Il “questa è la politica perché questi sono gli italiani” non diventi un alibi

Le indagini di questi giorni riguardanti la gestione degli appalti legati ala protezione civile hanno fatto emergere un quadro desolante di corruzione e malaffare. In pochi si sono sorpresi, dato che il funzionamento del nostro apparato statale è sotto gli occhi di tutti. Sul Corriere della Sera del 17 febbraio, Ernesto Galli della Loggia ha cercato di evidenziare gli aspetti di un malcostume culturale e sociale in cui la corruzione politica si radica.

“La corruzione italiana appare invincibile. Rinasce di continuo perché in realtà non muore mai, dal momento che a mantenerla viva ci pensa l’enorme serbatoio del Paese. La verità, infatti, è che è l’Italia la causa della corruzione italiana: lo si può dire senza rischiare l’accusa di lesa maestà? Chi si ostina a credere che «il problema è politico», che tutto si riduca a destra e sinistra, lo sa che le tangenti continuano a girare vorticosamente anche nel privato: che dappertutto qui da noi, quando ci sono soldi in ballo, non si dà e non si fa niente per niente?”. Con queste parole Galli della Loggia sintetizza mirabilmente la situazione italiana, lasciando ben poco spazio all’ottimismo. Del resto, come dargli torto? L’Italia sembra davvero allergica a quei cambiamenti necessari a fare di essa un paese moderno. Purtroppo, l’Italia ha fatto in 15 anni quel che la Gran Bretagna ha fatto in 200 e gli altri paesi industrializzati in oltre un secolo. E quando i cambiamenti avvengono in lassi di tempo così ristretti difficilmente vengono metabolizzati dal corpo sociale.

I progressi, dal punto di vista tecnologico e in termini di benessere, ci sono stati, ma la velocità dei cambiamenti è stata tale che le istituzioni, politiche, economiche e sociali non sono state in grado di adeguarsi. Basti pensare all’istruzione, che con il passaggio traumatico da una scuola d’élite a una scuola di massa, ha colto impreparata una classe dirigente figlia di un mondo contadino, soprattutto in un Mezzogiorno che sin dai primi tempi dell’unità d’Italia ha sempre visto nelle scuole il luogo del potere “coloniale” piemontese, tanto che ad ogni rivolta contadina il primo edificio a essere dato alle fiamme non era la prefettura, bensì la scuola del paese. Passando all’aspetto più prettamente politico, la stessa Costituzione, nata anch’essa sulle ceneri di un paese ancora agricolo, si è trovata ad essere già vecchia e inadatta già a metà degli anni Sessanta. Questi sono solo due esempi e tanti altri se ne potrebbero fare.

Tutto ciò ha fatto sì che ai progressi economici e tecnologici non abbiano fatto riscontro eguali progressi socio-economici, sia dal punto di vista delle politiche pubbliche che da quello dei comportamenti individuali. Nonostante il boom economico hanno continuato a permanere comportamenti e politiche pubbliche adatte a una comunità di villaggio e non a un paese industrializzato. La stabilizzazione seguita a un boom vertiginoso e caotico è stata occasione per attuare politiche pubbliche stataliste, non solo in comparti fondamentali come quello dell’energia elettrica (con disastro relativo alla nazionalizzazione dell’Enel), ma anche in settori come la produzione dei panettoni, mentre riguardo all’agire individuale, si è continuato ad abusare della raccomandazione, comportamento tipico delle società arretrate e piccole, nelle quali conta la capacità di ingraziarsi il potente di turno e non quella di fare le cose e dove il ruffiano la «sfanga» a danno del meritevole. Naturalmente, questi due aspetti si sostengono a vicenda: più lo Stato interviene nell’economia, attraverso la creazione di enti, o con l’emanazione di leggi, più aumentano le possibilità di scaricare sulla collettività le conseguenze dei propri comportamenti irresponsabili. E se questo vale per quello sterminato e perciò imbarazzante esercito di raccomandati nel Mezzogiorno, altrettanto succede per quella galassia di grandi imprenditori concentrata nel nord ovest Italia, che alla privatizzazione dei profitti ha sempre e sistematicamente associato la socializzazione delle perdite. Lo stesso lassismo nell’applicazione della legge denota l’incapacità di vivere secondo leggi generali e astratte che puniscano i rei senza guardare in faccia a nessuno.

È chiaro che in un contesto simile Mani pulite, lungi dal fare piazza pulita di istituzioni e comportamenti, è diventata l’alibi per continuare a comportarci come sempre, con la scusa che, tanto, così fanno i politici. E lo stesso vale per il successo de La Casta, libro assai ben scritto, ma un tantino paraculo, che ha gioco facile nel mettere alla berlina i politici, sorvolando sul fatto che l’italiano medio continua a volersi mettere nelle mani dei politici invocando favori non dovuti, salvo sbraitare se qualche altro connazionale li ottiene al suo posto perché più bravo a muoversi sul mercato delle clientele. Purtroppo, l’Italia è stata priva di élites politiche e culturali in grado di traghettare il paese nella modernità. Modernità che viene vissuta con paura e insicurezza, e da qui il proliferare della corruzione. A tal riguardo, l’opera di demonizzazione del mercato e della concorrenza portata avanti da molti politici, a partire dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, appare in tutta la sua gravità, contribuendo a gettare ancor più nella paura il paese, alimentando in tal modo la richiesta di protezione politica e con essa la corruzione. Certo, il pessimismo espresso da Galli della Loggia poggia su solide basi, ma lo slogan “questa è la politica perché questi sono gli italiani”, benché sostanzialmente vero, non deve diventare l’alibi per accettare passivamente tutto senza cambiare nulla, perché tanto, siamo in Italia.

 

(La Voce di Romagna, 21/2/2010)

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