I pericoli non vengono dalle piazze ma dall’establishment

Da un po’ di tempo a questa parte Giampaolo Pansa, dalle colonne di Libero, scrive articoli preoccupati per il riproporsi, oggi delle stesse condizioni che determinarono le violenze degli anni Settanta. Certo, il clima è da tempo pesante, ma le condizioni per una protesta di massa a sfondo rivoluzionario, secondo me, non ci sono.

Diversamente da allora, molte cose sono cambiate, nella politica e nella società. Alla fine degli anni Sessanta l’Italia era piena di giovani e in pieno boom economico, mentre oggi è un paese vecchio, stanco e dall’economia stagnante; perciò, allora era tremendamente ottimista, mentre oggi è in preda al più cupo pessimismo e vede il futuro sempre più nero. E fu proprio quel mix di vitalità giovanile e aspettative ottimistiche (spesso frustrate) a creare le condizioni e l’humus ideologico per la violenza rivoluzionaria diffusa che caratterizzò il Sessantotto prima e egli anni di piombo poi. Specie se si considera che le crescite economiche rapide e concentrate nel tempo, come quella che ha dato vita al miracolo italiano, tendono a scuotere fortemente le società, scombussolando i piani dei singoli e frustrandone le aspettative. Non a caso, fu proprio dalle università, frequentate dalla parte più benestante del paese, che nacque la protesta violenta; fu dalla frustrazione di aspettative eccessivamente ottimistiche, figlie di un boom rapido e concentrato nel tempo, che crebbe una generazione violenta.

Oggi, invece, abbiamo un’Italia invecchiata, grazie anche alle riforme demagogiche sul mercato del lavoro di quegli anni, che hanno reso difficile l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro e, di conseguenza, la possibilità di mettere su famiglia in tempi rapidi. Mentre allora si lottava per avere qualcosa di più e si aveva la sensazione di non aver nulla da perdere e tutto da guadagnare, e perciò si spaccava tutto se non lo si otteneva, oggi si lotta strenuamente per conservare ciò che si ha e la sensazione è quella di aver tutto da perdere e nulla da guadagnare. All’ottimismo si è sostituita la paura, che, si sa, inibisce, spegnendo sul nascere ogni iniziativa, ma anche i propositi violenti. E questo spiega perché, pur in condizioni economiche di stagnazione che durano da quasi due decenni, non è nato nessun movimento di protesta organico e strutturato.

Tutto bene, quindi? No, perché se è vero che oggi, a differenza di allora, la piazza è un’arma sempre più spuntata, come ha dimostrato il flop del movimento studentesco dell’Onda, è altrettanto vero che coloro che sfilavano per le piazze 30 o 40 anni fa, in maggioranza figli di papà desiderosi di conquistare il loro spazio con ogni mezzo, hanno da tempo raggiunto il loro scopo occupando posti di potere all’interno della burocrazia, dei media, della magistratura, dell’università e della grande industria “che conta”, più brava a trescare con il potere politico che a sfornare prodotti innovativi. Una generazione cresciuta male, facendo danni attraverso la violenza nelle piazze, e invecchiata peggio facendo danni dai posti di potere conquistati, ostacolando chi ha idee nuove e avversando ogni riforma, sia essa della giustizia, dell’istruzione o della pubblica amministrazione.
Del resto, tutte le rivoluzioni e i movimenti rivoluzionari hanno la loro fase orgiastica nel momento in cui la rivoluzione si svolge, per poi normalizzarsi in seguito alla conquista del potere, e impaludarsi in un acquitrino melmoso quando si scopre che le utopie rivoluzionarie non si possono realizzare, per cui tanto vale scendere coi piedi per terra, prendendo magari atto che godere dei benefici del potere contro cui in gioventù ci si è scagliati non è poi così male, specie quando gli anni passano. Ripercorrendo la storia, il primo rivoluzionario dell’era moderna, Lutero, iniziò predicando la povertà e scagliandosi contro l’opulenza della Chiesa, salvo poi, una volta divenuto potente, andare a vivere in una casa con finestre di vetro, allora simbolo del lusso. E che dire dei rivoluzionari francesi, che truffarono il popolo attraverso il sistema degli assegnati, moneta cartacea sganciata dall’oro che in un anno perse più del 90% del suo valore? Per tacere della rivoluzione bolscevica, impaludatasi nei privilegi della nomenklatura nell’era Breznev, o della rivoluzione khomeinista, la cui corruzione governativa dovuta alla centralizzazione dell’economia nelle mani dell’establishment clericale e dei Guardiani della Rivoluzione va dal settore energetico (di cui l’Iran è importatore netto di prodotti finiti, data la sua limitata capacità di raffinazione), ai monopoli su cemento e zucchero, per finire al controllo sul commercio dei pistacchi, di cui l’Iran è famoso nel mondo. E anche i nostri rivoluzionari di ieri, oggi tengono famiglia e privilegi. Ieri volevano distruggere lo Stato, oggi che ne godono i benefici danno addosso a quegli imprenditori che, strozzati dalle tasse, cercano di sopravvivere scappando a un fisco iniquo e vessatorio.

Indubbiamente, c’è di che essere pessimisti e in questo Pansa ha ragione. Ma i pericoli non vengono dalle piazze, ma dall’establishment, dai magistrati che perseguono solo quella parte politica avversaria degli eredi della prima repubblica, dai sindacati, soprattutto del pubblico impiego e in particolare nel settore scolastico, con la guerra alla Gelmini che viene più dagli insegnanti che dagli studenti. Insomma, non è necessario mandare a ferro e fuoco un paese per distruggerlo. Basta roderlo da dentro a mo di tarlo, come fanno quegli ex-rivoluzionari che oggi si annidano gangli del potere, pubblico e privato.

 

(La Voce di Romagna, 18/7/2010)

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