Non si può fare la rivoluzione liberale solo con il marketing

In questi giorni, autorevoli esponenti liberali del Pdl come Marcello Pera e Antonio Martino, seguiti da altrettanto autorevoli commentatori come Ernesto Galli della Loggia e Piero Ostellino, hanno invitato Silvio Berlusconi a darsi una mossa o a prendere atto del suo fallimento politico.

Infarciti di frammenti di Marxismo rimasticato, gli italiani hanno da subito pensato che Berlusconi, in quanto capitalista che si oppone ai post-comunisti, avesse in animo di realizzare riforme all’insegna del più mercato e meno Stato. Invece, così non è stato. Contrariamente a quanto pensano in molti, lui non è sceso in politica per tutelare i suoi interessi. Se avesse voluto farlo sarebbe stato molto più comodo mettere le sue televisioni al servizio della sinistra allora trionfante sulle macerie di tangentopoli, la quale avrebbe senz’altro ricambiato dimenticando i suoi trascorsi craxiani, così come ha dimenticato i trascorsi fascisti di tanti compagni di strada che, una volta caduto il fascismo hanno umilmente e sommessamente bussato alla porta del Pci. Inoltre, Berlusconi ha già dimostrato di avere un animo idealista non da poco quando prese a mano Il Giornale sull’orlo del fallimento nel 1976, momento nel quale migliaia di lettori con Il Giornale sotto braccio venivano aggredite Indro Montanelli era trattato più o meno come un appestato da quel verminaio sinistroso conformista che 20 anni dopo lo incensò solo perché dava addosso al suo ex mecenate (cioè Berlusconi).

Premesso tutto questo, l’esperienza concreta ci ha mostrato che un imprenditore, non sorretto da una profonda convinzione culturale in senso liberale, non è quel che ci vuole in un paese fortemente illiberale come il nostro. Del resto, la mentalità dell’uomo d’affari lo porta sempre perseguire i propri fini con i mezzi più adeguati, e tenuto conto che Berlusconi culturalmente è alquanto deficitario, ecco che l’uomo che era sceso in politica convinto di fare la rivoluzione liberale, e che la cosa fosse facile, ha fallito l’obiettivo. Sì, perché il Berlusconi del 1994 prometteva bene, come dimostra il tentativo di realizzare una coraggiosa riforma delle pensioni. Purtroppo gli mancavano i numeri ed era poco avvezzo ai giochi di palazzo, e una volta finito all’opposizione, da imprenditore ha ragionato in modo pratico. Come nel marketing si insegna che occorre adeguarsi alle logiche del settore in cui si opera, Berlusconi si “adeguato” a quelle del mondo politico, dove lo scopo è vincere le elezioni. Così, Berlusconi è andato incontro ai suoi clienti elettori, con i quali, va detto, ha instaurato un ottimo feeling. Come loro, è un convinto anti-comunista, ma essere anti-comunista è sì condizione necessaria per essere liberale, ma non è sufficiente. E la maggior parte degli italiani è sì anti-comunista, ma lo è per i motivi più sbagliati. Nei comunisti, in molti non vedono tanto degli attentatori alla libertà altrui (tutt’al più alla propria pelle), ma dei rompiscatole che attentano i propri privilegi. Del resto, l’Italia è un paese nel quale la concorrenza è bandita, e quel che uno ha lo ottiene spesso in virtù di favori e privilegi. Questo ha fatto di quella nostrana una borghesia in gran parte sfruttatrice e collusa con il potere politico, spesso mal disposta verso i dipendenti, tanto da spingerli nelle braccia dei partiti più estremisti com’era il Pci degli anni Venti e Trenta.

Insomma, comunisti e rivoluzionari hanno sempre avuto validissime giustificazioni per lamentarsi, ma pessimi rimedi. E Berlusconi rappresenta fedelmente la borghesia italiana. Più che ladra, infingarda e furbina, attenta solo alla propria famiglia e incapace di andare oltre gli interessi della propria corporazione. Certo, Berlusconi è stato tutto fuorché infingardo, perché il coraggio non gli è davvero mancato, ma quel fare da furbino c’è l’ha tutto, mentre del senso delle istituzioni è del tutto privo. Nelle sue scelte è guidato dall’istinto e dall’intuito che gli permette di restare in sintonia con la gente, ma che si esaurisce presto, mentre è privo della benché minima base culturale in grado di dare costanza e coerenza alla propria azione. Mrs Thatcher, nei suoi comizi, alzava libri di Hayek e Friedman, citando frasi e sforzandosi di far capire alla gente perché i carrozzoni statali e la mancanza di concorrenza che permeavano la Gran Bretagna degli anni Settanta, stavano affossando il paese. Berlusconi, più in là della frase a effetto (spesso banale) e della barzelletta non va. Fare la rivoluzione liberale in Italia è impresa titanica, farlo senza basi culturali, poi, è praticamente impossibile, soprattutto per una persona come Berlusconi, che del consenso fa una malattia.

Detto questo, però, la cosa ancor più triste è che a Berlusconi dobbiamo comunque un grazie infinito, perché dall’altra parte abbiamo i fascisti con l’anti davanti, capitanata dal gruppo Espresso-Repubblica, che concepisce il bipolarismo politico, non come una lotta tra opposti interessi o visioni ugualmente legittimi, ma come una lotta tra onesti e disonesti nella quale solo uno è legittimato a governare e l’unica opposizione ammessa è quella che sta in galera. Quell’Italia laica, democratica antifascista e dalle “mani pulite” che, per dirla con Piero Ostellino: “scende in piazza a dire “intercettateci tutti” e a invocare l’Ovra, la Stasi, lo stato totalitario”. Quell’Italia rossa che il crollo del Muro di Berlino aveva ridotto a più miti pretese e che Mani Pulite ha rinvigorito trasformandola in una falange giacobina di procuratori da tribunali del popolo, che all’Italia un po’ cialtrona, ma comunque produttiva che vota Berlusconi e Lega sa opporre solo le manette e un odio senza limiti.

 

(La Voce di Romagna, 30/6/2010)

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