Senza libero mercato i risultati sono Grecia e corruzione

Le bombe a orologeria innescate prima delle elezioni stanno scoppiando una dopo l’altra all’interno del Pdl. La prima, nella direzione del partito, ha visto protagonista il presidente della Camera, nonché cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini, che già da tempo manifestava propositi bellicosi. La seconda riguarda gli sviluppi dell’inchiesta sugli appalti della Protezione Civile, che in questi giorni hanno fatto del Ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola un’altra vittima illustre.

Le prime voci di un Berlusconi intento a parlare di congiure sono state subito smentite dall’interessato (smentite secche, non il solito “sono stato frainteso”), il quale, anzi, secondo i bene informati avrebbe lamentato il fatto di essere circondato da “affaristi” e furbacchioni della peggior risma. Sì, insomma, qui non ci troviamo in presenza delle “solite” inchieste ad personam della Procura di Milano, bensì di un malaffare diffuso e capillare che sembra impossibile da estirpare. Riguardo al caso Scajola, finora l’ex-ministro non risulta indagato, in quanto, secondo la Procura di Perugia che si sta occupando del caso, egli non sarebbe stato al corrente dei 900 mila euro “aggiuntivi” sborsati da quella che oggi viene chiamata la cricca. Il tam tam mediatico assicura che la faccenda non si è esaurita qui e si preannunciano altri nomi. Attendiamo fiduciosi.

Quel che sconcerta, al di là del coinvolgimento dei politici, a cui ci stiamo pericolosamente assuefacendo, è la presenza ricorrente della cricca affaristica di turno. Questa volta i personaggi coinvolti sono il numero due della protezione Civile Balducci, l’imprenditore Anemone e i loro sodali, ma questi gruppi d’affari “ben inseriti” nel mondo degli appalti pubblici e nei meccanismi che regolano i rapporti tra imprenditoria e politica sono una costante della vita pubblica italiana. Affaristi, trafficanti e faccendieri che costeggiano il mondo politico fanno da sempre capolino nelle vicende del bel paese. Del resto, perché meravigliarsene? L’Italia è un paese che rifugge la concorrenza e il libero mercato, nella sua popolazione e nelle sue élites politiche e intellettuali. Di conseguenza, le posizioni di rendita che si vengono a creare nei rapporti tra politica e affari finiscono per coinvolgere una fetta eccessiva dell’economia nazionale, con il conseguente dilagare della corruzione.

La mancanza di concorrenza fa sì che si creino queste cricche di personaggi “con le mani in pasta dappertutto”, coloro ai quali ti puoi o ti devi rivolgere sempre in caso di bisogno, perché tutto passa attraverso le loro mani, secondo una logica mafiosa che in Italia imperversa e di cui non si intravede la fine nemmeno in lontananza. D’altronde, l’economia di un paese o si sviluppa in base a criteri di mercato concorrenziale in forza dei quali chi è più bravo ed efficiente viene premiato dal voto quotidiano dei consumatori, oppure si sviluppa in base alla logica del piccolo gruppo, ossia assicurando privilegi ad amici e parenti, e in quel caso non serve darsi da fare ed essere efficienti, ma è molto più utile inserirsi nel giro giusto degli amici e degli amici degli amici, cercando di baciare le mani giuste. Berlusconi era sceso in campo per cambiare questo stato di cose e oggi ne è diventato il difensore più strenuo. Purtroppo, ha avuto il torto di aver affidato le chiavi dell’economia a un trasformista come Giulio Tremonti, che al pari di tanti sbraitava contro le tasse e l’invadenza dello Stato quando era all’opposizione, come ben documentato nel libro del 1996 Lo Stato criminogeno, salvo diventare statalista una volta giunto al potere.

Oggi Berlusconi vede suo malgrado pezzi di maggioranza e di governo impigliarsi in questa rete di malaffare, e la sua colpa non è quella di essere un corrotto o un mafioso, bensì quella di non essere riuscito a realizzare quelle riforme liberali che facevano parte della sua agenda politica del 1994 e del 2001. Certo, riformare in senso liberale l’economia di un paese come l’Italia è molto difficile, e di sicuro occorre sfidare il consenso popolare, cosa che Berlusconi è e sarà sempre molto restio a fare. Purtroppo, la cosa è diventata ancor più difficile da quando l’asse Tremonti-Lega si è imposta culturalmente all’interno dell’attuale maggioranza. Con un cinismo senza pari, da quasi 10 anni l’attuale Ministro dell’Economia non fa altro che dispensare paure di ogni tipo (Cina, globalizzazione, libero mercato, ecc.), il che spinge gli italiani a cercare sempre più aiuto nella politica e in personaggi poco raccomandabili ad essa legati. L’attuale emergenza, poi, ha fatto diventare Tremonti ancor più potente “imponendogli” il ruolo fondamentale e imprescindibile di guardiano dei conti, che svolge comunque in maniera egregia. Peccato, però, che fino a che lui sarà in plancia di comando, provvedimenti come l’allungamento dell’età pensionabile, liberalizzazione di professioni o di servizi pubblici e diminuzione del ruolo dello Stato ce li possiamo scordare. I risultati sono un’economia statizzata e corporativa che non cresce, il che finirà per creare problemi anche alla tenuta dei conti pubblici (Grecia docet), e il persistere di quel mondo di affaristi e faccendieri dal potere diffuso che tiene in scacco il paese. Un mondo creato da una politica che, come un moderno Frankestein, ha dato vita a un mostro con la speranza di servirsene, ma del quale è finita irrimediabilmente in ostaggio.

 

(La Voce di Romagna, 9/5/2010)

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  1. #1 di william il luglio 14, 2010 - 10:36 pm

    Istituire la pena di morte per alto tradimento ai politici corrotti (giudicati tali oltre ogni ragionevole dubbio) sembra sia rimasta l’unica soluzione. Sosterrò l’iniziativa qualora si presentasse l’occasione.

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