Tagliare le spese e abbassare le tasse è una scelta etica

L’analisi economica dei fatti è uno degli esercizi più scomodi, soprattutto in Italia, vuoi per l’idiosincrasia del Bel Paese verso i numeri, vuoi perché l’economia è una disciplina a suo modo “cattiva”. Le sue leggi (quelle della domanda e dell’offerta) esistono in natura a prescindere dalla volontà umana e questo fa sì che chi analizza i fatti in base ad esse, finisca spesso per passare per cattivo.

Questo è ciò che mi accade spesso nelle discussioni ed è quello che è avvenuto nella lettera inviata alla Voce di sabato dal Sig. Andrea Muccioli, lettera in sé condivisibile e sensata, dove giustamente si sottolinea che “I conti si tengono in ordine con i tagli agli sprechi e non con le tasse”. Esattamente. Il punto è che in realtà si taglia ben poco. Non è un caso che ad alzare la voce siano state proprio le regioni, che a differenza dello Stato i tagli li dovranno sopportare realmente e non in maniera virtuale. Questo non vuol dire attaccare Tremonti, ma cercare di dar spiegazione del fatto che, nonostante negli ultimi decenni la pressione fiscale sia salita il debito pubblico sia aumentato, nonostante le tante manovre. Io ho semplicemente cercato di svelare l’arcano. Inoltre, nel mio articolo del 23 luglio ho sostenuto che questa bruttissima prassi coinvolge i governi di tutti i colori ed è in voga da oltre trent’anni. Sì, insomma, da destra a sinistra, e dalla prima alla seconda repubblica, nulla cambia, con forti disagi per noi tutti, che vediamo le nostre tasche svuotate a fronte di servizi pubblici sempre più scadenti.

E perché nulla è cambiato nemmeno nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica? Evidentemente ci sono delle resistenze che prescindono da Tremonti o da Visco, da Prodi o da Berlusconi. La mia preferenza per “tagli a raffica e riduzioni della pressione fiscale” – per usare le parole del direttore – è dettata solo in parte da una scelta di carattere etico, ma è soprattutto il frutto di un’attenta osservazione dei fatti. L’esperienza ci dice che più il potere politico maneggia denari (per definizione) altrui, più ci sono sprechi, e che quanto più denaro è lasciato nelle tasche dei suoi legittimi proprietari, tanto più sono forti lo sviluppo e la crescita dell’economia. Riguardo al confronto tra centrodestra e centrosinistra, è fuor di dubbio che se l’ultimo governo Prodi insediatosi nel 2006 avesse rispettato la sua scadenza naturale e fosse perciò ancora in carica, oggi l’Italia sarebbe nella stessa situazione della Grecia. Su questo ci sono ben pochi dubbi. L’aumento della pressione fiscale di ben tre punti, unito alla crescita della spesa corrente (basti pensare all’infornata di precari regolarizzati nella Pubblica Amministrazione) da parte del secondo governo Prodi ha anticipato la crisi, contribuendo fortemente a renderla più cruenta. Purtroppo, oggi quell’Italia rischia di tornare al potere nel modo più criminale e truffaldino, grazie all’apporto di Gianfranco Fini, politico da tempo a suo agio nei salotti buoni della politica e da sempre refrattario alla gente comune. Del resto non c’è di che sorprendersi, poiché, come tutti gli uomini totalmente privi di idee, Fini ha finito per cedere alle comode lusinghe degli ambienti più conformisti della politica italiana, cercando di dar vita alla destra che piace alla sinistra che non piace.

Tutto questo sarebbe facilmente liquidabile con un colpo di sole estivo se non fosse per la gravità di questo momento in cui la sinistra e tutto l’etablishment italiano che la manovra stanno combattendo una battaglia campale per la propria sopravvivenza, servendosi di ogni mezzo, dal totalitarismo mediatico di Repubblica all’intervento di una magistratura, ormai a pieno titolo attore del gioco politico, come testimoniano il tentato coinvolgimento del pentito Spatuzza contro Berlusconi e l’ultima inchiesta sulla P3, totalmente priva di riscontri fattuali, ma piena di motivazioni politiche. Purtroppo, oggi siamo costretti a scegliere tra un centrodestra ignorante, illiberale e populista e un centrosinistra totalitario e giacobino, che dalla morte di Enrico Berlinguer avvenuta nel 1984 non fa che seguire l’ideologia di Eugenio Scalfari e del Partito di Repubblica. Un’ideologia che attinge alla peggior cultura antifascista, una cultura illiberale, anti-cattolica e giacobina come quella marxista, ma fortemente anti-popolare, come nella peggior tradizione azionista. Un’ideologia il cui interventismo paternalistico non va a favore delle classi medio basse come (nelle intenzioni) proclamava il Pci, ma è finalizzato a favorire quel sistema di poteri forti composto da burocrazia, sindacati e magistratura, nonché dalle grandi industrie e dalle banche che controllano i maggiori quotidiani del paese. Un’ideologia che non prevede avversari o nemici, ma solo peccatori, che per chi dissente non prevede l’opposizione, ma la l’inferno mediatico prima e la galera poi, in nome di quella battaglia per la legalità, tanto in voga anche tra Fini e soci.

Questo, però, non deve esimere il centrodestra dal fare pulizia al proprio interno, cosa di cui c’è assolutamente bisogno, e dal fare quelle riforme liberali improcrastinabili per cui è sceso in campo, e che Tremonti ha sempre colpevolmente avversato. Riforme che taglierebbero definitivamente le gambe a quell’establishment di cui il centrosinistra difende i privilegi e il cui obiettivo è Silvio Berlusconi in galera. Di modo che la cosa serva da lezione, così che nessuno, in futuro, osi intromettersi negli affari di lor signori.

 

(La Voce di Romagna, 28/7/2010)

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