Il popolo come barriera alle élites politiche

Contro le previsioni della vigilia, il referendum svoltosi domenica in Svizzera sul divieto assoluto di costruire nuovi minareti ha visto vincere i sì, con un chiaro 57,2%. Alla sorpresa registratasi in Svizzera, si sono aggiunte la rabbia e del mondo musulmano – e questo era prevedibile – e la delusione, mista a malcelata rabbia, di gran parte delle élites politiche e culturali europee.

Indubbiamente, questo voto non è proprio il trionfo del liberalismo e della tolleranza che da sempre contraddistinguono la Svizzera e che dovrebbero contraddistinguere un’Europa che si proclama erede della tradizione cristiana e liberale. Eppure, questo oggi esprime l’Europa popolare. Le stesse elezioni tenutesi quest’anno, che hanno visto la forte crescita dei movimenti di estrema destra, avevano chiaramente lanciato un segnale chiaro e inequivocabile: il popolo, in nome del quale le élites europee antifasciste uscite dalla seconda guerra mondiale dicono di battersi, si è stufato. Si è stufato di un’integrazione imposta dall’alto da burocrati sordi a ogni lamentela proveniente dai cittadini dell’intero continente. Chi sostiene che un referendum di questo tipo non sia lo strumento ad hoc per risolvere i problemi dell’integrazione non dice il falso, ma il giudizio espresso domenica dai cittadini elvetici rappresentava l’unico strumento a loro disposizione per far giungere un messaggio forte all’orecchio dei propri governanti. Insomma, è inutile negarlo, l’immigrazione musulmana viene percepita con disagio e timore, con quest’ultimo che è via via aumentato a partire dall’11 settembre ed è cresciuto con gli attentati di Madrid e Londra.

Scorrendo i quotidiani di ieri, due articoli mi sono parsi degni di nota: il primo, su Repubblica a firma di Renzo Guolo, il secondo, sulla Stampa, a firma di Franco Cardini, le cui posizioni visceralmente avverse nei confronti della società aperta e del mondo libero sono arcinote, e che ha visto nella vittoria dei sì un pronunciamento contro i «simboli del potere islamico», mostrandosi per questo alquanto sconcertato. “Un campanile cattolico in Svezia significa forse che quel paese è passato al papismo? I templi buddhisti di New York simboleggiano il passaggio degli States alla fede di Gautama Siddharta? E la monumentale sinagoga di Roma significa forse che la città Eterna è in mano agli ebrei?”, ha tuonato Cardini, fingendo di non capire che di templi buddhisti negli States non si parla perché non destano problema alcuno e che le sinagoghe in Europa non sono da tempo fonte della benché minima preoccupazione, se non quella di proteggerle proprio dai fanatici dell’Islam.

Renzo Guolo, invece, ha giustamente rilevato che quello di ieri è: “Un pronunciamento che deve far riflettere anche quanti ritengono l’integrazione dell’Islam nelle società europee un corollario del nuovo pluralismo religioso e culturale che le caratterizza” e che “Il sì svizzero obbliga gli stessi musulmani a pensarsi meno in termini di comunità e più in termini di individui, trasformazione che presuppone anche il superamento di posizioni e leadership tese a mantenere rigidamente coese le comunità”. In effetti, rapportarsi con le persone musulmane non crea eccessivi problemi, una volta che s’impara a rispettare la loro cultura e la loro fede. Il problema nasce a livello di rapporti tra comunità. L’esperienza storica e quotidiana ci dice che quando la Umma (la comunità dei musulmani che trascende le loro nazionalità) viene e contatto con altre comunità, sorgono problemi spesso insormontabili e si giunge allo scontro, come si può notare da quanto avviene in diverse parti del mondo, da Israele, alla Nigeria e al Sudan, dalle Filippine, a Timor Est, passando per India e Xinijang, la regione sud-occidentale della Cina. E quanto sta accadendo in Europa, con gli attentati di Madrid e Londra, i disordini delle Banlieue parigine, le esperienze del Londonistan, della città svedese di Malmö e dell’Olanda dell’omicidio di Theo Van Gogh e della fuga ignominiosa (per l’Olanda stessa) dell’esule somala Ayan Hirsi Alì, è motivo di allarme crescente presso i cittadini del vecchio continente.

Le reazioni di rabbia del mondo islamico sono emblematiche. Certo, è vero che questo sì non è un esempio di tolleranza, ma se la tollerantissima Svizzera è giunta fino a questo punto, all’interno del mondo islamico dovrebbero chiedersi come mai ciò sia accaduto. E se tutto questo non sia accaduto proprio a causa del loro comportamento verso le comunità degli “infedeli”. Ma il fatto che non se lo chiedano significa, evidentemente, che non è nelle loro “corde” pensare in questi termini. Del resto, di che sorprendersi. L’Islam si è sempre espanso sottomettendo a forza gli “infedeli”. Non conosce altro modo di rapportarsi con altre comunità se non sottomettendole. Ebbene, è ora che questa gente cambi registro, e se è necessario il bastone invece della carota per farglielo capire, lo si usi. Peccato, però, che la difesa dell’Europa e della sua identità sia nelle mani di élites politiche e culturali in maggioranza giacobine e anticristiane che non fanno altro che alimentare quell’odio di sé che sta distruggendo l’intero continente. E il referendum di domenica ci ha confermato una volta di più che, come barriera, non è rimasto che il popolo.

 

 

(La Voce di Romagna, 1/12/2009)

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