Via la cupola, ma fate lavorare Bertolaso

Mi è capitato diverse volte di parlare con deputati e senatori di ogni colore. E ogni volta che ho sostenuto le mie tesi sui mali che affliggono il nostro paese mi sono sentito sempre rispondere che sì, avevo ragione, e che bisognerebbe cambiare questo e quello, ma…come si fa? Più che a dei malfattori, mi è sempre sembrato di trovarmi di fronte a persone del tutto sfiduciate in merito alla possibilità di riformare lo Stato, e perciò rassegnate e impotenti alla stregua di ogni comune cittadino.

La cosa più sconcertante è che chi è titolare del potere di cambiare le leggi, di quel potere non sa che farsene. La burocratizzazione del nostro paese ha raggiunto livelli tali che sfoltire i ranghi è diventato politicamente improponibile. Pensiamo alla Sicilia, assurta alle cronache poche settimane fa per il servizio di Le Figaro sugli stipendi dei funzionari pubblici della Regione. Una regione che vive di pubblico impiego, e che spende il 75% del suo budget per il personale, comprese migliaia di uscieri dalla dubbia utilità. Se teniamo conto anche di dipendenti dei vari comuni e di ogni provincia, come si fa, in un contesto simile, a parlare di mercato e competitività senza suicidarsi politicamente? Purtroppo, quando si supera una certa soglia critica di dipendenti pubblici, questi formano una massa tale da risultare elettoralmente indispensabili. Un dipendente pubblico può assicurare i voti suoi e della sua famiglia più o meno allargata, rappresentando in tal modo un investimento altamente redditizio per un politico. Inoltre, più la burocrazia è estesa, più il politico è incoraggiato a espanderla ulteriormente, attraverso un circolo vizioso che, una volta avviato, è assai difficile da fermare.

A questa dannazione non poteva scampare la protezione civile, oggi al centro dell’ennesima bufera giudiziaria. Bufera giudiziaria, va detto, in buona parte giustificata. In buona parte, perché le inefficienze e gli sprechi della macchina della protezione civile sono sotto gli occhi di tutti e, nonostante gli strepiti di Pdl e Lega, i magistrati hanno avuto buon gioco nell’affondare il bisturi nel suo corpaccione malato. Purtroppo, però, le indagini e la magistratura che le conduce perdono di credibilità nel momento in cui le intercettazioni finiscono sulle prime pagine dei giornali senza che nessuno paghi. Fatto salvo il fatto che di roba su cui indagare, e probabilmente condannare, ce n’è, come mai sono finite sui giornali intercettazioni riguardanti la vita personale del capo della protezione civile Guido Bertolaso? Come non ravvisare in tutto questo un intento politico mirante a gettare discredito sulla figura di Bertolaso, le cui responsabilità nella vicenda sono al momento tutt’altro che accertate?

La verità è che dai tempi di mani pulite la corruzione è diventata la pacchia di chi, come magistrati, giornalisti, politicanti e pseudo-comici si sono inventati una carriera sullo sciacallaggio. Si invocano dimissioni a tutto spiano fingendo di non capire che in virtù del sistema di leggi e vincoli presente nel nostro paese, frutto del catto-comunismo imperante della Prima Repubblica, chiunque prova a combinare qualcosa è costretto a forzare qualche procedura. È chiaro che una magistratura politicizzata e senza cultura va a nozze in un sistema in cui la violazione della legge è sistematica. Dal punto di vista politico, poi, quest’andazzo ha prodotto una sinistra (post-comunista) bigotta e forcaiola, costretta a pagare la cambiale alla magistratura e al suo alleato Antonio Di Pietro in cambio della salvezza dal tritacarne di mani pulite. Inoltre, dopo la caduta del Muro di Berlino che li ha resi ideologicamente orfani, i post-comunisti hanno trovato nel manipulitismo un’altra ideologia che legittimasse in qualche modo quella pretesa di superiorità morale insita nel loro DNA giacobino. Per questo, da 18 anni l’azione politica della sinistra si può riassumere essenzialmente nella richiesta di dimissioni dei membri dell’altro schieramento.

Da qui, la richiesta perentoria di dimissioni di Bertolaso avanzata da Pier Luigi Bersani, tanto valido come ministro quanto scadente come leader. L’Italia, che grazie al sinistrismo sessantottino di sindacalisti e burocrati di vario genere (vero Bersani?) è diventato un paese del non fare e del tanto chiacchierare, non può permettersi di sacrificare uomini come Guido Bertolaso al furore giacobino di politicanti e magistrati. Detto questo, però, la classe politica è la maggiore responsabile di questa situazione. In Italia è possibile fare le cose solo nell’emergenza, circostanza nella quale le cose che già funzionano dovrebbero soltanto essere accelerate. Invece, l’emergenza è da tempo la pre-condizione perché le cose per lo meno camminino, dato che con leggi e procedure ordinarie proprio non ci si riesce. Ma nell’emergenza, si sa, si è deboli. E perciò ci si affida a qualsiasi farabutto che sia in grado, a qualsiasi prezzo, di levare le castagne dal fuoco. Le leggi astruse e micragnose, però, le fanno i politici. E come le hanno fatte, così le possono cambiare, soprattutto oggi, che al governo c’è una maggioranza che anelava alla rivoluzione liberale e che meno ancora dovrebbe tollerare questo stato di cose. Maggioranza alla quale è doveroso chiedere uno sforzo per far sì che persone come Guido Bertolaso possano operare senza rischi e cupole di malfattori cessino di prosperare a danno di tutti quanti noi.

 

 

(La Voce di Romagna, 17/2/2010)

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