Brava Gelmini. Ma privatizzi l’università

Maria Stella Gelmini è un ministro in gamba con un carattere forte. La sinistra l’ha presa di mira, ma ha trovato pane per i suoi denti come dimostra il flop della protesta dei giovani di sinistra dell’Onda. Purtroppo, però, il carattere forte della Gelmini è riuscito laddove molti ministri hanno fallito: fare allentare i cordoni della borsa al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

Intendiamoci, alcuni aspetti della riforma sono condivisibili, ma il maggior stanziamento di fondi ha impedito l’innalzamento delle tasse universitarie. A differenza delle imposte sul reddito, le tasse universitarie, se pagate per intero, non sono distorsive, poiché c’è corrispondenza tra tax payer e tax consumer, ossia si conoscono, oltre al costo (8500 € annui circa), sia l’erogatore (università), sia il beneficiario (studente) del servizio. La decisione di far pagare le tasse universitarie a un prezzo inferiore agli 8500 €, oltre a essere fortemente distorsiva, è anche regressiva, dal momento che l’università è comunque frequentata da quei ceti abbienti che possono permettersi di ritardare l’entrata nel mercato del lavoro. Di conseguenza, gli studi dei ricchi sono finanziati con le tasse dei più poveri. Se proprio si vuole essere veramente democratici, ci si limiti a istituire borse di studio per studenti poveri e meritevoli. L’innalzamento delle tasse universitarie, direte voi, è l’anticamera della privatizzazione dell’università. Ebbene sì. Del resto, motivi per privatizzare l’università non mancano. Basti pensare alla meritocrazia tanto cara al Ministro Gelmini. Invece di industriarsi a inventare commissioni e sistemi di valutazione più o meno contorti, sarebbe molto più sensato ricorrere al mercato, magari abolendo il valore legale del titolo di studio, facendo così della reputazione degli atenei il criterio base per una valutazione dei laureati.

L’obiezione più frequente di molti statalisti è che la parte non coperta dalle tasse costituisce un “investimento” che lo Stato effettua su ogni studente. A conti fatti, però, l’università non si rivela utile a chiunque la frequenti. Del resto, non tutti sono in grado di trarre utilità da un medesimo strumento. Basti pensare al denaro: c’è chi ha la capacità necessaria per farlo fruttare e chi, non sapendolo fare, lo mette a disposizione, dietro legittimo compenso (interesse), a chi questa capacità ce l’ha. Anche la laurea è uno strumento, ma, a differenza del denaro, resta a chi l’ha conseguita e non può essere messa a disposizione di altri in cambio di un interesse. Tra l’altro, gli “investimenti” statali in capitale umano hanno impedito la nascita di percorsi di studi alternativi all’università. Anzi, lo statalismo del settore ha partorito i corsi finanziati dal fondo sociale europeo, spesso fonte di spreco, frodi e inefficienze, se si pensa che molti progetti non partono per mancanza di un numero minimo di partecipanti, problema tipico di rigidità gestionale di un settore altamente burocratizzato. Mai come in questi casi il mercato rappresenterebbe una soluzione efficiente al problema, in quanto più flessibile e maggiormente in grado di “cogliere” quelle informazioni necessarie affinché le risorse scarse vengano investite nella giusta quantità laddove ve ne è bisogno.

Inoltre, la possibilità di iscriversi a un corso universitario senza sopportarne i costi per intero spinge molti aspiranti studenti a ritardare l’entrata nel mercato del lavoro, e con essa quel contatto con persone adulte grazie al quale avviene propria la maturazione umana, prima ancora che professionale. Inoltre, l’università pubblica semi-gratuita scoraggia i privati dal fondare università che le facciano concorrenza, ostacolando in tal modo la ricerca di soluzioni imprenditoriali ai problemi dell’istruzione. Persone esperte nel campo dell’insegnamento e della ricerca potrebbero offrire soluzioni innovative che al momento il comune cittadino ignora, allo stesso modo in cui ingegneri o semplici meccanici dotati di creatività e genio inventano macchinari in grado di produrre beni e servizi nuovi e a costi minori. Come diceva l’economista francese Frederic Bastiat, l’economia è ciò che si vede e ciò che non si vede. Magari, le soluzioni ai problemi dell’istruzione noi non le vediamo, ma singole persone esperte nel settore avrebbero in mente idee rivoluzionarie che il sistema attuale non consente loro di sperimentare. Del resto, è sintomatico che, secondo un’indagine recente relativa ai paesi dell’OCSE, il 40% dei genitori si dichiari insoddisfatto del sistema scolastico e universitario, tanto che, nei paesi in cui è permesso, è in aumento il fenomeno dell’Home Schooling; giusta o sbagliata che sia la sua adozione, è comunque un segnale di forte scontento.

D’altronde, quello dell’istruzione è un settore più o meno ovunque statalizzato e fortemente regolamentato, e non è un caso che, da quando lo Stato ci ha messo mano, le sua struttura sia rimasta la stessa di quando l’istruzione superiore era un lusso per pochi. Da allora in poi le innovazioni organizzative sono rimaste confinate a quelle università americane private che, spinte dalla concorrenza, hanno saputo valorizzare il rapporto con le aziende, creando create figure nuove, come i fund raisers e i cercatori di talenti, che le imprese mandano nelle università così che, già prima della tesi di laurea o anche prima della scelta dei corsi, gli studenti vengono aiutati da queste figure a orientare il proprio lavoro in funzione delle aziende che li dovranno assumere, con mutuo guadagno per tutti. Insomma, laddove vige la concorrenza, l’università è valutata per quel che gli studenti faranno dopo la laurea e non per quello che fanno durante il periodo universitario. Questo significa avere un’università rivolta al futuro. E da noi la strada da fare in tal senso è ancora tanta.

 

 

 

(La Voce di Romagna, 31/10/2009)

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