La paura dell’ebreo è la paura del cambiamento

I periodi di svolta e di trasformazione, come quello che stiamo attraversando, sono sempre accompagnati dalla paura dovuta al fatto che sappiamo ciò che stiamo per perdere, senza però sapere ciò che ci capiterà in futuro. Paura che finisce per acuire i nostri pregiudizi, alimentando quelli nuovi e rafforzando quelli vecchi. Riguardo a questi ultimi, il più odioso è quello nei confronti degli ebrei, da sempre bersagli dell’odio più cieco e inveterato.

In ogni modo, i periodi di trasformazione sono anche quelli sui quali è più difficile farsi un’idea di ciò che sta accadendo. Statistiche e resoconti difficilmente si conciliano con le impressioni popolari, troppo teoriche e “logiche le prime, quanto eccessivamente emotive e parziali le seconde. Già agli inizi della Rivoluzione Industriale, ai primi dell’Ottocento, c’erano personaggi come William Cobbett, prima Tory e in seguito radicale, scrittore di opuscoli e propagandista, che abbracciò l’ideologia anti-industrialista, idealizzando il passato attraverso la nostalgia e l’amore per la campagna, e la vita armoniosa del piccolo coltivatore. Suo bersaglio divennero il mondo della finanza e dell’industria che si andava affermando in Inghilterra agli albori del XIX secolo, rappresentato da industriali, banchieri, agenti di cambio e, soprattutto, ricchi ebrei. Come riporta Adam B. Ulam nel suo La Rivoluzione Incompiuta: “L’indiscriminato attacco agli uomini e alle istituzioni aveva sempre lo stesso motivo fondamentale: l’ostilità verso chiunque e qualsiasi cosa che fosse responsabile della trasformazione dell’Inghilterra in società industriale”. Riguardo agli ebrei Cobbett non andava certo leggero: “Mai si sentì parlare di questi parassiti, fin quando in Inghilterra non ebbero inizio le imposte e i prestiti a interesse. Essi sono stati generati da quel sistema fraudolento, come i vermi sono nutriti dalla carne putrida, o come i parassiti vivono nel fegato della pecora ammalata. Questi vili parassiti non lavorano; essi s’interessano solo di affari e il governo, invece di far leggi perché vengano messi alla gogna, o frustati, sembra ansioso di incoraggiarli e di aumentare il loro numero”. Ancor più che verso la razza, gli strali di Cobbett erano rivolti verso l’attività che gli ebrei svolgevano, tanto che suo bersaglio furono anche i quaccheri.

Del resto, lo stesso Marx, nella Questione Ebraica, scritta anch’essa in piena Rivoluzione Industriale nel 1843, esprimeva la sua avversione all’industria, sostenendo che l’ebreo esprime l’essenza della società borghese e perciò è il corriere dei valori capitalistici. E all’antisemitismo di Marx, figlio del radicalismo anti-industriale, faceva da contraltare il filosemitismo dei circoli liberali e affaristici del primo Ottocento in Inghilterra e in Francia, favorevoli all’emancipazione politica e sociale degli ebrei. Al di là e al di sopra dei principi astratti e delle considerazioni religiose, la linea di demarcazione era rappresentata dall’accettazione o dal rifiuto della civiltà moderna e dei suoi valori, simbolizzata dagli ebrei. Allo stesso modo, anche oggi i pregiudizi contro i banchieri e la finanza, per via della crisi in atto e delle trasformazioni imposte dalla globalizzazione, non potevano risparmiare gli ebrei, che in fatto di finanza vantano una lunga tradizione.

Purtroppo, però, i meccanismi della moneta, della finanza e del commercio sono molto difficili da comprendere per l’uomo comune. I grandi guadagni che ne scaturiscono, essendo separati dallo sforzo fisico e dal merito riconoscibile, in quanto privi di un sostrato materiale, sconcertano l’uomo comune e offendono il moralista, poiché entrambi si allarmano nel trovare che tutto questo ha superato la nostra capacità di esaminare e controllare la sequenza di eventi da cui dipendiamo. Eppure, figure come i banchieri e i cambiavalute sono e sono state in passato fondamentali per il funzionamento dei mercati. Basti pensare all’Amsterdam del XVII secolo, allora principale centro commerciale del mondo, grazie anche alla presenza di una nutrita comunità di ebrei sefarditi sfuggita alle persecuzioni dell’Inquisizione spagnola e portoghese. Come ci ricorda l’economista liberale Sergio Ricossa, allora Amsterdam era la città più ricca e fiorente, non grazie allo spirito calvinistico magnificato da Max Weber, ma perché era la patria di ogni confessione religiosa, e questa politica tollerante in fatto di fede ne fece una roccaforte liberale in cui gli innovatori potevano dar sfogo alla loro creatività imprenditoriale. È proprio in città come l’Amsterdam del ‘600 che le comunità ebraiche hanno trovato il loro ambiente naturale, e poiché luoghi come questi sono sempre stati (ahimé!) l’eccezione nella storia umana, non deve sorprendere che l’odio verso gli ebrei rappresenti la normalità. La triste normalità di chi vede le istituzioni del mondo libero come una minaccia e non come la possibilità di rendere la vita sempre migliore.

 

(Le Ragioni dell’Occidente, 1/7/2010)

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