Più consumo e meno risparmio: un’economia contro natura

Un altro degli aspetti più deteriori dell’inflazione è l’alterazione del rapporto tra risparmio e consumo, a vantaggio di quest’ultimo. Infatti, l’inflazione erode il valore dei redditi e dei patrimoni frutto di anni di risparmi accumulati, mentre va a vantaggio di chi si indebita, poiché il valore dell’ammontare del debito, espresso in moneta, decresce in termini reali man mano che la moneta si deprezza. E se indebitarsi è più vantaggioso che risparmiare, ecco che la propensione al consumo viene incentivata.

Il modo più semplice per incentivare consumi e debiti a scapito del risparmio è l’abbassamento artificiale dei tassi di interesse manipolati delle banche centrali. L’offerta di moneta a tassi artificialmente bassi rende il risparmio poco conveniente imponendo scelte temporali sempre più brevi, sia per i bassi rendimenti che esso offre, sia perché l’aumento dei prezzi che ne consegue ne riduce nel tempo il potere d’acquisto. In tal modo orienta le preferenze temporali degli individui verso un consumo anticipato, sempre più spesso finanziato attraverso il ricorso al credito, reso conveniente dagli oneri non eccessivi dovuti ai bassi tassi di interesse. Insomma, todos consumidores!

Quel che ne deriva è una smodata propensione al consumo e un pervertimento di ordine naturale delle cose. Poiché l’inflazione fa diminuire il valore del denaro, i prezzi tendono ad aumentare (e il potere d’acquisto a diminuire), e a un prezzo che ha mantenuto costante il suo livello corrisponde un bene che ha perduto valore. Perciò, in un contesto inflattivo, se i prezzi non aumentano è solo perché beni e servizi perdono valore. Come fare perché ciò accada? Attraverso l’aumento della produzione; aumento della produzione a sua volta incentivato dall’accresciuta propensione al consumo (il c.d. consumismo) provocata dall’abbassamento artificiale dei tassi di interesse operato dalla banca centrale. Come ci ricorda Andrea De Marchi nel suo Inflazione Malattia Primaria, il consumismo agisce come calmiere dei prezzi, perché agisce sull’altra metà della legge della domanda e dell’offerta, quella di beni e servizi. Legge che applicata all’equilibrio tra disponibilità di beni e quella di denaro ci dice che se ci sono molti beni e servizi da acquistare e pochi denari per farlo, allora i prezzi diminuiranno, mentre al contrario, se ci sono molti denari a caccia di pochi beni e servizi (inflazione), allora i prezzi aumenteranno.

Nella nostra società caratterizzata da un’inflazione endemica di mezzi di pagamento, gli inflazionisti (politici, banchieri, ecc.) hanno escogitato un trucco consistente nell’aumentare in modo vertiginoso, in parallelo a quella del denaro, anche la disponibilità di beni e servizi di modo che i prezzi nominali non aumentino. I tassi artificialmente bassi, poi, favoriscono l’espansione del credito, il che stimola i produttori, incentivati da una percezione del rischio bassa quanto errata, a indebitarsi per intraprendere i progetti più astrusi. Infatti, citando ancora le parole di Andrea De Marchi,: “Le imprese hanno la possibilità di prendere a prestito a prezzi stracciati il capitale necessario a finanziare la propria operatività e restituirlo con calma quando il suo valore sarà diminuito”. In pratica, chi prende a prestito è avvantaggiato, poiché ha avuto la fortuna di toccare per primo i denari creati dal nulla e può comprare a prezzi vecchi (e non aumentati) quel che gli serve sul mercato, essendo quest’ultimo ancora ignaro del fatto che il denaro è stato inflazionato e che in futuro perderà valore. All’opposto, chi, come lavoratori, pensionati e percettori di redditi fissi, toccherà il denaro per ultimo, toccherà denaro già svalutato e sarà costretto ad acquistare quel che gli serve a prezzi aumentati per effetto dell’inflazione che nel frattempo il mercato ha incorporato.

Insomma, si inverte l’ordine naturale delle cose: non è più il risparmio il motore dello sviluppo, ma il consumo. In un contesto di libero scambio il lavoratore destina una parte del proprio reddito al consumo e quel che rimane lo risparmia mettendolo a disposizione di chi crea sviluppo, creando così un circolo virtuoso. In un contesto inflazionistico, invece, non si consuma più per vivere, ma si vive per consumare, al fine di far girare l’economia. Il consumo viene stimolato artificialmente per stimolare la produzione. Non è più la produzione che è finalizzata al consumo, ma è quest’ultimo che è finalizzato a “far girare l’economia”. Il fine non è più il benessere della persona, che si trova a condurre un’esistenza frenetica del tutto simile a un metaforico tapis-roullant che gira sempre più veloce, ma l’economia in astratto e il circo politico finanziario in concreto. Sì, perché più l’economia “gira”, più prestiti e restituzioni di essi ci sono, e più banchieri e mondo finanziario guadagnano. Certo, aumentano anche le insolvenze, ma queste vengono ben più che compensate dalla restituzione di una massa di prestiti aumentati a dismisura grazie a un’economia gonfiata dall’inflazione. L’inflazione, quindi, crea gravi problemi sia dal punto di vista economico e sociale, togliendo ai poveri per dare ai ricchi e rendendo frenetica e innaturale la vita di tutti, sia da punto di vista morale, incentivando i consumi, e con essi comportamenti istintuali e dissipatori, a scapito del risparmio, che instilla nelle persone comportamenti sobri e ragionevoli. Come ciò avviene lo vedremo prossimamente.

 

 

 

 

 

(La Voce di Romagna, 11/8/2009)

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  1. #1 di roberto il marzo 6, 2010 - 4:23 pm

    l’inflazione risultato di un complotto?
    ma qualcuno di voi ha la laurea in economia politica, o operate in ambito ecologico?
    mi pare che siete tutti suggestionati dalla vecchia (ammuffita) scuola austriaca di von mises e rothbard e dalle nuove deliranti teorie dell’economia privatista di filippo matteucci .
    credo che occorra più scienza economica accademica e meno economisti da sbarco…
    roberto maria landi

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