L’inflazione rende il mondo meno libero

Dopo aver chiarito il significato del termine inflazione e le sue influenze economiche e morali sul rapporto tra risparmio e consumo, occorre ora spezzare una lancia in favore del sistema finanziario e creditizio. Un sistema, quello attuale, forse ipertrofico in quanto distorto e rovinato da regole sbagliate, ma di per sé necessario per rendere funzionante una moderna economia di mercato.

Infatti, senza intermediazione creditizia nessuna economia moderna può funzionare, perché solo grazie ad esso è possibile mobilitare tutte le risorse a disposizione della società. Senza di esso non sarebbe possibile far sì che chi dispone di un consistente ammontare di risparmio, e non è disposto ad avventurarsi in iniziative imprenditoriali, le possa investire in maniera fruttifera fornendo risorse a chi, al contrario, non ne dispone, ma è disposto a cimentarsi in un’attività imprenditoriale. La finanza serve a far girare in maniera efficace le risorse da chi ne dispone a chi sa utilizzarle, con mutuo beneficio per la società intera. Tutto questo, a patto che non vengano alterate le condizioni di mercato e che i prezzi e le quantità che in esso si determinano non vengano distorti all’azione arbitraria dei governi o, come avviene oggi con il denaro, delle banche centrali, provocando fenomeni inflattivi e recessivi gravi come quello in atto.

Purtroppo, dal 1971, anno in cui il Presidente americano Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro, viviamo in un contesto malato privo di una moneta sana agganciata all’oro con un sistema creditizio a riserva frazionaria, in cui le banche commerciali non si limitano all’intermediazione, ma creano ulteriore potere d’acquisto ex nihilo, detenendo riserve inferiori al valore dei depositi a vista e prestando la differenza. Così facendo, però, si mette in circolazione moneta fiduciaria priva di una base reale, così che il tasso di interesse rimane al di sotto del suo livello naturale, fornendo un’informazione distorta in merito alla presenza di risparmio nella società. Infatti, in un mercato libero il prezzo basso segnala l’abbondanza di un bene (tassi bassi segnalano un’abbondanza di risparmio), mentre quello alto ne segnala la scarsità (tassi alti, scarsità di risparmio). Invece, con i tassi fissati d’autorità a un livello basso dalle banche centrali, molti operatori sono spinti a indebitarsi, chi per contrarre mutui, chi per intraprendere progetti ad alta intensità di capitale più lontani dalle fasi del consumo (es. cantieri edili), che al manifestarsi delle preferenze effettive dei consumatori si riveleranno insostenibili. A quel punto, le risorse vengono reindirizzate, quando è possibile (e a costi elevati), verso settori più prossimi al consumo, e la concorrenza che così si crea sul mercato dei capitali provoca il rialzo dei tassi si interesse. Così, un numero insolitamente alto di imprese si ritrovano indebitate e invischiate in progetti mai terminati o in mercati dalla domanda di molto inferiore alle attese. E questo finisce per provocare la crisi, tanto più severa quanto più sono gli errori imprenditoriali a cui gli agenti economici sono stati indotti.

La gravità dell’inflazione monetaria e delle conseguenze che ne derivano oggi non è percepita dalla popolazione, né è spiegata adeguatamente nelle università e sugli organi di informazione. Basti ricordare che la prima catastrofe monetaria della storia fece collassare l’impero romano. Per questo è bene acquistare libri come Inflazione, malattia primaria di Andrea De Marchi, che in poco più di 150 pagine introduce efficacemente il lettore “profano” all’argomento inflazione, con interessanti accenni anche sul piano storico. Oltre a ricordare quanto accadde nell’antica Roma, l’autore ci ricorda come fra il XVI e il XVII secolo l’economia si fosse finanziarizzata, allora come oggi. La produzione di beni era stata in gran parte spostata verso le colonie, alla periferia dell’impero, di modo che l’abbondante disponibilità di beni a buon mercato proveniente dalle colonie permetteva ai dominatori (gli spagnoli) di inflazionare moneta senza pagare dazio. E se a Roma la conseguenza fu che la popolazione si dedicò sempre più a gozzovigliare, nell’Europa seicentesca i sovrani si dedicarono alle guerre di predominio, sfibrando la società e preparando la strada per il collasso del sistema attraverso un ruolo dello Stato sempre più invasivo e parassitario. Anche oggi, purtroppo, la storia si sta ripetendo. Dal 1913 (data di nascita della Federal Reserve) si sono avute due guerre mondiali, una miriade di guerre locali, un’instabilità monetaria continua e un dilatamento abnorme del ruolo del governo. Per tutto il Novecento spesa pubblica e imposizione fiscale (su imprese e famiglie) sono aumentate, persino negli ultimi 20 anni del secolo, quelli di Ronald Reagan e Mrs Thatcher per capirci. Insomma, lo Stato non arretra, semmai diminuisce la crescita della sua presenza, se non altro perché ormai ha già occupato tutti i gangli della vita pubblica.

Insomma, a causa del’inflazionismo oggi viviamo in un mondo sempre più privo di libertà, meritocrazia e autorità in cui regnano maleducazione e arroganza del potere da parte di chiunque sia in grado di esercitarlo. Del resto, una volta sparita l’autorità il suo posto viene preso dal potere. E se la prima indica la via da seguire per un comportamento raziocinante, potendo attingere alla tradizione di comportamenti accettati in quanto virtuosi e sperimentati, il potere incentiva comportamenti istintuali e omologanti attraverso un legalismo cervellotico quanto lassista, che tarpa le ali a chi ha voglia di fare e spiana la strada ai prepotenti e ai delinquenti di ogni risma.

 

 

 

 

 

 

(La Voce di Romagna, 21/8/2009)

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