Unità d’Italia e Unione Europea: due fallimenti

Il prossimo anno si festeggerà il 150° anniversario dell’unità d’Italia, e nei giorni scorsi, esattamente il 5 maggio, si è avuto l’antipasto, con la rievocazione dell’impresa dei Mille, la cui cerimonia si è tenuta a Genova, dal cui porto partì la spedizione lo stesso giorno di 150 anni fa.

Ogni nazione, si sa, ha i propri miti di fondazione e si richiama a eventi più o meno leggendari che ne legittimino l’esistenza agli occhi dei propri cittadini e del mondo intero. E l’Italia non fa eccezione. Purtroppo, però, il nostro Risorgimento non è stato contrassegnato da importanti vittorie militari, poiché il nostro destino fu deciso dai francesi a Solferino e San Martino (che liberarono la Lombardia) e dai prussiani a Sadowa nel 1866, la cui vittoria ci valse il Veneto, che allora comprendeva la parte occidentale del Friuli fino al Ledra-Tagliamento, i cui abitanti accolsero i “liberatori” a lanci di pietre. Anzi, dal punto di vista militare, le umiliazioni di Lissa e Custoza alimentarono per i primi decenni dell’unità d’Italia un complesso di inferiorità piuttosto forte tra le classi dirigenti del paese, e la stessa conquista del Veneto fu il frutto della vittoria prussiana a cui non partecipammo, che comportò il passaggio della regione alla Francia, che non sapendo che farsene lo sbolognò a Casa Savoia. Davvero una conquista poco edificante, e per di più costosa, dato che comportò l’uscita dell’Italia dal sistema monetario aureo, a causa del debito pubblico contratto per la guerra. Priva di una vittoria militare sulla quale costruire una mitologia forte, l’Italia ha perciò sentito il bisogno di ricordare l’unica impresa di successo, ossia quella dei Mille giù in Sicilia.

Un’impresa, per la verità, il cui successo fu dovuto più al disgregarsi del regime borbonico che alle capacità militari, pur notevoli, di Giuseppe Garibaldi. Infatti, corsi e riscorsi storici, fin da subito il problema del debito pubblico attanagliò il neonato regno italico, proprio perché l’Italia unita si impegnò a riconoscere i debiti pubblici degli stati pre-unitari, soprattutto quello del Regno delle Due Sicilie, condizione questa, che fece sì che i notabili meridionali abbandonassero i Borboni e abbracciassero i Savoia. Insomma, gloria poca e strepiti molti, da allora fino ai giorni nostri, un’unità benedetta da pochi a maledetta da molti, al nord come al sud, voluta dalle élites e poco amata dal popolo, tanto che Massimo D’Azeglio, nel 1861, dovette ammettere, che una volta fatta l’Italia, si dovevano fare gli italiani. Come inizio non c’è male. Dal punto di vista economico, poi, l’unità dell’Italia non ha mai funzionato. Prima dell’unità, il nord beneficiava degli scambi commerciali che vedeva protagonista soprattutto la Lombardia in quella che era chiamata la dorsale lotaringica che andava appunto dalla Lombardia, al Belgio e ai Paesi Bassi, passando per la Baviera, per parte della Svizzera e tagliando la Francia nella sua parte nord orientale. Il Regno delle due Sicilie, invece, aveva fiorenti rapporti commerciali con la Gran Bretagna e l’America Latina, assai ricca nel periodo compreso tra la seconda metà del XIX secolo e la II guerra mondiale.

Inoltre, la marina borbonica era la terza in Europa e la quarta al mondo, i propri ufficiali parlavano tutti inglese, mentre possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano e ne facevano parte più di 9800 bastimenti per oltre 250000 tonnellate ed un centinaio di queste navi (incluse le militari) erano a vapore. In seguito all’unità d’Italia, il meridione ha visto svanire i propri traffici commerciali con Gran Bretagna e America Latina, mentre l’entrata nel mercato nazionale italiano progettata a tavolino con un sistema doganale ad hoc dai piemontesi si è rivelata un fiasco come tutte le utopie costruttiviste inventate dai governi. Dopo la Grande Guerra ci pensò il fascismo a rinsaldare i legami tra nord e sud del paese e dopo la II guerra mondiale toccò alla Cassa del Mezzogiorno, strumento quanto mai costoso e inefficiente. La verità è che l’unica istituzione che ha saputo tenere in piedi l’Italia unita nell’ultimo mezzo secolo è stata proprio quella che più di tutte è stata in odio ai padri del nostro Risorgimento, ossia il Papato, e a dirlo non è stato un cattolico fervente, bensì il massone Licio Gelli. Insomma, l’unità d’Italia non ha mai funzionato, e da festeggiare c’è ben poco. Infatti, subito dopo l’unità d’Italia, nel 1861, fatto 100 il reddito medio del cittadino del nord, il reddito medio del cittadino del sud era 80. Oggi, sempre fatto 100 il reddito medio del cittadino del nord, il reddito medio del cittadino meridionale è 55! Oltre un secolo di statalismo progressivo, lungi dall’attenuare le diseguaglianze, le ha fortemente acuite, tanto che oggi terroni e polentoni sono due popoli uniti dalla nazionale di calcio e divisi da una lingua in comune: l’italiano televisivo, non quello del Devoto-Oli, ma quello del Biscardi-DiPietro, per il quale la grammatica è un delitto e il congiuntivo un peccato.

E come una sorta di nemesi, i 150 anni dell’unità d’Italia capitano proprio in concomitanza con la crisi dell’euro. Come l’Italia, anche l’Europa sta sperimentando i fallimenti di un’unificazione politica e monetaria frettolosa, voluta da pochi e mal sopportata da tanti, promossa da politici e banchieri ma bocciata dai mercati. Ai festeggiamenti dei 150 anni dell’unità d’Italia, quindi, non mi associo, perché sono convinto che, divisi, nordici e “sudici” si amerebbero di più. Del resto, se anche la Romagna si vuol staccare da Bologna, e giustamente (parola di bolognese), perché scandalizzarsi se si è contro l’unità d’Italia? Anche l’Economist l’ha capito. Peccato che la Lega abbia cambiato idea.

 

(La Voce di Romagna, 18/5/2010)

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