Un nuovo rinvio per le uniche riforme davvero necessarie

Abbiamo scherzato. Come volevasi immaginare, quella sul fisco si è rivelata la solita boutade. Quando Berlusconi si trova davanti a una platea urlante e plaudente non capisce più nulla e annuncia rivoluzioni fiscali, giudiziarie, e fors’anche del moto terrestre. Riguardo al fisco, quella che doveva essere una riduzione delle aliquote, si è già trasformata in breve volger di tempo in una semplificazione del sistema impositivo. Si attendono ulteriori arretramenti.

Ancora una volta ha visto giusto, chi, come Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera di lunedì 11 gennaio, ha fatto l’elenco delle promesse di riduzione fiscale tradite. Purtroppo, quel che manca è un’idea complessiva, un progetto chiaro di azione economica. Dovendo democristianamente accontentare tutti si fanno politiche economiche contraddittorie prive di un filo logico. La riduzione delle aliquote fiscali deve essere una delle priorità nell’azione di governo di questa maggioranza, inserita in un contesto politico-economico ancor più ampio, che è quello della riduzione del peso dello Stato nelle attività imprenditoriali e nella vita dei cittadini. Dal Ministro Tremonti, alla Lega, per finire ai post-fascisti, con il loro trust di cervelli di Farefuturo con la testa rigorosamente rivolta al passato, nessuno vuole far fare passi indietro allo Stato. Sì, Tremonti comincia ad aprire all’ipotesi della riforma fiscale a due aliquote presentata nella campagna elettorale del 2001, ma sempre in tempi lunghi. Tanto, una scusa per rinviarla si potrà trovare anche l’anno prossimo.

Si aspetta la ripresa, dicono. Ma proprio qui sta l’errore, perché anche quando l’economia mondiale tirava noi crescevamo poco o nulla. Certo, è vero che in tempi di crisi le riforme sono più difficili, ma è proprio quando le cose vanno male che occorre cambiare. Le imprese si stanno tutte ristrutturando, moltiplicando gli sforzi e operando talvolta tagli dolorosi. E allo Stato quando tocca?

Sulle pensioni non si è intervenuto, se non sotto pressioni dell’Unione Europea per equiparare l’età pensionabile di uomini e donne, la riforma degli ammortizzatori sociali, con il passaggio dalla cassa integrazione all’assegno di disoccupazione per tutti, non si è fatta. Quando proprio nei momenti di crisi, nei quali c’è maggior necessità di spostare la produzione da un settore a un altro, bisogna evitare di tenere i dipendenti attaccati alle imprese, perché così facendo ci si trova con imprese colpite dalla crisi con sovrabbondanza di personale e con imprese innovative che dalla crisi sono uscite in crescendo, che potrebbero impiegare più personale in lavori più corrispondenti alle esigenze del mercato. Insomma, invece di vantare la tenuta del paese, sarebbe meglio preoccuparsi di come ripartiremo una volta che ci sarà la ripresa.

Riguardo alle aliquote fiscali sul reddito, una loro diminuzione, purché sia consistente, non farebbe necessariamente calare il gettito, anzi. Di norma, una diminuzione delle aliquote, anche senza una corrispondente riduzione della spesa pubblica, libera risorse che, una volta investite creano maggior ricchezza e, di conseguenza, maggior gettito, con evidente beneficio anche per i conti pubblici. Solo che questi effetti si manifestano nel giro di un paio d’anni e l’Italia, che ha anche il terzo debito pubblico e una credibilità del tutto dilapidata ai tempi della prima repubblica (e nella seconda non è risalita granché), sui conti pubblici deve rigare dritto anno per anno. Inoltre, le riduzioni delle aliquote dispiegano i loro effetti migliori in un ambiente concorrenziale con pochi o nulli impedimenti burocratici, nel quale le soluzioni imprenditoriali si moltiplicano, perché gli imprenditori possono dedicarsi alla loro impresa e non devono perdere tempo e risorse con fisco e burocrazia. E anche sotto questo aspetto c’è tantissimo da fare. Come riportato da Serena Sileoni nel primo capitolo (Imprevedibilità dell’ambiente normativo e lentezza della giustizia) del libro Dopo, come ripartire dopo la crisi, edito dall’istituto Bruno Leoni, il costo annuo complessivo sostenuto dalle piccole e medie imprese per norme e adempimenti burocratici ammonta a oltre 16 miliardi €.

Nel mio articolo di domenica 10 gennaio sui fatti di Rosarno non mi sono volutamente soffermato sul ruolo della ‘Ndrangheta, non perché questo non ci sia stato, ma perché la criminalità organizzata non diventi un alibi per non cambiare un sistema nel quale mettere in regola qualcuno ha dei costi fiscali e burocratici proibitivi per una parte sempre maggiore del paese. E se il nord sbraita sempre più forte, il sud da tempo vive di nero, perché questi costi non riesce a sopportarli. E agli statolatri, in Italia sempre copiosi, è ora di rammentare che lo Stato che tanto amano vive con le risorse prodotte dal privato. Un privato che a causa dell’espansione dello Stato fa sempre più fatica a produrre ricchezza. E se non produce ricchezza, anche lo Stato stesso è destinato a crollare. Peccato che assieme allo Stato crollerebbe l’intera economia. Per questo, ridurre le aliquote fiscali, non solo è doveroso, ma è anche tremendamente urgente.

 

(La Voce di Romagna, 15/1/2010)

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