La divisione non è tra destra e sinistra, ma tra nord e sud

In questi giorni resi roventi dalla saga dei Tulliani boys, Elisabetta, Giancarlo e Gianfranco, ai più è sfuggito l’editoriale di Angelo Panebianco del 17 agosto. Il marasma politico in cui versa l’Italia viene assai bene evidenziato dal fatto che “È destino di tutte le forze politiche italiane: partono per fare una cosa e finiscono per fare l’opposto. Ad esempio, i sedicenti «liberali» berlusconiani in realtà sono dei dirigisti, i sedicenti riformisti del Pd in realtà sono dei conservatori e, allo stesso modo, i finiani che volevano fare la «destra moderna e liberale» in realtà faranno la Lega sud”.

Sì, perché è qui il nocciolo di tutto il discorso. Sempre Panebianco sostiene che se rottura sarà, “il casus belli su cui si dissolverà formalmente la maggioranza sarà la giustizia, terreno propagandisticamente propizio per le campagne su temi come legalità e moralità. Ma sarà tutta scena. Se crisi sarà, infatti, la ragione vera avrà a che fare con il federalismo, con la distribuzione delle risorse tra nord e sud”. E ancora: “I finiani sanno bene che i voti dovranno cercarseli al sud. Sanno che avranno successo solo se riusciranno ad imporsi come un’articolazione credibile di quella «Lega Sud» che – ormai è chiaro – non sarà mai un unico partito ma un’aggregazione eterogenea d molti partiti”. Siamo alle solite, quindi. Un paese assai incline all’ideologia come l’Italia, purtroppo, continua a immaginarsi diviso da una linea verticale che separa la destra dalla sinistra, quando, invece, la linea divisoria è sempre la stessa, orizzontale, che esiste da quasi 150 anni, ossia quella tra nord e sud.

Una divisione destinata a durare, soprattutto se continua a persistere quella tra destra e sinistra, le cui asprezze fanno spesso da cassa di risonanza a liti inutili e talvolta datate alla cui ombra la classe politica meridionale sguazza felice. Infatti, tutte le elezione politiche svoltesi nella seconda repubblica hanno visto il centrodestra prevalere al nord (salvo il Trentino Alto-Adige, certe zone del Piemonte nel 1996 o della Liguria), il centrosinistra nel centro (regioni rosse), mentre il sud ha sempre agito da pendolo. Sì, insomma, chi vince al sud governa il paese, il che fornisce una rendita politica cospicua alla classe politica meridionale, che, naturalmente, la fa valere, ostacolando qualsiasi progetto serio di riforme, economiche e istituzionali. A tal riguardo, i risultati disaggregati del referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006 hanno visto al nord i sì al 47,4% contro il 52,6% dei no, ma con Lombardia e Veneto, le regioni più produttive d’Italia, che hanno registrato rispettivamente un 54,6% e un 55,3% di sì, mentre le rosse Liguria ed Emilia-Romagna (dove la gente segue ancora gi appelli dell’ex-Pci), i risultati hanno visto i no attestarsi rispettivamente al 63% e al 66,5%, e nell’iper-assistito Trentino Alto Adige i no hanno avuto il 64,7%, con punte del 76,4% nell’ancor più iper-assistita Provincia autonoma di Bolzano. Nel centro Italia i no hanno raggiunto il 67,7% (2 su 3), nell’Italia meridionale hanno raggiunto il 75% (3 su 4), con punte dell’82,5% in Calabria, mentre nell’Italia insulare i no furono il 70%.

Personalmente, vedo la stella di Silvio Berlusconi appannarsi, e non certo da oggi. Naturalmente ciò non significa che il Cavaliere verrà sicuramente disarcionato, se non altro per la debolezza dei suoi nemici, interni ed esterni. Ma anche qualora ciò accadesse, chi si trovasse a governare al suo posto si troverebbe di fronte alle sue stesse difficoltà. Difficoltà in cui si è imbattuto anche Romano Prodi e i governi della prima repubblica prima di lui, e che consistono in un sistema istituzionale che priva il governo dei poteri necessari a bypassare i veti di un Parlamento spesso dominato dalle peggiori camarille, fra le quali non mancano mai quelle costituite dalle classi politiche meridionali, che fanno di tutto per mantenere il sud povero e corrotto, in modo da trarre il massimo profitto dalla loro opera di intermediazione politica.

Questo, naturalmente, non deve esimerci dal biasimare chi, come la Lega, pur conducendo battaglie condivisibili come quella su immigrazione e federalismo, sta facendo di tutto per assomigliare sempre più alle classi dirigenti meridionali, ostacolando quelle riforme liberali di cui le imprese del nord hanno assolutamente bisogno. Protezionismo, lotta agli ogm e localismo demagogico sono ostacoli non più tollerabili per un paese che si vorrebbe moderno. Così come non è più tollerabile vedere un partito che un tempo minacciò (seppure in modo cialtrone) lo sciopero fiscale, parlare di ronde padane fiscali che battono il territorio impresa per impresa, solo perché è al governo e a spendere i denari pubblici ci sono i suoi esponenti. Perché ai politici, al nord come al sud, e pure al centro, l’abitudine di campare da parassiti con i denari altrui sembra essere sempre in voga.

(La Voce di Romagna, 25/8/2010)

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