Ogni epoca ha i suoi idoli, ma quelli di oggi sono davvero scadenti

La morte di Pietro Taricone avvenuta il 29 giugno di quest’anno ha avuto un’eco mediatica davvero clamorosa. Nonostante la discrezione e la sobrietà dei familiari, giornali e televisioni hanno dedicato ampio spazio alla morte del trentacinquenne ex-concorrente del Grande Fratello, ultimamente affermatosi come attore.

Insomma, ancor più della morte, di clamoroso c’è stato… il clamore mediatico. Segno dei tempi? Sì e no. No per quanto riguarda la partecipazione alle sorti di un personaggio famoso, sì per le dimensioni della partecipazione. Infatti, già dai secoli scorsi la gente comune si è sempre interessata alle sorti di persone ricche, potenti e famose, cercando di immedesimarsi in esse, nelle loro gioie e nelle loro sofferenze. Adam Smith, nella sua Teoria dei Sentimenti Morali del 1759 ce ne fornisce una descrizione chiara e precisa: “Quando consideriamo la condizione del potente in quei colori illusori in cui l’immaginazione tende a dipingerla, ci appare come l’idea astratta di uno stato perfetto e felice. È esattamente lo stato che delineiamo come fine d tutti i nostri desideri, quando sogniamo a occhi aperti o fantastichiamo”. Da qui la soddisfazione che si prova per queste persone, l’approvazione di tutte le loro inclinazioni e dei loro desideri, tanto da pensare che sia un peccato che qualcosa possa rovinare o corrompere una situazione così piacevole. Come ci ricorda sempre Adam Smith: “Arriviamo persino ad augurarci che siano immortali, perché ci sembra difficile accettare che la morte possa porre a un perfetto godimento. È crudele, pensiamo, che la natura li forzi a scendere dai loro gradi elevati a quell’umile ma ospitale dimora preparata per tutte le sue creature”.

Ogni disgrazia che capita ai personaggi famosi suscita nell’animo dello spettatore una compassione e un risentimento infinitamente più forte di quello che avrebbe provato per altri uomini. Inoltre, le sventure dei personaggi famosi e di quelli potenti sono quelle che offrono materia per le tragedie, che più riempiono cinema e teatri, poiché, malgrado ciò che ragione ed esperienza ci suggeriscono, i pregiudizi dell’immaginazione attribuiscono a queste due condizioni una felicità maggiore di ogni altra. E disturbare o porre termine a questo stato di cose che rasenta il piacere perfetto ci sembra la più atroce delle offese. Quasi che l’indifferenza nei confronti delle miserie dei nostri inferiori sia pari all’indignazione che si prova nei confronti della sorte delle persone ricche e famose, il cui dolore è percepito come più straziante di quello provato dalle persone più umili. Tutto questo, perché la reverenza verso di esse da parte dell’uomo comune deriva in buona parte più dall’ammirazione per i vantaggi della loro condizione che dall’aspettativa di benefici da parte loro. Perché se è vero che i loro benefici non possono estendersi che a pochi, le loro fortune interessano a tutti.

Questo sentimento che oggi noi proviamo nei confronti dei personaggi dello sport e dello spettacolo sono i medesimi che ai tempi di Adam Smith si provavano per i sovrani solo perché allora i primi non esistevano. Ma il meccanismo che portava a partecipare alle gioie e i dolori dei re è lo stesso che oggi porta molti di noi a trepidare per le sorti di campioni dello sport e divi dello spettacolo. È la nostra (errata) credenza relativa alla condizione di assoluta felicità in cui vivrebbero queste persone che ce le fa amare; è il sogno di poter anche noi, un giorno, essere in quella che noi immaginiamo essere la loro situazione che ce li fa emulare. Quel che ci dà l’illusione in merito alla loro presunta condizione di perfetta felicità è più l’amore che riscuotono presso il pubblico che i benefici materiali dovuti al proprio rango, nel caso dei re, o al proprio lavoro, nel caso di atleti e divi dello spettacolo. Non così, invece, accade a manager e imprenditori, il cui successo è spesso motivo di invidia, perché questa trova il proprio sviluppo tra eguali. Infatti, mentre il fatto di arricchirsi con attività ritenute dai più divertenti fa di atleti e attori dei divi, il fatto di guadagnare redditi cospicui (pur se inferiori a quelli di divi e atleti) facendo cose da “comuni mortali” è fonte di invidia, poiché a dimostrare che con maggiore impegno e raziocinio é possibile far meglio, finisce per “sporcare la coscienza” dei più.

Rispetto ai tempi di Adam Smith, la partecipazione per le sorti dei personaggi pubblici è la stessa, quel che è cambiato è che oggi esiste un’industria della comunicazione che necessita di creare degli idoli, che possano essere venduti al grande pubblico. Quel che è peggio, però, è che, rispetto non al XVIII secolo, ma a poche decine di anni fa, la qualità dei divi è scaduta, e non a caso in molti durano lo spazio di un mattino. Come il povero Taricone che dopo la sua morte ha avuto una decina di giorni di titoloni all’insegna dell’esagerazione e talvolta del cattivo gusto, salvo sparire immediatamente dopo nel dimenticatoio.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, 5/8/2010)

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