Bisogna restare, ma cambiando strategia

Gli attentati come quelli di ieri l’altro a Kabul suscitano sempre una forte ondata di dolore, soprattutto in un paese come il nostro, poco avvezzo alla guerra. Inoltre, i morti sono inevitabilmente ragazzi giovani (i teatri bellici richiedono forze fresche), di quel genere che ognuno vorrebbe come proprio figlio.

Questo, però, non ci esime da un’analisi fredda e logica su quanto sta accadendo nel lontano Afghanistan, se non altro per evitare, o quantomeno limitare, il ripetersi di tragedie simili. Sin da subito i descamisados della nostra politica, Bossi e Di Pietro, hanno invocato il tutti a casa. Del resto, il primo ha una visione del mondo che non va al di là di Ponte di Legno, mentre il secondo è stretto fra una visione del mondo da Procura della repubblica e il ruolo di facente veci della sinistra antagonista antiamericana non più presente in parlamento. Quel che sconcerta, semmai, è la reazione titubante di Berlusconi, all’insegna della peggior tradizione italica che vede la politica estera come un puro e semplice prolungamento di quella interna, senza tener conto che la mancanza di fermezza in patria fa dei nostri soldati un bersaglio ancor più appetibile sul campo di battaglia. Un alleato, seppur importante come la Lega, non può impedire una posizione ferma sul nostro futuro in Afghanistan. E ancor meno è giustificabile che un premier sia condizionato, in una decisione del genere, da un sondaggio come quello che vede il 58% degli italiani favorevole al ritiro del nostro contingente dal fronte afghano. Evidentemente, lo statista continua a lasciare il posto all’uomo di marketing.

Detto questo, però, è inutile mettere la testa sotto la sabbia e far finta di niente. La missione va ridiscussa con gli alleati. La strategia fin qui usata è stata fallimentare. A differenza di quella irachena la missione in Afghanistan ha avuto da subito il consenso di tutti e questo ha spesso impedito di denunciarne i limiti e gli errori (soprattutto da parte americana), primo fra tutti quello di non concentrarsi esclusivamente sull’Afghanistan e aprire un altro fronte in Iraq. Ma l’errore ancor più importante dal punto di vista strategico è stato quello di comportarsi come se l’Afghanistan potesse essere trasformato in uno Stato nazionale. Se in Iraq qualche tampone si è riusciti in qualche modo a metterlo è proprio perché, pur diviso in etnie esso era già uno Stato nazionale, governato da un despota come Saddam Hussein, ma con le strutture statuali e centralizzate tipiche di uno Stato moderno. Del resto, l’ideologia del partito Baath di Saddam Hussein affonda le sue radici in un’ideologia importata dall’Occidente come il socialismo laicista, magari condito da un po’ di militarismo nazistoide.

L’Afghanistan non è nulla di tutto questo. Kabul controlla Kabul e poco altro. In molte zone tribali il potere centrale è zero, se non altro per l’impossibilità logistica di esercitarlo in un territorio immenso, ma privo di strade ed energia elettrica. L’esperienza di chi come i Sovietici – e gli inglesi prima di loro e in tutt’altra epoca – ha tentato di soggiogare quel territorio, non sembra aver insegnato granché. Conquistare Kabul e le principali città non ci vuole molto. Ma cosa controlla la capitale? Cosa controllano le città “capoluogo”? Lo stesso accadde agli inglesi quando conquistarono un paese semi-feudale e privo di un governo centralizzato come l’Irlanda: ci riuscirono, ma dopo molto tempo e a prezzo di molte perdite. Perciò, controllare Kabul e insediarvi un governo democraticamente eletto serve a poco, indipendentemente dai brogli. Se poi ci aggiungiamo anche quelli la cosa si complica ulteriormente. Dal che ne discende che già cercare di “normalizzare” l’Afghanistan è da incoscienti, ma farlo prescindendo dai capi tribali è pura follia.
Per questo, la domanda “Cosa stiamo a fare in Afghanistan?” è tutt’altro che peregrina. Occorre quindi darsi dei fini logici e perseguibili. Come già scrissi il 25 agosto, nel 2001 la coalizione alleata andò in Afghanistan per catturare Bin Laden, sgominare Al Qaeda e cacciare i Talebani suoi alleati. Non per trasformare l’Afghanistan in un paese moderno. Bene, occorreva un maggior numero di truppe e venire a patti con chi il potere lo detiene realmente e non con chi ci piacerebbe che lo detenesse e nei modi (democratici) a cui piacerebbe a noi . I capi tribù saranno pure dei levantini con cui è brutto trattare, ma in certe zone del paese non si può fare a meno di loro. E se non incarnano la nostra idea del bene, pazienza. Lo stesso errore, del resto, è stato commesso in Iraq, quando solo dopo diversi anni si è accettato di venire a patti con i membri del deposto partito Baath per sconfiggere le milizie di Al Qaeda.

In ogni modo, credo sia sbagliato andarcene dall’Afghanistan. Il nemico lì presente è reale e, seppur lontano, non per questo è meno pericoloso. Bin Laden è stato a lungo in Occidente e da lì ha mutuato l’ideologia rivoluzionaria di cui ha rivestito l’Islam. E come tutti i rivoluzionari, aspirano a cambiare la società in cui vive, perché in essa vede un sistema ingiusto che non può essere riformato, ma che deve essere distrutto e ricostruito dalle sue fondamenta. Inoltre, la volontà di cambiamento radicale sua e dei suoi sodali, animata com’è da un’ideologia, non si fermerà alla società in seno alla quale essa nasce, ma vorrà cambiare anche il resto del mondo. Per questo vanno fermati, ma con la consapevolezza che il nemico non è uno Stato nazionale. E che le logiche di una guerra convenzionale servono a poco.

 

 

(La Voce di Romagna, 19/9/2009)

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