Brunetta, gli statali e un giornale che crea dibattito (di Simone Mariotti)

Arrabbiato per un articolo elogiativo del ministro Brunetta e troppo sprezzante nei confronti degli statali scritto da Alessandro Spada (“Fannulloni addio grazie a Brunetta”), qualche settimana fa, un mio amico, D., scrisse al giornale, replicando al pezzo di Spada firmando una lettera appassionata. D. si opponeva al concetto di “statali fannulloni” nel modo in cui è stato veicolato dal ministro Brunetta e sosteneva che il vero cancro del paese era l’evasione fiscale, dimostrando nella sua lettera le mancanze dello Stato nei confronti della sua categoria, verso la quale non si usava tanto il sistema di “bastone e carota” di brunettiana memoria, ma solo il bastone. Il nostro direttore, rispondendo alla lettera, riconosceva che D. non rientrava chiaramente nella categoria dei fannulloni, ma nella sua replica scrisse: “Io sono un ultra liberista e al contrario suo penso che il cancro di questo paese sia lo statalismo e l’eccessiva tassazione, e non l’evasione fiscale”. Ne nacque un mini dibattito tra amici via mail, che riprendo per aggiungere un commento finale su una questione che, a mio avviso, resta assai complessa.

A D. io replicai dicendo:
“Sul merito di quel che sostieni tra noi ne abbiamo parlato a lungo, e temo ci siano più brunettiani che sindacalisti. Però una cosa la devi rilevare. Fregni, pur con la sua idea diversa dalla tua, non ti ha risposto dicendo cose sbagliate. E come io credo, tu e quelli della tua Agenzia (le Entrate) siete gente che lavora e lui questo te lo riconosce. Il punto debole della tua difesa a spada tratta della categoria degli statali è che personalizzi forse troppo la cosa, dimenticando che per voi che lavorate sodo c’è una marea di altri uffici pubblici in cui i fannulloni abbondano, ma non da adesso, da sempre. E sai che ti dico, Brunetta è bravo (e rozzo al tempo stesso) soprattutto a propagandare quel
che vorrebbe fare, ma mi sa che alla fine in concreto non combinerà nulla neanche lui. Con grande danno tuo, e degli altri che lavorano sodo, perché resterà la percezione che gli statali sono tutti un gruppo di privilegiati che, chissà perché, devono essere trattati in modo diverso da ogni altro lavoratore dipendente. E non è questione di essere brunettiani o berlusconiani né di essere sostenitori de La Voce (D. indicava Brunetta come “vostro grande ministro”, cioè di noi della Voce), e te lo dice uno che scrive su quello stesso giornale e che appena può al Berlusca lo attacca».

A questo punto si è inserito un’altro amico, M., pure lui un buon conoscitore del settore pubblico.
«Bravo Simone, concordo molto con la tua risposta. Non concordo invece con una cosa della risposta di Fregni. Il nostro ultraliberista dice che il problema del paese è l’eccessiva burocrazia e non l’evasione fiscale. Trovo questo pensiero particolarmente pericoloso perché mette sullo stesso piano due argomenti molto diversi: giustissimo pensare che la burocrazia sia un male di questo paese, ma l’evasione fiscale è un reato e quindi non può essere un modo per combattere un problema, o no?».

Sì o no? Il nocciolo della questione sta qui. Io sono propenso a dare ragione a M. su questo problema. Però, c’è un però. E il però è che da oramai oltre due decenni si cerca di arginare il debito pubblico, ce la si fa per un po’ e poi si torna indietro. Questo produce una situazione in cui, checché
ne dica il centro destra, è di fatto impossibile ridurre la pressione fiscale. Sono certo che Berlusconi
avrebbe voluto farlo, così come sono altrettanto certo che la sua è sempre stata solo demagogia allo stato purissimo, perché per essere attuata avrebbe voluto dire fare delle vere rivoluzioni liberali, molto delicate dal punto di vista del consenso elettorale, e per lui impossibili. Insomma, la pressione fiscale è pazzesca, e induce all’evasione, ma nessuno riesce mai a ridurla significativamente, cosa che ridurrebbe anche l’evasione. Di questo bisogna prenderne atto con realismo. Combattere l’evasione è ultra giusto e se c’è un settore che merita più risorse è certamente l’Agenzia delle Entrate, ma la soluzione non è solo lì, è anche lì. Fino a che la pressione fiscale resterà a questi livelli, per quanto forte possa essere l’azione di D. e dei suoi colleghi, il sommerso si ridurrà di poco.

E allora anche il Direttore ha ragione, perché la burocrazia costa non solo in termini di spese vive, ma per tutto quel che produce come ricaduta sulla vita reale, specialmente delle aziende, e renderla più efficiente avrebbe benefici enormi che permetterebbero una parziale riduzione della pressione fiscale, e quindi dell’evasione. Purtroppo la politica italiana vive di demagogia e si spacciano come successi fiscali errori grossolani come l’abolizione dell’ICI, una delle tasse (federale, tra l’altro) i cui impieghi erano maggiormente controllabili dai cittadini e una delle meno soggette a evasione. Si esaltano, giustamente, i guasti della pubblica amministrazione, che però sono sempre una parte minoritaria rispetto a uno dei veri macigni che pesano sulle casse pubbliche: le pensioni del sistema previdenziale più generoso del mondo. Un sistema politicamente, perennemente intoccabile. Ma c’è qualcosa di ancora peggiore, che blocca tutto e tutti, il vero fardello sulle spalle del paese che rende impossibile ogni seria riforma: la cronica mancanza di legalità. Una mancanza politicamente trasversale e diffusa in ogni campo, dagli appalti all’informazione, da cose fondamentali come i controlli a tutti i livelli a quelle ritenute stupidamente più banali, come il non rispetto delle norme sulle affissioni e delle altre disposizioni elettorali, sistematicamente violate nel modo più spudorato. Un’illegalità dilagante in cui destra, centro e sinistra hanno sempre sguazzato ognuno nei loro feudi,
ognuno, compresa purtroppo una buona fetta dell’elettorato medio, ritenendola non così grave se fatta per penalizzare la parte avversa. Ma come dicono da sempre i radicali: “dove c’è strage di legalità prima o poi ci sarà strage di popoli”: vuoi sotto le macerie di un palazzo abusivo e fatto di carta, vuoi per la disperazione per uno Stato finito in bancarotta.

 

E il direttore
entra in pista

 

Caro Simone e cari lettori, mi tirate in ballo e mi getto nelle danze. Non nascondo che col passare del tempo il mio ultraliberismo (forte in gioventù, poi annacquato negli anni universitari dall’influsso nefasto della “rossa” Bologna) si stia sempre più rafforzando portandomi ad appassionarmi ad idee che sfiorano l’anarcoliberalismo. Non sono ancora del gruppo di chi vorrebbe tutto privato, compreso l’esercito, le forze dell’ordine e la giustizia, ma ci vado pericolosamente vicino (e in questo devo dare ragione a M., dal punto di vista teorico sono un pericoloso sovversivo, nella pratica solo l’idea di violare una legge mi fa stare male). Invece di condire il discorso con dotte citazioni vado ad esporre un (mio) pensiero in maniera un po’ brutale. L’uomo è un animale sociale che trae vantaggi dalle relazioni con gli altri. Per la tutela delle proprietà, l’ordine pubblico e per la difesa di gruppi esterni, firma un contratto sociale. Nelle società moderne questo si esemplifica nella cessione di alcune nostre libertà ad un altro soggetto che, per proteggerci (ma col tempo i suoi “compiti” si sono allargati a dismisura), gestisce il monopolio legale della violenza. Qui Rothbard e altri, che sicuramente tanti in Italia ormai conoscono bene, dicono che è ora di finirla con questo stato tiranno, che le tasse sono un furto, che tutto dovrebbe essere privato ecc. ecc..

Non mi spingo fino a questo punto, dico però che agli evidenti problemi posti dalla crescita a dismisura dello Stato-Leviatano, nella modernità, si sono date due risposte. Nel mondo anglosassone si è sempre cercato di privilegiare l’individuo (con risultati alterni) e di difenderlo dagli abusi del Leviatano. In altri paesi occidentali si è incoraggiata la crescita del mostro ed è inutile dire che c’è un lungo filo rosso che unisce statalismo-comunismo-nazismo e via dicendo. Buttata giù la premessa “ciccospannometrica” veniamo al problema di cui si discute. L’evasione fiscale rappresenta un problema solo nel momento in cui il nostro intento politico sia quello di alimentare il Leviatano. Se invece, senza scomodare gli eccessi di Rothbard e amici che lo vorrebbero morto, ci poniamo in un’ottica politica di togliere cibo al mostro voracissimo, l’evasione smette di essere il nostro primo problema, che diventa invece quello di limitare le spese statali. Non è un caso che negli Stati Uniti, dopo i mesi di luna di miele, Obama venga ora descritto come un pericoloso comunista che vuole aumentare la tasse e togliere libertà ai cittadini.

In soldoni ritengo che una politica liberista dovrebbe portare ad uno snellimento della macchina statale con un forte impulso alla privatizzazioni, mantenendo una tassazione equa (attualmente siamo uno dei popoli più tassati del mondo) per difesa, ordine pubblico, creazione di pari opportunità e tutela dei più bisognosi. Su questo punto ha ragione Simone quando dice che questo Governo, votato a più riprese in questi anni “anche” per l’attuazione di una “rivoluzione liberale”, ha sempre avuto delle difficoltà a mettere in pratica quanto annunciato, soprattutto per motivi elettoralistici. Ma allo stesso tempo, ed è il dibattito di queste ore, appare evidente che si possono limare dalle spese, ma sarebbe meglio chiamarli sprechi statali. Si parla di una trentina di miliardi di euro che potrebbero permettere il promesso sgravio fiscale e dare ossigeno alla nostra economia. Sull’evasione fiscale non c’è dubbio che sia un reato, allo stesso tempo è un dato storico per l’Italia che la politica le abbia sempre concesso ampi spazi per permettere a tutta una serie di categorie di tirare avanti e contribuire al benessere del Paese. A questo punto l’obiezione classica è: “ma i dipendenti pagano tutte le tasse”. Giustissimo, ma perché? Si torna alla questione del monopolio legale della violenza.

In questi giorni stiamo seguendo, attraverso gli articoli di Carlo Zucchi, la battaglia liberale del coraggioso Giorgio Fidenato (che è stato gradito ospite al giornale). Da imprenditore ha smesso di fare il gabelliere per lo Stato. Lui non versa le tasse per i suoi dipendenti, che teoricamente dovrebbero farlo autonomamente, ma l’agenzia delle entrare non accetta questi pagamenti. Fidenato è convinto di avere dalla sua la Costituzione, lo Stato è di altro avviso ed è iniziata un’interessante battaglia legale. In caso di vittoria di Fidenato potrebbe essere questo il primo tassello di una “rivoluzione liberale”. Io da cittadino e da grande contribuente (stando alle dichiarazioni dei redditi c’è poca gente in Italia che paga più tasse di me) non chiederei altro. Pensate che bellezza: ricevere tutto lo stipendio e versare le tasse con un rendiconto di come sono stati spesi quei soldi. Vedreste che “rivoluzione”.

 

(La Voce di Romagna, 25/11/2009)

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