Gli errori di Silvio l’antipolitico, ma il dopo non si preannuncia migliore

I resoconti della giornata di mercoledì parlano di un Silvio Berlusconi demoralizzato e adirato coi suoi, che dopo aver sbagliato i conti (per difetto) su quanti avrebbero seguito Gianfranco Fini, li hanno sbagliati un’altra volta sulla ormai famosa quota 316, quella che si sarebbe dovuta raggiungere (senza i finiani e l’Mpa) per l’autosufficienza alla Camera.

Il fatto che Berlusconi si sia ridotto a elemosinare 316 voti di riffa e di raffa, la dice lunga sulla situazione. Anche se con la campagna acquisti si fosse raggiunta quota 316, i finiani avrebbero potuto tranquillamente bloccare tutto nelle commissioni e porre ostacoli di ogni tipo. Salvo colpi di scena, l’impressione è che il Cavaliere sia arrivato al capolinea e il turbinio di avvoltoi che volteggia sulla sua testa si fa ogni giorno più intenso, con i sondaggi che volgono al peggio. Purtroppo per lui, dopo la vittoria alle regionali Berlusconi ha commesso troppi errori. Errori gravi, che denotano come lui in questi 15 anni non sia riuscito a entrare in sintonia con la politica.

Berlusconi è e rimane uomo d’azienda. Lo è quando dice, pur non senza ragione, che a lui basterebbero 30 persone con cui lavorare e gli altri 500 e passa, fra deputati e senatori, culo sulla sedia e dito sul pulsante. Come a dire: 30 persone, e il resto ad assolvere quell’”inutile” funzione che è la ratifica parlamentare di decisioni prese dal governo. Soluzione, questa, che se da un punto di vista prettamente democratico si presta a più di una perplessità, da quello dell’efficienza ha ben più di un argomento a favore, soprattutto in un momento delicato come questo per il paese, che proprio nella sua macchina statale e parastatale ha i suoi punti deboli e in essa ha un bisogno di riforme profonde e in tempi rapidi. Peccato, però, che la politica non segua le logiche aziendali, e questo non solo in Italia. Infatti, Il politico come professione non è un libro scritto da un italiano, ma dal tedesco Max Weber. Per questo, è inutile che Berlusconi pretenda obbedienza assoluta, per quanto si circondi di signorsì. Il politico, come l’uomo d’affari, vuole anch’egli far carriera, coltivando i propri elettori, prendendosi cura dei loro interessi e se questi non collimano con quelli del capo, ecco che i dissidi sono inevitabili. Riguardo allo scontro tra Berlusconi e Fini, era inevitabile arrivare al divorzio, poiché l’idiosincrasia del secondo per il primo era già evidente dal 2007. E se è vero che, nei fatti, è stato Fini a creare le premesse per arrivare alla rottura, è altresì vero che Berlusconi ha scelto forme e modi sbagliati per sancire la rottura. E in casi come questa la forma è anche sostanza. Infatti, in politica non si può buttare fuori chicchessia come se lo si sbattesse fuori da un consiglio d’amministrazione di un’impresa. Berlusconi avrebbe dovuto convocare un congresso straordinario per contarsi e stabilire l’indirizzo politico del partito. Invece, si è deciso in quattro e quattr’otto di espellere Fini, con l’”amara” sorpresa che i deputati pronti a seguirlo, invece di una ventina scarsa, sono stati 33.

Insomma, Berlusconi raccoglie i risultati della propria insipienza politica. Tanto bravo nel raccogliere consensi, non lo è altrettanto nello sfruttarli. Pur essendo portatore di molte ragioni, non riesce a farle valere, perché sbaglia modi e, soprattutto, tempi della sua azione politica. Da uomo d’azienda che è abituato a decidere e a fare, non può che vivere male tutte le manfrine che la politica impone. Manfrine che fanno sì parte della politica, ma che in Italia sono decisamente eccessive, per via di un apparato statale inefficiente e ordinamento politico che rende, nei fatti, impossibile l’attività di governo. Purtroppo, in Italia, possiamo cambiare il guidatore, ma è la macchina che non va. Guidarla da solo è impossibile, perché ogni due per tre serve qualcuno che scenda a spingerla. E si sa che scendere a spingere non piace a nessuno e si preferisce sempre rimanere al posto di guida a girare il volante. Da qui le liti continue nelle maggioranze di governo.

L’avventura di Berlusconi sembra giungere al termine. Da più di una persona ho sentito che con lui si toglierebbe il tappo che blocca la politica, e questo è senz’altro vero. Facendo le debite proporzioni, anche l’autocrazia zarista faceva da tappo all’evoluzione politica della Russia di inizio ‘900. Infatti, una volta via lo Zar, la politica ha preso a correre, ma dall’autocrazia si passò al totalitarismo. In Italia, Berlusconi non è un autocrate e i suoi oppositori (dentro e fuori la maggioranza) non sono una setta terrorista, ma qualora dovesse cadere vittima di una magistratura politicizzata, lo sbocco del paese verso un regime autoritario sarebbe automatico. Inoltre, l’ipotesi che lui faccia da tappo a uno scenario ancor peggiore è tutt’altro che peregrina anche da un punto di vista più squisitamente politico. Un’ipotesi che, attraverso un ritorno a una legge elettorale senza premi di maggioranza, vedrebbe la nostra politica tornare ai tempi della prima repubblica, con governi brevi e sotto ricatto dei partiti ancor più di quanto accada adesso. Del resto, quasi tutti i leader politici sono politicamente più vecchi di Berlusconi. Da Fini a Pannella, passando per D’Alema, Veltroni, Rutelli, Bossi e Casini, sono tutti ferri vecchi della prima repubblica e l’unica politica che conoscono è quella che hanno imparato a fare allora.

 

(La Voce di Romagna, 1/10/2010)

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