Gli Usa traditi dalla “metafisica” della democrazia

Finalmente, le elezioni in Afghanistan si sono svolte, e senza i temuti assalti dei Talebani. I numeri, però, parlano chiaro: poco più di 6 milioni di votanti su 17 milioni di aventi diritto. Un’affluenza del 35% circa. Del resto, i Talebani hanno rialzato la testa e conquistato campo mettendo in difficoltà la coalizione alleata. Da qui, la credibilità accresciuta delle loro minacce.

Ma oltre alle minacce talebane l’impressione è che le difficoltà logistiche e la mancanza di una tradizione, non solo democratica, ma anche statuale, abbia giocato un ruolo decisivo. L’Afghanistan è un paese tribale di dimensioni enormi, in gran parte carente di strade e vie di comunicazione, così che molti abitanti dei villaggi lontani dalle città si trovano a vivere un’esistenza confinata al proprio villaggio con poche possibilità di spostarsi. Per queste persone Kabul è lontana anni luce e quel che lì viene deciso spesso non ha la benché minima influenza sulla loro vita. Sinceramente, mi vien da pensare ai rischi a cui sono stati esposti i nostri valorosi militari per assicurare uno svolgimento più sicuro possibile della consultazione elettorale. Ne valeva la pena? A parte le accuse di brogli, a quanto sembra piuttosto consistenti, il dubbio che questa consultazione elettorale sia stata più importante per noi che per gli afghani si pone. È inutile nascondersi, ma in certe aree del paese il governo centrale, che sia di Karzai o di Abdullah, è del tutto privo di potere. Che serve perciò votarlo, se per molti afghani è molto più utile rivolgersi al capotribù per risolvere i propri problemi quotidiani?

La verità è che gli Stati Uniti dovevano andare in Afghanistan per catturare i responsabili dell’attacco alle torri e tornarsene subito dopo averlo fatto. Dal punto di vista strettamente militare, dovevano catturare Bin Laden e il Mullah Omar a Tora Bora quando avevano la possibilità di farlo pochi mesi dopo l’attentato alle torri. Solo che l’allora ministro della difesa Donald Rumsfeld “risparmiò” sugli uomini e le cose andarono come sappiamo. Invece di limitarsi alla cattura dei terroristi di Al Qaeda, l’amministrazione Bush si è data traguardi “ambiziosi”, primo fra tutti imporre la democrazia in paesi che mai l’avevano conosciuta, sperando che questo ciò servisse a stabilizzarli sul piano politico, rendendoli in tal modo pacifici e amici dell’Occidente. Eppure esempi di come l’instaurazione della democrazia si sia rivelata controproducente non sono mancati. Sotto pressione dell’amministrazione Clinton, l’Indonesia si è sbarazzata della dittatura trentennale di Suharto per diventare una democrazia. Risultato: se prima era una dittatura stabile, oggi è una democrazia instabile governata da movimenti islamici nemici dell’Occidente. E lo stesso dicasi dei territori palestinesi, con Gaza che dopo democraticissime elezioni ha mandato al potere Hamas complicando non poco il processo di pace con Israele.

Inoltre, gli Stati Uniti han ben poco da storcere il naso di fronte alla bassa affluenza afghana, quando anche a casa loro l’affluenza al voto si va stabilizzando attorno al 50% con grande disaffezione da parte dei cittadini americani. E se anch’essi, nella patria della democrazia, percepiscono come sempre più distanti i politici di Washington, come si può pretendere che accada diversamente con gli abitanti dei remoti villaggi afghani? E poi, siamo sicuri che siano gli afghani ad aver torto nel momento in cui considerano l’elezione un’inutile e, nel loro caso, pericolosa perdita di tempo? Invece di accusare certe popolazioni di scarso spirito civico, non veniamo mai assaliti dal dubbio che forse siamo noi ad essere condizionati da una certa “metafisica democratica” che ci porta a dare eccessiva importanza a una rappresentanza politica, più teorica che pratica? Se la sensazione che pur cambiando governanti “tanto non cambia nulla” è sempre più forte anche nell’Occidente democratico, come pensiamo di rimproverare a popolazioni come quella afghana di pensare la stessa cosa, specie quando hanno a che fare con una classe politica ancor più corrotta di quelle occidentali?

Purtroppo, gli Stati Uniti sembrano aver dimenticato che ciò che ha fatto di essi una grande nazione sono state le idee di libertà dei padri fondatori, tese a diffidare dell’intervento dello Stato nella vita delle persone, non la mistica democratica basate sulla rappresentanza popolare e sulla volontà generale di roussoviana memoria. Del resto, l’entusiasmo per la democrazia e la rappresentanza popolare si sta fortemente affievolendo proprio in quell’Occidente in cui sono sorte tali istituzioni, trascinate sempre più nel discredito dalla crisi, sempre più evidente, del moderno Stato nazionale. E se questo accade in Occidente, come si può pretendere che non accada in zone del mondo impregnate di etica tribale? Insomma, se si tratta di andare a catturare dei delinquenti, allora si faccia quello e nient’altro. E senza cercare di cambiare le abitudini di altre persone uniformandole alle nostre, delle quali, sia detto a chiare lettere, siamo tutt’altro che contenti.

 

 

 

 

 

 

 

(La Voce di Romagna, 25/8/2009)

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: