Dopo Mirabello continua la guerra di logoramento

“Il discorso tenuto da Gianfranco Fini domenica a Mirabello non ha riservato sorprese. Da tempo l’ex-leader di An ha tagliato i ponti con il passato, sia sotto l’aspetto programmatico, sia, soprattutto, sotto l’aspetto personale. E quel passato si chiama Silvio Berlusconi, ancor più che Pdl. Fini ha detto che il Pdl non c’è più, il che è vero.

In realtà, il Pdl non è mai nato, perché la rottura con Berlusconi, Fini l’ha consumata sicuramente da prima del famoso discorso del predellino del dicembre 2007, e la sua adesione al partito ha avuto fin da subito una valenza tattica. Lo scopo era quello di crearsi un approdo elettoralmente sicuro per giocare allo sfascio una volta ottenuta la Presidenza della Camera, carica molto ambita da chi ha intenzioni distruttive (vedi Pivetti, Casini e Bertinotti), in quanto, al pari della Presidenza del Senato, comporta il non piccolo vantaggio dell’inamovibilità per tutta la legislatura. Che fare, quindi? Il problema è che tutti quelli della commedia sono attori deboli e la loro politica si ispira al vorrei ma non posso. Tra intenzioni e possibilità l’intervallo è lungo per tutti. Berlusconi vorrebbe mandare al diavolo Fini, ma non avrebbe la garanzia di un immediato ricorso alle urne, come buon senso vorrebbe, e anche qualora ottenesse di andare al voto, l’esito di questo sarebbe per lui senz’altro meno vantaggioso al Senato. Fini, dal canto suo, vorrebbe mandare al diavolo Berlusconi, ma al momento non può farlo, perché il rischio elezioni comunque c’è, e in una competizione elettorale immediata Futuro e Libertà prenderebbe sonori ceffoni. E lo stesso discorso vale per il Pd, che da un’eventuale caduta del governo Berlusconi, con rischio di elezioni, avrebbe molto da rimetterci. Insomma, una lotta tra contendenti deboli vivrebbe di inerzie lente e di logoramenti prolungati in stile Prima Guerra Mondiale, con battaglie di trincea, tanto sanguinose quanto inutili.

Eppure, l’esperienza ci insegna che, in politica, una volta che certe dinamiche (e certi rancori) si mettono in moto, non si fermano laddove vorrebbero i politici che le hanno innescate. Nonostante molti commentatori avessero detto – e giustamente – che una rottura tra Berlusconi e Fini non conveniva a nessuno dei due, la rottura è arrivata. Al momento, la debolezza di tutte le forze politiche sta tenendo in piedi il governo Berlusconi, perché sia le elezioni sia un governo tecnico converrebbero a pochi, ma le dinamiche di scontro innescate da Fini finiranno inevitabilmente per far saltare il governo, con un esito incerto per molti. Purtroppo, la situazione attuale è lo specchio delle nostre istituzioni, contrassegnate da tanti contrappesi, ma da nessun peso. Chi dovrebbe governare non ne ha le possibilità, mentre chi si vuol mettere sulla sua strada ne ha infinite. Ci si barcamena su modifiche della legge elettorale, quando quella attuale riesce ad adempiere alla sua funzione nel migliore dei modi, ossia quella di assicurare maggioranze nette, mentre si finge di non capire che la rottura che si sta consumando è interna a un partito come ai tempi della Dc, e perciò non è dovuta al meccanismo elettorale. La verità è che se non si modifica la costituzione dando più poteri al capo del governo, questo sarà sempre in balia dei partiti, compreso il suo. Come detto, al capo del governo la costituzione frappone mille ostacoli. Per chi, come Berlusconi (ma anche come Prodi), è abituato a decidere, è alquanto frustrante dover venire costantemente a compromessi al ribasso con personaggi che non hanno mai fatto nulla in vita loro se non fare politica come Bossi, Casini, Follini e Fini da una parte, o Bertinotti, Mastella o Pecorari (Scani e non) dall’altra.

Personalmente, ritengo che, nonostante tutto questo, l’esperienza di Silvio Berlusconi sia giunta al suo punto d’approdo. Più di così non riesce a fare. Gestisce l’esistente e non riesce a incidere come riformatore. Quel che lo fa sopravvivere è l’ignominia dei suoi avversari politici, dentro e fuori la maggioranza. Dove lui conserva, più che la sua forza, la sua necessità, è proprio nel suo populismo, talvolta demagogico e un tantino cialtrone. È proprio nel suo appellarsi direttamente al popolo che stanno le ragioni della sua battaglia, benché lui il popolo l’abbia assai più spesso “pascolato” che governato. Ma i veri ostacoli alle riforme, in Italia non vengono dal populismo del premier, bensì dalle resistenze di poteri non elettivi come magistratura, burocrazia alta e bassa, intellettuali a libro paga dello Stato, sindacati e corporazioni varie.

Per Berlusconi ben si attaglia il detto di Winston Churchill sulla democrazia come il peggior sistema eccetto tutti gli altri. Per quanto alla frutta, Berlusconi si sta dimostrando il peggior politico italiano eccetto tutti gli altri. Sì, perché i suoi oppositori che insistono tanto sul suo populismo, dicendo (vedi Fini) che governare non vuol dire comandare, in realtà vogliono i voti in bianco per fare e disfare i governi in parlamento come nella prima repubblica. Del resto, di che sorprendersi? Questi signori (ultimi tre presidenti della repubblica inclusi), sono tutti uomini della prima repubblica e, Di Pietro escluso, sono tutti politicamente più datati di Berlusconi. Se lui deve togliere il disturbo perché è “vecchio”, cosa dovrebbero fare gli altri che sono lì da più tempo di lui e che a differenza di lui non hanno i voti degli elettori e sono passati nel corso degli anni di sconfitta in sconfitta? Se lui è un’anomalia, quegli altri cosa sono? Personalmente, di Berlusconi ne ho piene le tasche, ma di lui si può dire quel che Montanelli diceva di Andreotti: “Come governante sarà quel che sarà, ma i nemici se li sa scegliere proprio bene”.

 

(La Voce di Romagna, 7/9/2010)

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  1. #1 di Filippo il settembre 18, 2010 - 9:54 am

    “L’unica mano che ti puoi aspettare dallo Stato è quella che si infila nelle tue tasche”, basta questo aforisma a sintetizzare la miseria morale e culturale del blog.

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