Figli di papà, merito e libero mercato

La sortita in tribunale del senatore del Pdl Filippo Berselli e le polemiche che ne sono seguite in merito al concorso tenutosi al Policlinico Sant’Orsola di Bologna, che ha visto tra i vincitori “annunciati” e “confermati” Matteo Ravaioli, figlio di Alberto Ravaioli, sindaco di Rimini, nonché noto e rinomato oncologo.

Sulla Voce di Romagna di martedì 25 maggio, Davide Brullo ha avuto il merito di affrontare il tema in modo originale, sostenendo che a forza di garantire l’uguaglianza corriamo il rischio di perpetuare assurde discriminazioni. Inoltre, Brullo rivendica giustamente il diritto dei figli di papà a fare carriera, naturalmente a patto che il concorso sia regolare, nel qual caso si faccia lavorare Matteo Ravaioli, e sé bravo, perché no, applaudiamolo. In ogni modo, non è un caso che episodi come questo accadano soprattutto nel settore pubblico. Ma a ben vedere, anche il settore privato è aduso a certe pratiche, specialmente nei settori in cui la concorrenza difetta, come in quello delle professioni, nel quale non è raro vedere come i nomi più autorevoli siano sempre gli stessi, di generazione in generazione. Possibile che a un notaio, una volta morto e rotti i sigilli, subentri quasi sempre il figlio, nonostante il numero chiuso degli entranti anno per anno? Come detto, la causa di queste distorsioni va ricercata nella dilatazione del settore pubblico e nella mancanza di concorrenza presente in molti settori chiave dell’economia privata italiana. Nell’uno e nell’altro caso è possibile, per chi prende una decisione, far ricadere le conseguenze negative del proprio operato su altre persone. Prendiamo il caso della raccomandazione nei posti pubblici. Un professore di un’università statale può far far carriera a figli e parenti indipendentemente dalle loro capacità, tanto le conseguenze della scelta di privilegiare i suoi figli e i suoi parenti non ricade su di lui, visto che a pagare è la collettività.

E lo stesso vale per i settori non esposti alla concorrenza. In questi settori, chi sbaglia, in genere non ne paga le conseguenze, o comunque non le paga fino in fondo. Basti pensare a molte imprese automobilistiche come Fiat e General Motors, che in virtù delle agevolazioni dei rispettivi governi concesse sulla base del too big to fail (troppo grandi per fallire), sono sopravvissute alla bancarotta che il mercato avrebbe loro sanzionato in seguito alla loro cattiva gestione. Del resto, non è un caso che la proprietà di molte di queste imprese, come’è il caso della Fiat, sono state sempre mantenute all’interno della famiglia fondatrice, nonostante più di uno di questi figli di papà non abbia brillato quanto a gestione aziendale. Detto questo, nulla in contrario a che un’impresa o uno studio professionale passi dal padre al figlio. Anzi, in certi casi, essere di famiglia può avere i suoi vantaggi, come quello relativo al fatto che un padre passi i “segreti del mestiere” più volentieri al proprio figlio che a un estraneo, oppure quello per cui un erede designato a ricoprire incarichi direttivi all’interno dell’impresa di famiglia può fin da piccolo prendere confidenza con l’aria che si respira in azienda. L’importante è che in caso di fallimento, l’impresa chiuda oppure, prima che ciò accada, che passi di mano a persone più capaci dei figli di papà e con idee che il mercato reputa migliori.

Purtroppo, l’Italia è una nazione fortemente statalista e assai poco concorrenziale, e non è un caso che in ambito Ocse sia il paese nel quale più di tutti viga il principio in base al quale se uno nasce ricco rimane ricco, anche se è inetto e se nasce povero rimane povero, anche se è capace. Sempre più spesso sentiamo parlare di meritocrazia, ma attenti, per merito l’opinione comune intende il merito morale. Come ben evidenziato da Friedrich von Hayek ne La Società Libera, per ricompensa secondo il merito si intende, in pratica, ricompensa secondo il merito apprezzabile, un merito che gli altri sono in grado di riconoscere e approvare. Dal che si presume che siamo in grado di accertare che un uomo abbia fatto quanto una determinata norma di comportamento esigeva da lui e che il farlo gli sia costato sforzo e fatica. Perciò se sappiamo che un uomo ha fatto del suo meglio desideriamo vederlo ricompensato, qualunque sia il risultato, mentre non riconosceremo alcun merito a chi avrà ottenuto il risultato di recare vantaggio ad altri individui magari grazie a circostanze che riteniamo favorevoli o fortunose. Eppure come ci ricorda sempre Hayek, possiamo giudicare con sicurezza: “Solo in quei casi in cui possediamo tutte le conoscenze di cui disponeva colui che ha agito, incluse quelle relative alla sua abilità e fiducia, al suo stato d’animo e ai suoi sentimenti, alla sua capacità di osservazione, alla sua energia e alla sua perseveranza”. Pertanto, la possibilità di giudicare veramente il merito dipende proprio dalla presenza di quelle condizioni la cui assenza generale è il più importante argomento a favore della libertà.

I premi che una società libera offre per i risultati conseguiti servono a dire a chi lotta per essi quale sforzo valga la pena intraprendere. Il mercato, in generale, offrirà per servizi di ogni sorta il valore che essi avranno per chi ne trae beneficio. E sebbene molti la considerino perfettamente naturale, l’affermazione che nessuno dovrebbe essere remunerato più di quanto gli spetti per il suo sforzo e la sua fatica, è basata sulla colossale presunzione di essere capaci di giudicare in ogni singolo caso come le persone abbiano saputo sfruttare possibilità e talenti a loro disposizione. Inoltre presume che alcuni uomini siano in grado di decidere quanto vale una persona e cosa essa possa realizzare. Presume, quindi, quello che un discorso razionale a favore della libertà rigetta: che noi possiamo sapere e sappiamo tutto ciò che giuda l’azione dell’individuo. Perciò, noi agiamo in base al presupposto che è il valore di una realizzazione umana, ossia l’utilità che essa ha per noi, e non il merito a determinare il nostro debito nei confronti del suo autore, sia esso o no figlia di papà. E questo valore, solo in un mercato libero e concorrenziale può essere determinato in maniera attendibile.

 

(La Voce di Romagna, 28/5/2010)

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