento, Henry David Thoreau diceva: «Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo». Insomma, nulla fa più cattivo odore della bontà andata a male, e quel che è andato in onda su Rai Tre lunedì sera, di odore cattivo ne faceva, e pure parecchio.

Il duo Fazio-Saviano ci ha propinato una melassa buonista, indigesta quanto subdola. Riguardo a Fabio Fazio, il suo cognome dice tutto: un’abbreviazione di fazioso. Non urlante, ma con il sorriso sulle labbra e senza farsi mancare quel tocco di viscidità quando, in coppia con Luciana Littizzetto, lascia a lei il compito di sparare bordate (sempre a destra), salvo fingere di fare il pompiere con i suoi “no, ma cosa dici” conditi da un sorrisino ebete, in uno squallido gioco delle parti nel quale lui non si prende mai la responsabilità di quel che fa dire ai suoi ospiti. Saviano, invece, è la figura più subdola e pericolosa. Accreditatosi presso il grande pubblico per una meritoria battaglia contro la camorra, combattuta con la penna (o la tastiera, se si preferisce), ha purtroppo scelto di spendere quel bonus di credibilità coraggiosamente conquistato al servizio di poteri forti che da sempre fanno il bello e cattivo tempo nel nostro paese.

Nella figura che Saviano è diventato c’è un qualcosa di molto pericoloso. Quell’atteggiarsi a guru ha un che di totalitario, pur se non violento, tipico di chi si sente depositario del bene assoluto e di chi sta lassù, nell’alto dei cieli ben al di sopra degli uomini di buona (o cattiva, secondo lui) volontà. Tanto al di sopra da non accettare un briciolo di contraddittorio, perché il monopolista del bene sentenzia, non discute, dall’alto del fatto che è scortato 24 ore su 24. Peccato che anche comuni mortali come Vittorio Feltri, nei confronti del quale Saviano ha emesso la sua fatwa, siano nella stessa situazione, ma non si ergono a martiri sugli schermi della tv pubblica. Fortunatamente, il nostro non dispone dei mezzi dello Stato come accade a chi se ne appropriò, in maniera violenta o democratica, nel corso del ventesimo secolo. Ma certe derive buoniste celano in sé un potenziale distruttivo enorme. In virtù del suo coraggio unanimemente riconosciuto, Saviano si sente in diritto di sparare sentenze contro chiunque, coscio di poter esercitare, dall’alto del suo consenso, di un potere di interdizione assoluto: chi è destinatario della bolla savianea è scomunicato, è il male e va esposto al pubblico ludibrio. Peccato, però, che Saviano, gratta gratta, si scopre essere il solito giacobino, e per di più anche parecchio ignorante, come dimostra la sua citazione del tutto fuori luogo di Gianfranco Miglio. Di Gomorra, infatti, Saviano enfatizza l’aspetto imprenditoriale, in un paese in cui la figura dell’imprenditore necessità semmai di essere sostenuta. Non dà giusto risalto al fatto che le mafie campano di appalti pubblici o, come la n’drangheta, si siano sviluppate grazie ai fondi europei per la produzione dell’olio elargiti a partire dal 1967.

Sì, insomma, Saviano non è quel rivoluzionario che potrebbe essere. In lui manca la denuncia dell’eccessiva presenza dello Stato nell’economia come maggiore causa del prosperare della criminalità organizzata nel Mezzogiorno. Come in ogni concezione totalitaria che si rispetti, analisi, cause e rimedi a ciò che non va lasciano il posto alla ricerca di un cattivo, bastonato il quale ogni problema è risolto. Naturalmente, la scelta del cattivo è sempre a discrezione del Saviano di turno. Un cattivo che, oltre a comprendere le varie mafie, sulla cui malvagità tutti sono d’accordo (almeno al nord), ha come complice chi di volta in volta stabilisce Saviano. Lunedì sera era la Lega, poi sarà il turno di Berlusconi e dopo di lui di tutti coloro che Saviano riterrà meritevoli di scomunica. Ma questo modo di ragionare, marchio di fabbrica del quotidiano su cui Saviano scrive (Repubblica), e divenuto imperante in seguito a tangentopoli, non contempla l’esistenza di interessi o visioni ugualmente legittimi, ma una demarcazione netta tra onesti e disonesti, la cui patente, però, è concessa dai vari Scalfari e Saviano. E se la divisione è tra onesti e disonesti, allora il dibattito pubblico non è basato su un confronto costruttivo tra soluzioni differenti ai problemi del paese, ma finisce inevitabilmente per essere monopolizzato da un moralismo a senso unico nei confronti dei nemici di questi moderni Savonarola mediatici. Ma come diceva saggiamente Montaigne: “Chiunque si propone di soltanto di tagliar via quello che lo fa soffrire, rimane a mezza strada, poiché il bene non succede necessariamente al male; un altro male può succedere ad esso, e peggiore”.

Nella Fattoria degli animali, George Orwell descriveva molto bene la tendenza dei maiali più uguali degli altri a imputare agli altri quei comportamenti riprovevoli da loro stessi messi in atto. E questo vale oggi per quanto riguarda censura e libertà di stampa, di cui Fabio Fazio è un paladino agguerrito. Peccato che, come ha fatto notare Striscia la Notizia, proprio durante la sua trasmissione, in occasione dell’esibizione canora del compagno Benigni, il nostro paladino dell’anti-censura abbia fatto tagliare dalla messa in onda (ossia ha censurato) proprio quel pezzo dell’esibizione di Benigni in cui si rivelava che la trasmissione di Fazio veniva prodotta dalla berlusconiana Endemol. Per cui, quando sentiamo un comunista o un giacobino gridare contro la dittatura o la censura in arrivo è il momento di alzare la guardia: non fanno altro che denunciare ciò che in realtà hanno in mente di fare.

 

(La Voce di Romagna, 18/11/2010)

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  1. #1 di sgrz il novembre 20, 2010 - 5:09 pm

    è giusto dare diritto di replica a Maroni.

    Saviano ha citato fatti e dall’alto dei suoi 9 milioni di telespettatori non ha nulla da temere.

    Rifiutare il confronto significherebbe dare l’inpressione di non essere in grado di sostenerlo

    In 9 milioni davanti alla tv per Fazio e Saviano

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