Lo spauracchio delle élites stataliste

Come previsto, la batosta per Obama è arrivata puntuale. Le dimensioni della sconfitta sono rilevanti, anche se, va detto, qualche attenuante non manca. Attenuante legata, naturalmente, a una crisi che il presidente americano si è trovato a dover gestire e della cui insorgenza non porta colpa alcuna.

In ogni modo, lui ha riconosciuto la sconfitta. Del resto, come ha sottolineato Pier Luigi Battista sul Corriere della Sera di ieri, in America, a differenza di quanto accade in Italia, le persone sono molto meno restie a prendersi le responsabilità delle sconfitte, e a rispettare il responso delle urne senza polemiche inutili e patetiche su complotti e presunte inadeguatezze del corpo elettorale. Ma, come sempre, quel che dà fastidio nelle elezioni americane sono gli sproloqui dei commentatori italiani, il cui provincialismo salta sempre fuori, anche se hanno girato il mondo. Dal pur bravo Federico Rampini di Repubblica a Giuseppe De Bellis del Giornale è sconsolatamente lunga la fila di chi ha etichettato come di populista il Tea Party, il movimento che ha portato i Repubblicani a vincere queste elezioni, costringendoli a porsi su posizioni anti-establishment. Perché populista? Secondo il giornalista collettivo italiano, è populista chi imposta una campagna elettorale all’insegna di una rigorosa intransigenza nel chiedere una minor presenza dello Stato nell’economia (e non solo). Certo, dal punto di vista strettamente tecnico, la scienza politica qualifica come populisti coloro che si appellano direttamente al popolo bypassando le burocrazie politiche, ma questo appellativo nasconde in sé una trappola semantico-ideologica che falsa il discorso in partenza.

Negli ultimi 150 anni, le scienze sociali hanno preso una china illiberale tesa a legittimare tutto ciò che portava ad accentrare il potere nelle mani dello Stato, soprattutto in quelle sue branche tecnocratiche prive di legittimazione popolare, come le banche centrali e le aziende statali o partecipate da enti pubblici. Per questo, populisti sono indifferentemente personaggi come De Gaulle, Reagan e Berlusconi. E se per quest’ultimo il termine calza a pannello, per gli altri due (soprattutto Reagan) il discorso non vale. Riguardo a Berlusconi, l’appropriatezza dell’appellativo populista è dovuta più che altro alla demagogia di cui ha intriso il suo modo di agire e di comunicare nei suoi otto anni di governo, non il fatto che si rivolga direttamente agli elettori e al popolo cercando di bypassare la tante, troppe intermediazioni politico-burocratiche che stanno mandando a picco il paese. Sì, perché l’aggettivo populista è diventato una sorta di spauracchio agitato dai difensori dello statalismo a oltranza, per decenni assoluti dominatori nel mondo della cultura, e non solo in Italia. Infatti, uno degli slogan dei candidati del movimento Tea Party era “Io non ho studiato a Yale”, slogan piuttosto esplicito nel denunciare i sepolcri imbiancati dello statalismo da troppo tempo presenti nei meandri del potere accademico americano. E se questo avviene negli Stati Uniti, dove comunque una certa riscossa conservatrice c’è stata negli ultimi 30 anni, è facile immaginare quel che avviene in Italia, che quella riscossa non l’ha mai conosciuta.

Infatti, da noi la fine del berlusconismo non sta portando come logica conseguenza l’idea di abbandonare le politiche accentratrici e stataliste dei governi di centrodestra, del tutto antitetiche a ciò che Berlusconi proclamava nel corso delle campagne elettorali. Il dopo-Berlusconi, si prospetta ancor meno liberale. Del resto, anche negli otto anni di regno berlusconiano la domanda di riforme liberali è sempre stata fiacca, per non dire inesistente. E nel resto d’Europa le cose non vanno tanto meglio, come dimostrano le proteste contro Sarkozy in Francia e contro Zapatero in Spagna, giusto per fare due esempi. A distanza di 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, per le élites italiane ed europee gli slogan del Tea Party restano qualcosa di inconcepibile. D’altro canto, di che sorprendersi. Le nostre élites intellettuali sono il prodotto di università pubbliche in cui l’intervento dello stato è magnificato, se non altro per motivi di pagnotta. E se il popolo è in parte scusabile, perché in Italia un contesto liberale non è mai esistito, le élites intellettuali non lo sono. Si sono comportate, e continuano a comportarsi da servi del potere, quali esse sono. Difendono uno status quo che ha l’unico “merito” di preservare i loro privilegi e che consente loro di esercitare influenza e ottenere quel prestigio che per molti intellettuali è un’autentica droga.

Purtroppo, uno sviluppo consistente di movimenti come il Tea Party in Italia è al momento impensabile. Oddio, dei Tea Party italiani stanno nascendo, ma quanto grandi potranno diventare? Negli States sono nati come movimento di popolo in un paese nel quale essere conservatori significa essere essenzialmente jeffersoniani e vedere istintivamente nello stato il proprio nemico. In Italia, invece, essere conservatori significa elemosinare aiuti dal politicante o dal notabile di turno. Insomma, laddove il popolo è abituato a chiedere più libertà, gli anticorpi contro lo statalismo di demagoghi come Obama esistono, ma dove il popolo è abituato a baciare la mano dei potenti, come qua da noi, i demagoghi come Silvio Berlusconi possono permettersi di non mantenere le promesse fatte, e perfino scadere in comportamenti squallidi come quelli di questi giorni, senza pagare dazio.

 

(La Voce di Romagna, 6/11/2010)

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