Gianfranco Fini, la contraddizione vivente

Gianfranco Fini ha lanciato il suo partito di destra moderna in quel di Bastia Umbra (Perugia). Una destra la cui unica certezza è un anti-cattolicesimo feroce e oltranzista. Una sorta di ideologia neo-massonica in salsa zapateriana, con una spruzzatina di parenti raccomandati in rai. Del resto, cosa attendersi da un personaggio a tal punto privo di idee da non rendersi conto di quante contraddizioni e di quanti voltafaccia sia impregnata la propria azione politica.

Soffermiamoci solo su alcune, perché altrimenti non basterebbero tre quotidiani interi. Parla di destra moderna e rimpiange Moro e Berlinguer. Blatera di unità nazionale e sfascia l’unico partito nazionale rimasto, il Pdl, per dar vita a una Lega del sud. Sbraita, e magari con qualche ragione, contro la leadership carismatica di Berlusconi e nel simbolo di Futuro e Libertà campeggia il nome di Fini a caratteri cubitali. Giusto per far vedere chi è il dittatore unico dentro al suo partito. Del resto, anche in An era il capo indiscusso, nonostante la sua leadership ultradecennale avesse portato il partito a cocenti sconfitte (politiche 1996, europee 1999) e a perdere del tutto la sua identità di partito conservatore. Rimprovera Berlusconi di non avere il senso delle istituzioni. Vero. Eppure lui ha fatto ancor peggio, usando la presidenza della Camera dei deputati per i suoi porci comodi come nessun altro presidente della Camera aveva mai fatto in passato. Inoltre, chiede a ministri e sottosegretari di Futuro e Libertà di rassegnare le dimissioni nelle sue mani di Presidente della Camera. Anche qui, come rispetto delle istituzioni non c’è male, e a tal riguardo diventano assordanti i silenzi del Presidente della Repubblica Napolitano, solitamente loquace quando si tratta di tirare stilettate contro Berlusconi e il centrodestra. Fini ciancia di legalità e moralità, e invita un responsabile Rai nel suo ufficio di Montecitorio (che rispetto delle istituzioni!) per intimargli di piazzare la suocera, come autrice di programmi a oltre un milione di euro l’anno. Suocera che, prima di conoscerlo, l’unica esperienza che aveva di televisione era si è no quella di aver cambiato canale in quella del suo salotto. E lo stesso vale per i suoi sottopancia Italo Bocchino, con la moglie proprietaria di una società che produce programmi per la Rai, e Luca Barbareschi, che alla proposta del suo stesso partito di privatizzare la Tv pubblica è sbottato, perché anche lui produce fiction per Mamma Rai. E si sa, i denari pubblici fanno sempre comodo. Anche a chi predica il cambiamento.

Invoca senso di responsabilità e mina la stabilità dell’esecutivo, nonostante siano prossime aste di titoli pubblici, il cui rialzo dei tassi di interesse conseguente all’instabilità del governo da lui creata minaccia seriamente di mettere a rischio i conti dello Stato, stante l’arcinota forte incidenza della quota interessi sui nostri conti pubblici. Aveva detto che se fosse venuto a conoscenza che Giancarlo tulliani era il proprietario della casa di Montecarlo si sarebbe dimesso. Forse sarebbe ora di informarlo della cosa. Vuole disarcionare il Cavaliere, eppure gli chiede di dimettersi, senza nemmeno la fatica di sfiduciarlo in Parlamento. Come dire, poiché ti voglio morto (politicamente, s’intende), mi faresti il piacere di suicidarti? Abbia almeno il coraggio di premere il grilletto. Da tempo è diventato un anticattolico ferocissimo, eppure ammicca a Casini e cita il Papa, quando afferma che “La spazzatura non è solo nelle strade, ma nelle anime e nelle coscienze”. Forse, dopo aver sentito il Papa parlare di coscienze avrà pensato: “Di sicuro non ce l’ha con me”.

Ma, mi chiedo io, che fiducia si può avere in un soggetto che ha buttato nel water tutte le sue convinzioni da quando ha conosciuto la Signorina Tulliani, ex amante del pluri-inquisito Luciano Gaucci (sempre per restare in tema di legalità e moralità)? Elisabetta Tulliani che, per inciso, nel 2004 (sempre accompagnata da Luciano Gaucci) si presentò da Sandro Bondi, allora coordinatore di Forza Italia, per chiedere se c’era un posto in lista per le Europee di quell’anno, sentendosi ripetere che quanto a quote rosa le caselle erano piene. Quelle quote rosa che cinque anni dopo verranno bollate, non senza qualche ragione, come “velinismo” da Sofia Ventura, intellettuale di punta di FareFuturo, la fondazione che fa capo proprio a Gianfranco Fini. Vuole una destra moderna, Fini? Allora perché si batte per la strenua difesa dei valori della nostra costituzione, che è la più completa e totale negazione della modernità? Parla di liberalismo, ma il suo è un movimento pieno di sostenitori che fanno affari con lo Stato.

Ma quel che sconcerta è l’incapacità di Fini di approcciarsi alla realtà. Berlusconi è il male assoluto? Cavolo, ci ha messo 16 anni per accorgersene! Niente niente, siamo un po’ tardi di comprendonio? Come ha ben rilevato Mario Sechi sul Tempo dell’8 novembre: “Tutta la retorica finiana è un pasticcio politico frutto di letture ben confuse, scarsa conoscenza del Paese reale e una disinvoltura istituzionale ben più grave dei fatti di mutande del premier”. Fini invoca il cambiamento, ma le sue sono le logiche più abbiette della partitocrazia della prima repubblica. Invoca moralità ed è pronto a fare un governo degli sconfitti con chiunque pur di distruggere l’odiato Cavaliere con cui si è alleato alle ultime elezioni. Sempre Mario Sechi, arguisce come se il putsch restauratore di Fini andasse in porto “Il voto degli elettori sarebbe una formalità concessa con fastidio e avremmo di fronte a noi uno scenario in cui la forza centrifuga della Lega sarebbe tale da spaccare il paese in due”. Niente male per chi si fa paladino dell’unità nazionale.

 

(La Voce di Romagna, 10/11/2010)

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