L’élites contro il popolo e Berlusconi che lo rappresenta

Sin dall’unità, la storia d’Italia ha sempre visto uno scontro frontale tra élites e popolo. La famosa frase di Cavour “Fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani” tradisce il desiderio, neppure troppo nascosto, delle nostre élites, di scristianizzare gli italiani plasmandoli a propria immagine e somiglianza, secondo la peggior tradizione giacobina e positivista in voga nell’Ottocento, che si risolverà nei totalitarismi sanguinari nel secolo successivo. La battaglia politica che si sta consumando oggi in Italia si inserisce in questo solco.

Durante la Prima Repubblica il voto popolare fu rispettato fino in fondo solo nelle elezioni del 1948, che, ancor più che una maggioranza di governo, sancirono l’appartenenza dell’Italia al mondo democratico occidentale. Poi, il partito di governo – la Dc – fece carne di porco della volontà dei propri elettori utilizzando i loro voti per spartirsi il potere con il Pci, uscito sempre sconfitto dalle urne. Il popolo votava in un modo e le élites politiche antifasciste decidevano più o meno arbitrariamente cosa fare di quei voti. Tanto, si era in pieno boom economico e finché la barca andava, come cantava Orietta Berti, tanto valeva lasciarla andare…a sinistra.

Con la fine traumatica della Prima Repubblica, però, i moderati, maggioritari nel paese, si trovarono senza rappresentanti, spazzati via dal ciclone Mani Pulite. Nel 1994 Silvio Berlusconi, unendo Lega, post-fascisti e residui dell’ex pentapartito, diede una casa a quell’elettorato che, come dimostrò il crollo del Muro di Berlino avvenuto cinque anni prima, saggiamente si turò il naso per quasi mezzo secolo votando Dc e satelliti vari, perché l’alternativa era ancor peggio. Purtroppo per lui, però, Berlusconi aveva dalla sua il solo appoggio popolare, sufficiente a vincere le elezioni, e non il consenso delle élites politiche e culturali antifasciste, determinante per governare. Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale erano prive delle stimmate dell’antifascismo e, cosa non meno importante, non godevano dell’appoggio delle élites economiche (grande industria) e finanziarie (banche) proprietarie dei grandi quotidiani, da sempre abituate a trescare con uno Stato debole che le proteggeva da ogni concorrenza consentendo loro di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Del resto, se questi signori dovevano appoggiarsi a una parte politica, era perfettamente logico che scegliessero quella politicamente più esperta (il centrosinistra) e quindi in grado di tutelare al meglio gli assetti di potere esistente.

Nel centrodestra non hanno capito che in Italia vincere le elezioni non è sufficiente per conquistare il potere, tanto più con un assetto istituzionale in cui l’esecutivo ha poteri alquanto deboli e limitati. A cui fa da contraltare l’eccesivo potere di gangli dello Stato autoreferenziali come magistrati, sindacati, intellettuali organici (professori universitari e scolastici, Rai e attori perennemente a caccia di finanziamenti pubblici) e burocrazia grande e piccola, alimentata dallo statalismo inveterato da cui è stata pervasa la Prima Repubblica. Come la grande industria e le banche, anche queste quattro categorie figlie della Prima Repubblica, e detentrici di un rapporto parassitario nei confronti dello Stato, hanno optato per il centrosinistra, in quanto maggiormente in grado di tutelare i loro privilegi. Berlusconi e soci non hanno capito che Palazzo Chigi e Montecitorio altro non sono che due isole in un mare rosso, di cui la stessa costituzione fa parte. Non hanno capito che il fortino dei poteri forti non lo si conquista né con le buone, né con le cattive. Va abbattuto.

Riguardo alla sentenza sul lodo Alfano, vale quanto detto dal filosofo liberale Anthony De Jasay: le costituzioni sono come cinture di castità di cui i politici hanno la chiave. Quello che è intollerabile, però, è tutto ciò che c’è stato in questi 15 anni e che ha reso necessario il lodo. Come non ricordare quando nel 1993 Tiziana Parenti, dopo una decina di giorni che indagava sull’allora Pds, si sentì dire da Francesco Saverio Borrelli “Che non era in linea”. In linea con cosa non si è mai capito e, soprattutto, non lo si è mai voluto capire, specie nel clima di allora, quando i grandi quotidiani dell’establishment economico-finanziario (Il corriere della Sera di Mieli, La Repubblica di Scalfari e la Stampa di Ezio Mauro) e politico (L’Unità di Valter Veltroni) uscivano tutti i giorni con lo stesso titolo, che veniva concordato, come scrisse Piero Sansonetti diversi anni dopo. Questa volta dissento da Angelo Panebianco quando dice che “Berlusconi ha tutti gli strumenti per governare” e che “A lui e ai suoi conviene im¬pegnarsi solo nell’azione di governo”. Purtroppo, andare avanti e governare in queste condizioni come se nulla fosse non è possibile. Occorre indossare l’elmetto e armarsi di astuzia senza farsi prendere dal panico. Per l’ennesima volta le élites di questo paese hanno dichiarato guerra al popolo, ai ceti produttivi e a Berlusconi che li rappresenta. Magari non benissimo, ma li rappresenta. Purtroppo, le forti carenze culturali impediscono al centrodestra di predisporre un’adeguata strategia di lotta (chi colpire e in che modo). Gli assalti alle banche di Tremonti (tra l’altro in parte discutibili) e quelli di Brunetta a fannulloni e cineasti parassiti (sacrosanti) sembrano assalti all’arma bianca improvvisi e casuali contro roccheforti fortificate, che esauriscono la loro azione una volta conclusi. Possibile che Berlusconi non capisca che è in guerra? La leggerezza con cui ha fatto entrare “cani e porci” a Palazzo Grazioli testimonierebbe in tal senso. Appellarsi al popolo, purtroppo non basta. Del resto, anche le sentenze dei tribunali vengono emesse in nome del popolo italiano.

 

 

(La Voce di Romagna, 9/10/2009)

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  1. #1 di pernologos84 il ottobre 9, 2009 - 11:36 am

    Il successo elettorale del pdl è dovuto al programma liberale. Il problema è che, nonostante le chiacchiere, di riforme e liberalismo se ne vedono pochi. La politica discute di escort e moralità, ma lascia a latere i problemi del Paese.
    Credo che se Berlusconi, sfruttando il suo carisma, imponesse un cambio di rotta verso idee seriamente liberali, non avrebbe solo l’appoggio popolare (esplicabile anche con manifestazioni, come alcune passate, di grande successo), ma anche un forte sostegno ideologico nel demolire i cosiddetti “poteri forti”.
    In Italia tutti sanno, ma per convenienza, per disonestà o per semplice paura, nessuno osa scardinare lo statalismo imperante. Allora non bisogna solo mostrare sondaggi, ma smuovere questo ceto produttivo silenzioso per far capire alle elites che i giochi sono finiti.

  2. #2 di cister il ottobre 9, 2009 - 11:42 am

    Ciao Carlo, la frase che hai citato in apertura mi pare che fosse di Massimo D’Azeglio.

    Quanto all’Anarca, ma tu ce lo vedi il Berlusca diventare lucido e razionale, alle prese con l’apparato a lui avverso mentre tenta di smantellarlo? Non ti sembra di sopravvalutarlo? Il fatto che lui sia un outsider sta pesando sempre di piu’ sull’azione quotidiana di governo in maniera negativa e le sue uscite rabbiose ora lo stanno coprendo di ridicolo. Non l’hai sentito oggi? «Sono un perseguitato dalla magistratura. Il più grande perseguitato della storia, visto che sono stato sempre assolto, con due prescrizioni. Ho speso 200 milioni di euro per i giudici… scusate, per gli avvocati».

    A presto, Francesco

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