Una manovra necessaria ma piena di paradossi

Negli anni Settanta uscì un film comico-demenziale dal titolo Quattro marmittoni alle grandi manovre, titolo che potrebbe adattarsi bene ai nostri marmittoni di volta in volta al governo, che si cimentano periodicamente in manovre, termine con cui si indicano provvedimenti di finanza pubblica presi per sistemare i conti. Di manovra in manovra, i prossimi ministri dell’economia potremmo sceglierli fra i tranvieri, se poi i conti non tornano, poco male, tanto non tornano neanche adesso.

Come ha giustamente fatto notare sul suo blog l’ex-ministro della difesa e ora deputato del Pdl Antonio Martino, “una manovra correttiva è appropriata quando l’andamento di un sistema economico fondamentalmente sano devia per circostanze imprevedibili dal suo normale andamento. La manovra corregge la deviazione, l’economia riprende il suo normale funzionamento e non sono necessari altri interventi”. E ancora: “Se questo fosse il nostro caso, alla prima manovra non ne sarebbero seguite altre per un lungo periodo di tempo. Ma, come sappiamo tutti, le cose non stanno affatto in questi termini: questi rituali si succedono non meno di una volta l’anno da circa mezzo secolo, e il fatto che debbano continuamente essere ripetuti dimostra che non riescono a correggere gli squilibri che avrebbero dovuto eliminare”. Per anni sono state fatte manovre allo scopo di “accontentare” gli organi di controllo dell’Unione Europea, un po’ come quando si studia per farsi dare il sei dal professore, invece che per imparare. Ora, invece, occorre “accontentare” i mercati, che non sono gentili dispensatori di sei politici, ma pretendono una stabilità di lungo periodo per continuare a sottoscrivere i titoli del nostro debito pubblico a condizioni (per noi) non troppo onerose. Intendiamoci, la manovra messa in atto dal governo italiano era necessaria. Quel che occorre però puntualizzare è che l’esigenza di dette manovre nasce dalle promesse non mantenute, in passato, di realizzare le riforme strutturali di fisco, pensioni, pubblica amministrazione e giustizia, in mancanza delle quali, è certo che avremo sempre necessità di fare ulteriori manovre.

In realtà, di certezza sembra essercene un’altra, ossia quella che queste riforme non verranno realizzate dall’attuale governo, né da un ipotetico governo espressione dell’attuale centrosinistra, nonostante il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti abbia dichiarato che la crisi attuale è «un tornante della storia» più che una «congiuntura economica» e che «l’intensità dei fenomeni che vediamo è storica e sta modificando la predisposizione dell’esistenza, dell’economia e della politica». Buono a sapersi, ma allora, perché ci si limita a voler risolvere una crisi strutturale soltanto con misure congiunturali, pur quantitativamente rilevanti e in questo frangente necessarie? Cosa significa che «l’Italia ha fatto una scelta molto chiara, quella di salvaguardare i livelli di stato sociale e di operare forti riduzioni di spesa dei governi centrale, regionale e locale»? I casi sono due: o l’Italia non può più permettersi livelli di Welfare così generosi, il cui finanziamento stoppa la crescita, senza la quale i livelli di Welfare di cui sopra non possono essere finanziati, oppure ci sono tali e tanti sprechi nella nostra spesa pubblica, che non si ha che l’imbarazzo della scelta nel tagliare. Ma in questo caso, allora perché non si è provveduto già nel 2001, quando il centrodestra è salito al governo, a usare il machete?

Quel che allibisce, inoltre, è il comportamento tenuto dal Presidente del Consiglio Berlusconi nei confronti di Tremonti, lamentando l’eccessivo rigore del Ministro dell’Economia. Fatte le debite critiche alla strategia di Tremonti negli ultimi 10 anni, non è concepibile che un capo di governo non colga la gravità della situazione e continui ad anteporre esigenze di popolarità e consenso (sondaggi meno incoraggianti) a esigenze vitali di bilancio del paese? Certo, poi le male lingue hanno buon gioco nel rimarcare la cultura da piazzista – e non da statista – di Berlusconi. Non è davvero possibile continuare a ripetere come un disco rotto che i maggiori problemi dell’Italia sono detrattori e cassandre, come accaduto nel caso delle sconcertanti accuse mosse nei confronti di Roberto Saviano e del suo libro Gomorra, edito tra l’altro dalla casa editrice di proprietà dello stesso Berlusconi, il quale non può continuare a voler farci credere che i problemi di criminalità organizzata, di conti pubblici, di politici disonesti e di inefficienza dello Stato siano dovuti a chi gli vuol male.

Tornando a Tremonti, sempre ieri ha sostenuto che «I grandi cicli dell’economia sono sempre stati legati alla tecnologia, dalla macchina a vapore al motore a scoppio, dai computer all’intelligenza artificiale». Ma i passi avanti della tecnologia, ha proseguito, non bastano se non vengono corretti gli «squilibri» in termini di regole, perché la crisi «ha mostrato uno scollamento tra il mercato e le regole: il primo è diventato globale, mentre le seconde sono rimaste locali. E questo è stato fonte di grossi problemi». Non è che forse le regole sono semplicemente sbagliate? Pretendere di voler conservare regole e principi ottocenteschi nell’era di internet è del tutto assurdo. La verità è che il nostro Stato è obsoleto, inefficiente e corrotto, per cui la si finisca con le frasi retoriche prive di significato e si porti lo Stato dal dietologo. E pure di corsa.

 

(La Voce di Romagna, 27/5/2010)

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  1. #1 di Leonardo Facco il maggio 27, 2010 - 1:35 pm

    Bene, equilibrato direi!

  2. #2 di Pasquale Marinelli il giugno 3, 2010 - 9:58 pm

    Bisogna pensare a far crescere la produzione e, per ottenere ciò, l’Italia non ha bisogno di tasse inalterate, ha bisogno di meno tasse, le quali frenano drasticamente la sua prosperità. Nella sostanza la “manovra macete”, non è di per sé sufficiente e se ad essa non si darà seguito con tagli non solo riguardanti la spesa pubblica, ma anche riguardanti l’assetto normativo e fiscale, essa risulterà del tutto una presa per i fondelli nei confronti degli altri stati europei e di tutti noi cittadini..

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