Il fantasma di Craxi: c’è chi continua a odiare, invece di cercare di capire

Sinceramente, le commemorazioni dei morti non mi hanno mai coinvolto troppo. Però, ci sono morti e morti, soprattutto in politica. Alcuni sepolti e altri che ancora vagano per l’aere fosco come fantasmi. E Bettino Craxi è senz’altro uno di questi. La sua presenza incombe su un paese che ha fatto della menzogna di comodo il proprio marchio di fabbrica, dal Risorgimento alla resistenza, religione civile a tal punto falsa che per quasi mezzo secolo fu un autentico tabù classificarla per quello che fu, ossia una guerra civile.

E con mani pulite si vorrebbe fare la stessa cosa, anche se, per fortuna, contro questo morbo sembra essersi sviluppato qualche anticorpo in grado, se non di ristabilire la verità, di evitare almeno che proliferi la vulgata dei magistrati senza macchia e senza paura che ripuliscono moralmente il paese dalla corruzione endemica rappresentata da democristiani e socialisti prima, e da berlusconiani poi. Craxi, come Berlusconi dopo di lui, fa parte di quella categoria di uomini, che per storia e percorso politico ha acquisito una dimensione simbolica più forte rispetto ad altri. Del resto, entrambi hanno avuto lo stesso destino per il medesimo motivo: si sono contrapposti a chi, come i comunisti (tali e post) e il gruppo Espresso-Repubblica, hanno nella loro essenza quell’ideologia che esaspera sempre e comunque l’elemento simbolico presente nella contesa politica.

Per questo, ridurre il giudizio su Craxi al solo metro giudiziario, oltre che meschino è esercizio tutt’altro che neutro, sia sul piano delle conseguenze politiche, sia su quello del giudizio storico. Sul piano delle conseguenze politiche, significa accettare che il dibattito politico si svolga sempre all’insegna della contrapposizione frontale tra il bene e il male o tra onesti e disonesti, il che rende del tutto impossibile qualsiasi confronto sul merito dei provvedimenti adottati di volta in volta dai governi che si alternano alla giuda del paese. A riguardo, le reazioni dell’Italia dei Valori a ogni legge o decreto emanati dal governo Berlusconi sono emblematiche: poiché quelli sono una banda di ladri e delinquenti, ogni provvedimento preso da loro non può che essere un favore fatto a ladri e delinquenti. Ergo, se lo schieramento politico è diviso tra buoni e cattivi, ogni provvedimento emanato da uno dei due avrà per l’altro il marchio dell’infamia a prescindere, e quel momento di confronto fondamentale per la crescita civile e morale del paese viene a mancare.

Sul piano storico, confinare Craxi nelle aule dei tribunali non significa solo passare sopra alle ambiguità del pool di Milano, dal suo capo Francesco Saverio Borrelli che giudicava “non in linea” le indagini sull’ex-Pci dell’allora sostituto procuratore Tiziana Parenti, ad Antonio Di Pietro, per il quale Berlusconi non poteva non sapere, al contrario di Occhetto e D’Alema. Inoltre, i post-comunisti non accettano di riconoscere alcun merito a Craxi, perché ciò significherebbe dover mettere in discussione la propria storia e riconoscere i propri errori, cosa non facile, dopo aver forgiato per decenni, attraverso la droga dell’ideologia, un elettorato ligio e devoto sempre pronto a invocare la gogna per l’avversario (pardòn il nemico) politico, salvo applaudire Primo Greganti per l’omertà dimostrata a difesa delle malefatte del partito. A ciò si deve poi aggiungere l’influenza del gruppo Espresso-Repubblica, come accadde, ad esempio, nel corso del congresso di fondazione del Pds tenutosi a Rimini nel 1991, quando Achille Occhetto era sempre in contatto telefonico con Eugenio Scalfari. Influenza comunque nefasta che ha sempre avuto la tendenza a esasperare il conflitto amico-nemico nelle sue battaglie politiche, di modo che l’avversario di turno, sia esso Craxi o Berlusconi, non può che essere un reietto degno, quando va bene, delle patrie galere.

Riguardo al giudizio storico-politico, Craxi, più per necessità politica che per convinzione, ha tentato di modernizzare un’Italia che aveva necessità di riacquistare fiducia in se stessa dopo essere uscita a pezzi dagli anni di piombo. Necessità politica di non finire stritolato nella morsa del compromesso storico tra Dc e Pci. In ogni modo, Craxi comprese l’arretratezza ideologica del Pci e il deserto culturale della Dc, intuendo le potenzialità del mercato elettorale offerte dalla parte più dinamica del paese. Da qui, certe politiche che il New Labour di Tony Blair farà proprie solo negli anni ’90, il sostegno alla televisione commerciale, la battaglia sulla scala mobile e, soprattutto, un profondo rinnovamento culturale (cosa che Berlusconi non ha fatto) grazie a riviste anti-comuniste e liberaleggianti come Mondoperaio, diretta da Luciano Pellicani, o alle pubblicazioni della casa editrice Sugarco, oggi disponibili solo sulle bancarelle. Da socialista, seppe comprendere più della Dc il pericolo comunista, ma peccò di ingenuità in politica estera, indulgendo nella sindrome terzomondista nei confronti dei paesi poveri e nel filo-arabismo (che vergogna Sigonella!), facendosi abbindolare da personaggi come Yasser Arafat, senza capire che in tal modo faceva il male sia degli israeliani che dei palestinesi. Inoltre, non comprendendo l’esigenza di ridurre il peso dello Stato, tollerò colpevolmente un certo andazzo, nel partito e nello Stato. Mani pulite c’è stata perché la corruzione c’era. Il fatto poi che si sia indirizzata in un certo modo e che abbia colpito solo Craxi, come ha ricordato anche il Presidente della Repubblica Napolitano, è un altro capitolo della storia. Un capitolo ancora tutto da scrivere e sul quale non può calare il silenzio.

 

(La Voce di Romagna, 20/1/2010)

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