Gabbie salariali: il problema è il contratto nazionale

Finalmente, la politica italiana devia un attimo dai percorsi del gossip e delle emergenze per affrontare un problema concreto, ossia quello relativo alle differenze salariali tra nord e sud. E puntuale come un congiuntivo storpiato nei discorsi di Di Pietro, ecco saltar fuori le polemiche sulle gabbie salariali.

Già il termine gabbie è brutto. Max Weber parlò del capitalismo come di quel fenomeno che ha consentito all’umanità di uscire dalla gabbia della povertà nella quale l’aveva confinata per secoli l’economia di sussistenza. Insomma, il termine gabbia evoca quel senso di soffocamento del quale l’economia italiana soffre da decenni a causa del peso di un fisco vessatorio e una burocrazia tentacolare, nonché dei lacci e i lacciuoli di una legislazione farraginosa e contorta. Ma quel che più conta, in un paese economicamente (e non solo) ignorante come l’Italia, dà l’idea che i salari debbano essere fissati da un’autorità governativa: a un livello più alto al nord e a uno più basso al sud, a seconda del differente costo della vita presente nelle due zone del Bel paese. Il termine gabbie salariali, pertanto, è di per sé sviante, e non è un caso che sia stato tirato fuori da chi, alla fin fine, ha più a cuore gli interessi propri di quelli dei lavoratori di nord e sud. In particolare, mi riferisco a un parte (nemmeno tanto grande) di politici leghisti, che non perde occasione per rinfocolare una retorica nordista fine a sé stessa, e, soprattutto, ai sindacati che più avversano la contrattazione decentrata, Cgil in primis.

Infatti, il vero problema della questione salariale nord-sud sta nel peso, davvero esorbitante, che ha il contratto collettivo nazionale nella determinazione dei salari dei lavoratori italiani. l salario è un prezzo che in un sistema di mercato deve essere libero. E perciò deve essere determinato sulla base delle condizioni di mercato delle singole realtà locali in cui il lavoratore vive, consuma e spende. Se c’è un differenziale del 16,5% nel costo della vita tra nord e sud, ciò significa che a egual salario nominale tra nord e sud corrisponde un diverso salario reale, più alto nelle regioni meridionali. E tenuto conto che nel Mezzogiorno la produttività del lavoro è minore che al nord, abbiamo il paradosso che al sud ci sono salari reali maggiori nonostante una minor produttività, il che fa sì che il sud sia gravato da un costo del lavoro davvero insostenibile. Conseguenza inevitabile di tutto ciò è un 40% di disoccupazione giovanile in Calabria, mentre in Veneto le aziende faticano a trovare dipendenti perché i salari sono troppo bassi. Come ha rilevato il Professor Carlo Lottieri, direttore del dipartimento di teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni, di gabbie salariali ha senso parlare solo per quanto riguarda il settore pubblico, perché mancando la controparte dell’impresa privata, è impossibile affidarsi alle forze di mercato in sede di contrattazione, per cui l’unico criterio, diventa quello dell’equità: a parità di salario nominale, il costo della vita a Canicattì non è quello di Milano.
Purtroppo, nel centrodestra l’ignoranza regna sovrana e i problemi vengono trattati in maniera spesso approssimativa, a partire dalla terminologia usata. Sì, perché chi ha poca dimestichezza con la cultura non capisce che le parole sono pietre. Nel caso in questione, parlare di gabbie salariali e retribuzioni legate al territorio non è la stessa cosa, a patto che per “retribuzioni legate al territorio” (termine usato dal Berlusconi) si intenda retribuzioni contrattate in azienda e decise dal mercato, e non da una contrattazione condizionata dalla politica attraverso i suoi bracci armati, sindacato e Confindustria. Certo, non sono molto incoraggianti le parole del Presidente del Consiglio, che al Mattino di Napoli ha annunciato l’ambizioso progetto di “Un grande New Deal rooseveltiano, un piano Marshall per il Mezzogiorno, con il ruolo di guida affidato al premier in persona”. Insomma, proprio quello che non ci vuole per l’Italia, e per il sud in particolare. Invece di denari pubblici, il sud ha bisogno di veder accolte le richieste del mercato. Salari più bassi significherebbero minor disoccupazione e minor lavoro nero. Minor tassazione e minor spesa pubblica significherebbero più investimenti privati e minori occasioni per la criminalità organizzata, che sugli appalti pubblici ha sempre costruito le proprie fortune in ogni paese in cui ha “operato”.

Naturalmente, per vedere accolte le richieste del mercato, occorre creare le condizioni minime affinché il mercato operi, a partire dal ripristino della legalità. Infatti, parlare di mercato in regioni controllate dalla criminalità significa mettere il carro davanti ai buoi. Per questo, ancor più che infrastrutture e progetti faraonici, il sud ha bisogno di investire, e bene, in ordine pubblico. Se lo Stato lasciasse al mercato questioni come i contratti di lavoro e concentrasse il proprio operato su poche cose, come l’ordine pubblico, aumenterebbe la propria efficienza, guadagnandone sia esso stesso, sia chi opera sul mercato, che vedrebbe meglio tutelati i suoi diritti di proprietà e il frutto del proprio lavoro.

 

 

 

(La Voce di Romagna, 13/8/2009)

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  1. #1 di mimmo il agosto 15, 2009 - 9:17 am

    guarda che già ora c’è una grande differenza tra gli stipendi. gli stipendi del nord superano di un buon 20% gli stipendi del sud per la contrattazione territoriale differente. basta prendere qualsiasi integrativo regionale per vedere la differenza.

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