I cattolici e il “regno del male” del mercato

In questi giorni si è celebrato il cinquantenario della morte di Don Luigi Sturzo. Figura limpida quanto scomoda all’interno del mondo cattolico, politicamente monopolizzato per lungo tempo dalla Democrazia Cristiana, Sturzo ha rappresentato la coscienza critica del suo partito e dell’intera classe dirigente italiana, impregnata di una cultura statalista che non conosceva quasi eccezioni.

Cattolico, ha sempre avuto ben chiaro che lo statalismo, non solo stava creando le basi per la distruzione dell’economia del paese, ma ne minava anche i fondamenti morali. Infatti, il sacerdote siciliano ha sempre avuto ben chiara la tendenza moderna alla sacralizzazione del politico, culminata nei totalitarismi novecenteschi. Ma quel che colpisce nelle sue posizioni antistataliste a favore del libero mercato è che sono state prese da un cattolico. Sturzo, perciò, non fu coscienza critica soltanto dei cattolici, ma anche dei liberali, che sin dagli inizi dell’unità d’Italia hanno accresciuto il ruolo dello Stato nell’economia. Del resto, gli esponenti dello Stato liberale risorgimentale furono espressione di una borghesia più incline alla protezione delle rendite che al rischio imprenditoriale, come dimostra la loro volontà che lo Stato italiano si facesse carico dei debiti pubblici degli Stati pre-unitari, le cui cartelle erano in mano a loro stessi, che brigarono per spodestare i sovrani degli Stati in questione, contrattando condizioni di rendita più vantaggiose con i Savoia e Cavour.

La sconfitta politica di Don Sturzo, rappresentata dalla discordia mai sopita tra cattolici e liberali, ha portato con sé quella del paese. E se sul versante cattolico questo fallimento è stato ben esemplificato dai catto-comunisti lapiriani e dossettiani, quello liberale si è identificato nella tradizione radicale sviluppatasi nel secondo dopoguerra attorno al Mondo di Pannunzio. Un universo, la cui comprensione deve essere fatta risalire all’ideologia del nostro liberalismo risorgimentale, che non affonda le sue radici nell’individualismo proprietarista di John Locke, né tantomeno nel pensiero settecentesco dei Pietro Verri e dei Cesare Beccaria (per restare in Italia), ma nell’ideologia giacobina figlia della Rivoluzione Francese, portata in Italia da Napoleone a cavallo tra fine Settecento e primo Ottocento. Un liberalismo che al primato della persona ha anteposto il nazionalismo giacobino e, soprattutto, l’avversione totale verso il cattolicesimo. Infatti, quei valori più cari al liberalismo, come la proprietà e il primato della persona, vennero allora portati avanti soprattutto da un sacerdote: Antonio Rosmini. Mentre la tradizione liberista in economia, nata con Francesco Ferrara, e proseguita con Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Marco Fanno, Gustavo Del Vecchio, Antonio De Viti De Marco, Costantino Bresciani Turroni e Luigi Einaudi; fu snobbata da Pannunzio e dai liberali “politici” (e statalisti), che ritennero di poter fare a meno dell’analisi economica per le loro teorie. E dire che James Buchanan, economista liberista americano fondatore della Scuola delle Public Choices (scelte collettive), negli anni ’40 venne proprio in Italia per approfondire le sue teorie liberiste. Anche grazie all’influenza di Benedetto Croce, che pur non essendo anti-cattolico, riteneva che il liberalismo dovesse emanciparsi dal “liberismo” in economia, più che il libero scambio, ai liberali italiani è sempre interessato lo sradicamento dell’elemento cattolico dal tessuto sociale italiano, tanto che ancora oggi, non pochi liberali eredi di rito risorgimentale rimpiangono il fatto che l’Italia non abbia avuto la sua Riforma Protestante. Peccato, però, che l’etica liberale dell’Olanda seicentesca affondi nello spirito libero e avventuroso che gli olandesi hanno acquisito nei secoli con la pesca delle aringhe. O che il liberalismo pratico egli anglosassoni sia contestuale all’insularità di quel popolo e alla capacità di unirsi pacificamente delle sue tribù, databile senz’altro a ben prima della nascita di Lutero e Calvino.

Venendo ai giorni nostri, l’incomunicabilità tra cattolici e liberali rappresenta uno dei maggiori ostacoli alla formazione di un partito liberista e conservatore, che sappia conciliare cattolicesimo ed economia di mercato. Le cattolicissime Spagna e Irlanda hanno dimostrato in questi anni come sia possibile conciliare le due cose. Purtroppo, in Italia molti cattolici vedono nel mercato il regno del male, mentre liberisti come Antonio Martino e Benedetto Della Vedova vedono nel cattolicesimo per lo più un dogma illiberale. Certo, il passato pesa, da una parte e dall’altra, per questo il ponte che sta cercando di gettare Marcello Pera tra le due sponde va sostenuto e puntellato il più possibile. Così come va sostenuta quella nuova generazione di giovani liberali, Istituto Bruno Leoni in primis, che scevra da pregiudizi vetusti si batte perché anche in Italia arrivi una ventata di concorrenza e libero scambio.

 

 

(La Voce di Romagna, 21/8/2009)

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  1. #1 di Matteo Corsini il agosto 24, 2009 - 4:39 pm

    Trovo la tua analisi molto interessante. Mi è sempre risultato difficile trovare affinità tra i veri liberali e coloro che in Italia storicamente sono stati definiti (o si autodefinivano) tali. Quanto ai cattolici, credo sia molto difficile far accettare i principi liberali e l’etica del mercato a quelli abbeveratisi al credo democristiano.

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