Grecia: un’altra crisi provocata dal centralismo

La farsa greca continua, e con l’intero vecchio continente sta coinvolgendo tutto il mondo. Quel che sconcerta, è che il tutto arriva come se fosse un fulmine a ciel sereno. Economisti che si confermano sempre più come profeti del giorno dopo e agenzie di rating schizofreniche, con i declassamenti dei titoli portoghesi e spagnoli sembrano più reazioni di panico seguite ai problemi della Grecia che valutazioni razionali sulla base di informazioni ponderate.

In tanti, in questi mesi, si sono posti il problema delle agenzie di rating e della loro adeguatezza nel fornire informazioni attendibili ai mercati. Purtroppo, le critiche a loro rivolte seguono tutte il mantra assai di moda di questi tempi, ossia l’assenza di regole che disciplinano il conflitto di interesse tra agenzie di rating e i committenti che ad esse si rivolgono per ottenere una valutazione dei propri assets. Come al solito, il mainstream economico-finanziario non perde occasione per mostrare la propria visione meccanicistica del mercato, che coerentemente si accompagna a soluzioni stataliste dei problemi. Perché, ad esempio, nessuno riflette sul fatto che il rating rilasciato da un’agenzia abbia valore “ufficiale” in conformità a un parere di un’authority nazionale, o che detta authority indichi le Agenzie di Rating la cui valutazione può essere usata per gli accantonamenti di capitale previsti da Basilea II?

Il fatto che la politica possa decidere quali agenzie di rating possano emettere valutazioni sugli assets e quali no impedisce che si crei una concorrenza vera e propria nel settore della diffusione delle informazioni sullo stato di aziende ed enti pubblici. Economisti come il Premio Nobel Friedrich von Hayek sottolinearono come la conoscenza pratica relativa a fatti specifici di tempo e luogo sia dispersa, così che ognuno di noi ne dispone solo in piccole parti. In tal modo, nessuna autorità centralizzata (governo, agenzia, ministero) è in grado di raccogliere e riunire queste informazioni disperse, che pure sono indispensabili per decidere in modo razionale. Perciò, solo un mercato concorrenziale senza privilegi, che lascia a ogni singolo la facoltà di utilizzare al meglio le proprie informazioni, è in grado di valorizzare questo sapere diffuso. E in un sistema in cui la conoscenza dei fatti relativi è dispersa fra molta gente, i prezzi possono comportarsi per coordinare le azioni separate della gente differente come i valori soggettivi aiutano l’individuo a coordinare le parti del suo programma. Tutto questo, naturalmente, è vero purché il mercato in questione sia concorrenziale, cosa che nel settore delle emissioni di valutazione degli assets non avviene.

Naturalmente, la tipologia di conoscenze alla quale mi riferisco non sono che in minima parte di carattere scientifico, ma sono soprattutto informazioni specifiche di tempo e luogo relative ai mercati in cui agiscono i vari operatori. La tendenza a privilegiare la conoscenza di carattere scientifico è stata, ed è tutt’ora tipica del mainstream economico e politico. Infatti, un altro degli aspetti fallimentari della costruzione dell’Unione Europea, a cui i guai della Grecia si devono far risalire, è la tendenza all’accentramento decisionale economico e politico che ha contraddistinto l’ideologia dei tecnocrati che hanno dato vita all’UE e alla moneta unica. Oggi stiamo pagando la fretta con cui personaggi come Jacques Chirac e Romano Prodi hanno voluto edificare l’euro facendo di tutto per includere nel club della moneta unica quanti più partecipanti possibili, benché non tutti avessero i requisiti di finanza pubblica adatti per farne parte. Si è creduto che l’entrata nell’euro, grazie alla diminuzione dei tassi sul debito pubblico dei paesi che vi aderivano, potesse essere la soluzione a tutti i problemi. Ebbene, ciò non è stato sufficiente. Allo scoppio della crisi, anche l’ombrello dell’euro si sta rivelando insufficiente e i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico di più di un paese aderente, stanno schizzando alle stelle.

Questi sono i guasti dell’accentramento politico, economico e informativo. Come ben illustrato da Luigi Marco Bassani nel suo libro Dalla Rivoluzione alla Guerra Civile appena pubblicato da Rubbettino, nel corso dell’Ottocento, anche gli Stati Uniti hanno sperimentato sulla loro pelle gli effetti di un continuo ma inesorabile processo di accentramento del potere politico, culminato nella guerra civile scatenata da Abram Lincoln nel 1861. Nonostante la costituzione federale, che vedeva nei singoli stati dell’Unione il baluardo contro l’invadenza del potere federale di Washington, l’influenza di pochi uomini nei posti chiave, come il terzo chief justice della Corte Suprema John Marshall, fece sì che a partire dagli anni Venti del 1800 il potere politico, dagli stati, si spostasse verso Washington. Tanto che già nel 1833, il conflitto tra il South Carolina e il Governo Federale dovuto a questioni daziarie, rischiò di sfociare in uno scontro armato, anticipando di quasi 30 anni la guerra civile. Fortunatamente, nell’Europa odierna rischi di guerra civile non sono alle porte, ma questo perché, a differenza di allora, l’ideologia centralista è ben accetta da tutti. Semmai, l’Europa è stata denigrata più per aver cercato di imporre un po’ di concorrenza e di rigore nei conti pubblici che per essere quel mostro burocratico che è. Nonostante l’empasse greco, l’opera di centralizzazione proseguirà, sempre che i mercati non facciano saltare tutto. E se ciò accadesse, i cattivi non sarebbero gli speculatori.

(La Voce di Romagna, 1/5/2010)

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