Ma i bamboccioni sono figli dei baby pensionati

Bamboccioni brava gente? A rigor di logica no. Ma c’è chi è ancor meno bravo di loro. No, non i genitori che li hanno viziati, ma uno Stato, quello italiano, che nel corso della Prima Repubblica ha dato vita a un Welfare State squilibrato e iniquo, attento soltanto agli interessi elettorali di breve periodo e non alle esigenze di una moderna nazione industriale.

In particolare, il nostro Welfare è stato a lungo molto squilibrato a favore dei pensionati, e lo rimane tuttora, sebbene in misura minore ma pur sempre rilevante. A tutt’oggi, secondo i dati della Cgia di Mestre, l’Italia destina alla spesa pensionistica ben il 61,8% della propria spesa complessiva per il welfare, a fronte del 45,7% della media dei paesi dell’Unione europea, i quali spendono l’8% per i disabili e per la famiglia, mentre in Italia si spende rispettivamente il 6,4% e il 4,1%. E se per le case popolari l’Europa spende in media il 3,5%, l’Italia si ferma allo 0,2%. Inoltre, per famiglia e figli, i paesi Ue spendono in media il 2,1% del Pil, a fronte dell’1,2% dell’Italia. Di tutti i privilegi, la pensione è quella più costosa, sia in termini di esborso diretto, sia per la mancata produzione. Come ha ben rilevato un economista serio come Geminello Alvi nel suo Una Repubblica fondata sulle Rendite, il dato più sconcertante riguarda il tasso di occupazione della nostra economia nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni: soltanto del 30,5%, inferiore di 2,1 punti percentuali persino a quello dei greci! A cui va aggiunto che nella fascia tra i 15 e i 24 anni l’occupazione è diminuita del 14,5% tra il 1995 e il 2001. Su 1412000 dipendenti compresi in quella fascia di età il 23% è temporaneo, così come lo è il 12,2% dei 4576000 della fascia di età che va dai 25 ai 34 anni.

Insomma, in Italia il Welfare è stato concepito come uno strumento finalizzato a far godere benefici alla popolazione senza che preoccuparsi della sostenibilità del sistema. Il risultato è stato che la generazione dei sessantottini ha avuto ogni comodità, mentre i giovani d’oggi, per dirla con il deputato del Pdl esperto di pensioni Giuliano Cazzola: “Sono una generazione invisibile, condannati a vivere come paria in una società organizzata per caste al cui vertice agisce un’inamovibile gerontocrazia”. E se negli anni Sessanta ai giovani fu consentito di diventare protagonisti nel lavoro, nella politica e nella cultura, oggi c’è il rischio di una radicale emarginazione di intere classi d’età costrette a vivere all’esterno della Cittadella fortificata dei diritti soltanto per garantire agli anziani le loro certezze. Per capirci, i bamboccioni sono il prodotto di quei padri cinquantenni pensionati, beati e nullafacenti, che negli anni di vacche grasse erano tutti intenti a girare nelle agenzie di viaggi in scarpe da tennis, perennemente abbronzati.

Dalla Costituzione al sistema di welfare, abbiamo istituzioni modellate sulla società agricola, basata sul rispetto dei cicli naturali e la conservazione, mentre la società industriale in cui abbiamo scelto di vivere, per funzionare richiede mobilità e innovazione. Applicare regole dirigiste tipiche delle comunità di villaggio a un paese (che vorremmo) moderno ha come unico effetto quello di sommare i difetti di entrambi. Infatti, della società agricola noi italiani abbiamo la tendenza all’immobilità, ma non la fecondità. Del resto, un assetto socio-economico dirigista come quello italiano presuppone uno Stato burocraticamente ingombrante e costoso da mantenere, con gli stipendi dei lavoratori che finiscono per essere fortemente tassati, di modo che ci si viene a trovare nell’assai poco piacevole situazione in cui il costo del lavoro è allo stesso tempo alto per il datore di lavoro, che così è restio ad assumere, e basso per il dipendente, che fatica così ad accumulare le risorse necessarie per uscire di casa e farsi una famiglia.

La generosità dei sistemi pensionistici, tra l’altro, ha pure l’effetto pernicioso di deprimere la capacità innovativa di un paese, perché i giovani con più iniziativa tendono a emigrare in paesi più aperti e liberi, mentre l’immigrazione, necessaria a pagare le pensioni delle generazioni presenti e future, finisce per essere costituita solo da bassa manovalanza proveniente da paesi poveri, tenendo a distanza i giovani più creativi di altri paesi, che tra le pieghe della burocrazia italiana non trovano certo l’ambiente favorevole per sperimentare la proprie idee innovative. La verità è che l’Italia è un paese con uno Stato elefantiaco e costoso, gravato da una miriade di leggi e leggine che hanno il solo scopo di proteggere i privilegi di quella generazione che a partire dal 1968 mise a ferro e fuoco l’Italia per oltre un decennio e, dopo aver preso tutto senza dare nulla, si permette di ironizzare sulle generazioni chiamate a pagare il conto dei loro privilegi e delle loro malefatte. E che, senza il benché minimo pudore, ha avuto anche l’ardire di definirsi “La meglio gioventù”.

 

(La Ragioni dell’Occidente, 4/2/2010)

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  1. #1 di pik il marzo 23, 2011 - 10:04 pm

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