Si paga la mancanza di un’idea di paese

A quanto sembra, in Consiglio dei Ministri è un volare di stracci continuo negli ultimi tempi, soprattutto quando c’è di mezzo il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il tutto, considerando il momento assai difficile e delicato del Presidente del Consiglio, fiaccato dall’attacco concentrico di moglie, procure e fuoco amico rappresentato dalla voglia di poltrone di Bossi, dal cinismo di Fini e dalla rigidità dello stesso Tremonti.

Certo, il carattere di Tremonti gioca un ruolo non indifferente in molte diatribe. Chi si crede il primo della classe è sempre un po’ antipatico per via di quell’eccesso di presunzione che sfocia spesso nell’arroganza. Ad esempio, alla richiesta di 1250 milioni € del Ministro Prestigiacomo per gli interventi a difesa del suolo pare abbia risposto esordendo con un “Cara Stefania, questo modo siciliano che hai di ragionare…”. Per carità, non sarò certo io a fare l’avvocato del modo siciliano di amministrare le risorse pubbliche, ma esprimere il medesimo concetto (i denari non ci sono) con parole diverse non avrebbe guastato. Peggio ancora è finita la diatriba tra Tremonti e Brunetta, con la minaccia di ricorrere ai calci nel sedere da parte del Ministro dell’Economia. Del resto, la rivalità tra i due è di antica data, e quando Tremonti se n’è uscito con un “Non si fa semplificazione con una nuova regolamentazione”, apriti cielo. Niente niente, prima di andare in Consiglio dei Ministri ci si fa gli sciacqui con l’acido muriatico? Così pare, evidentemente.

Riguardo poi al resto della maggioranza, la politica di logoramento volutamente esercitata da Gianfranco Fini sta iniziando a dare i suoi frutti avvelenati. Per ora i sondaggi continuano a premiare Pdl e Lega, ma il lavorio ai fianchi di Fini, con l’aiuto dei poteri forti che da sempre guardano a sinistra, non può continuare. Fini sembra aver tutto l’interesse a boicottare la leadership berlusconiana, fregandosene bellamente dei destini del Pdl. Forte del fatto che mentre lui ha le mani libere per i suoi intrighi di palazzo, l’azione di governo e l’importante scadenza elettorale delle regionali impongono a Berlusconi quanto meno una tregua. Insomma, fino alle regionali Berlusconi è debole. Anche nei confronti di Bossi, i cui unici orizzonti sono da tempo (e forse da sempre) le poltrone e i posti di potere in ambito locale. Insomma, una sorta di Mastella del nord.

Certo, Bossi, Fini e il carattere di Tremonti si stanno rivelando ostacoli non di poco conto, ma prendersela solo con loro porta a poco. La verità è che il Pdl paga le sue carenze culturali e la mancanza di un’idea di paese. E se non si ha un’idea di paese è impossibile approntare una politica di rilancio della sua economia e della sua società. Mancando una linea guida, le riforme sono incoerenti tra loro, perché ognuna di esse finisce per essere un compromesso fra anime diverse e non sempre conciliabili. Inoltre, la mancanza di idee favorisce la politica di piccolo cabotaggio, facendo scivolare la politica stessa in un mero gioco di poltrone. Incolpare di tutto questo Berlusconi, però, è non solo ingeneroso, ma anche ingiusto. Se si ricorda il momento della sua discesa in campo, le politiche di Mrs Thatcher erano il suo cavallo di battaglia. Purtroppo, però, l’Italia ha difficoltà che la Gran Bretagna non ha. Il sistema politico italiano non è bipartitico, la nostra zona depressa (ogni grande paese ne ha una), il meridione, è molto più problematica di quella britannica (la Scozia). Ma, quel che più conta, in politica non s’improvvisa. L’esperienza di Mrs Thatcher è stata il frutto di una preparazione più che ventennale. Eletta nel 1979, ha costruito il suo percorso politico con l’ausilio fondamentale dell’Institue of Economic Affairs, nato nel 1955 per iniziativa dell’imprenditore Antony Fisher, che dopo aver letto La via della schiavitù di Friedrich von Hayek, volle incontrare l’autore parlandogli della sua intenzione di candidarsi con i conservatori. Al che Hayek gli suggerì che in parlamento il suo unico strumento sarebbe stato il singolo voto, che difficilmente sposta gli equilibri, mentre un think tank avrebbe avuto effetti più concreti, anche se ciò sarebbe avvenuto nel lungo periodo. La scelta ha pagato.

Ahimé, la storia in Italia è stata diversa. Berlusconi dovette scendere in politica in fretta e furia, ed eroicamente, a seguito dell’emergenza democratica determinatasi con mani pulite. Purtroppo, lo fece senza avere un progetto alle spalle, frutto di decenni di studi e progetti, perché a destra la cosiddetta società civile ha sempre disprezzato la cultura come roba da intellettuali di sinistra, salvo poi lamentarsi per tasse, burocrazia e quant’altro. Diversamente dai grandi industriali proprietari di grandi giornali, che hanno sempre privilegiato una cultura statalista e corporativa che garantiva le loro rendite, Berlusconi era il paria che ebbe il “torto” di salvare Montanelli dal baratro (e ripagato si sa come), e che ebbe successo nell’unica battaglia concorrenziale avvenuta in Italia: quella con Mondadori e Rusconi per la leadership dell’industria televisiva privata, come riconosce anche Franco Debenedetti nel suo La guerra dei trent’anni. Non è perciò un caso che il think tank finiano Fare Futuro sia un crogiolo di idee politically correct mutuate dalla sinistra, stataliste in economia e sessantottine in campo etico. Chi lavora nella giusta direzione, senza incrostazioni politicamente corrette, sono i ragazzi dell’Istituto Bruno Leoni. Certo, le loro idee liberiste non portano molti voti. Ma sono quelle giuste.

 

 

(La Voce di Romagna, 16/11/2009)

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