Così vi fregano quando parlano di inflazione

Mai così bassa l’inflazione da mezzo secolo. Infatti, il tasso di inflazione registrato a luglio, pari a zero, è il più basso dal settembre del 1959 quando era stato del -1.1%. Evviva! Evviva un corno: quello che è in calo è l’indice dei prezzi al consumo, che è ben altra cosa dall’inflazione!

Contrariamente a quanto ci dice l‘establishment accademico-mediatico-finanziario, l’inflazione non è l’aumento generalizzato dei prezzi, bensì la crescita della quantità di moneta e della mole di strumenti finanziari spendibili in circolazione. L’aumento generalizzato dei prezzi, semmai, è soltanto una delle conseguenze dell’inflazione. Precisazione, questa, che potrebbe sembrare meramente sofistica; invece, è necessaria per smascherare l’equivoco che ruota attorno al concetto di inflazione, così come esso ci viene propinato dal secondo dopoguerra a oggi. Identificando l’inflazione con l’aumento dei prezzi si confondono gli effetti con la causa, di modo che la “lotta all’inflazione” viene condotta agendo nei confronti di uno dei sintomi e non delle cause della stessa. Questo consente a politici e banchieri di sviare i sospetti sul colpevole. Infatti, nel momento in cui l’inflazione viene identificata con l’aumento dei prezzi, indicare nei commercianti i colpevoli dell’aumento del costo della vita è gioco facile, mentre qualora l’inflazione venisse identificata, come sarebbe corretto fare, con l’aumento della massa monetaria in circolazione, ecco che l’attenzione si sposterebbe su chi emette moneta e per il circo politico-finanziario sarebbe assai arduo incolpare imprenditori e commercianti per l’aumento dei prezzi al consumo.

Sì, circo politico-finanziario. Perché è dal secondo decennio del XX secolo che la moneta è un mero affare di Stato. Una volta abbandonato lo standard aureo, dapprima in Europa negli anni ’20 e ’30, e poi negli Stati Uniti nel 1971, l’offerta di moneta è monopolio delle banche centrali, società per azioni formalmente private partecipate dalle maggiori banche dei rispettivi paesi, ma con il monopolio dell’emissione di moneta concesso dai governi, ai quali spetta, in molti casi, persino la nomina del Governatore, in un groviglio di interessi inestricabile tra finanza politica. Insomma, la quantità di moneta in circolazione è un affare di mera competenza politica. Così come è di mera competenza politica anche il prezzo della moneta, poiché esso è condizionato dal TUR, il tasso unico di riferimento (discount rate negli Usa) stabilito d’autorità dalle banche centrali, che regola indirettamente la convenienza degli operatori economici a indebitarsi. Ma quel che è peggio, è che l’aumento dei prezzi è solo una delle conseguenze dell’inflazione. Anzi, per essere esatti, non è il prezzo dei beni, ma è il valore di scambio della moneta che diminuisce rispetto ai beni con i quali viene scambiata. Questo fa sì che avvenga un trasferimento di ricchezza all’interno del sistema economico da produttori, lavoratori e percettori di redditi fissi al mondo finanziario, nonché da risparmiatori a debitori, perché l’inflazione favorisce i debitori e questo spiega perché gli Stati, veri e propri debitori endemici, siano da sempre a favore di politiche inflazionistiche.

Oggi, ci vengono a raccontare che per poter crescere l’economia ha bisogno di “un po’ di inflazione”, poiché la moneta rappresenta il lubrificante senza il quale l’economia capitalistica non potrebbe funzionare. Invece, come riportato dallo storico David Landes nel suo celeberrimo Prometeo Liberato, il momento di massima crescita dell’economia capitalistica europeo e occidentale, ossia quello compreso tra il 1817 (dopo le guerre napoleoniche) e il 1896, è stato contrassegnato da una deflazione per il periodo che va dal 1817 al 1850, da inflazione nel periodo che va dal 1851 al 1857 (in seguito all’afflusso di moneta dovuto alla scoperta delle miniere d’oro avvenuta in California nel 1848), da leggera deflazione nel periodo 1858-1873 e da forte deflazione nel periodo 1873-1896. E gli stessi miracoli italiano e tedesco del secondo dopoguerra sono avvenuti in contesti di politiche monetarie restrittive, grazie all’influenza esercitata da personaggi come Luigi Einaudi e Sergio Menichella in Italia e Ludwig Erhard e Wilhelm Ropke in Germania. Purtroppo, questa ideologia inflazionista viene predicata proprio da persone che aderiscono in modo convinto al libero mercato, ma che non capiscono, o fingono di non capire, che la crescita economica non è determinata dalla maggior quantità di moneta. Infatti, non si spiega come mai negli Stati Uniti, negli ultimi anni, a fronte di un aumento della massa monetaria compreso fra il 10 e il 15%, la crescita economica non ha mai superato, se non in casi eccezionali, il 4%, mentre in paesi come Cina e India, a fronte di un aumento di massa monetaria compreso fra il 18 e il 20% la crescita economica si è sempre assestata fra l’8 e il 10%. Alla faccia dell’inflazione zero! La verità è che l’inflazionismo è la fonte primaria dei mali della società occidentale, un’ideologia falsa e truffaldina secondo la quale si può far crescere l’economia creando moneta dal nulla senza prima aver accumulato una base sufficiente di risparmio. Invece, regolare per via politica quantità e prezzo del denaro è la negazione dei principi liberoscambisti. E chi, in nome della crescita economica o della piena occupazione, dice il contrario facendosi paladino dei principi del libero scambio, ne è in realtà il nemico più subdolo e pericoloso.  

 

 

(La Voce di Romagna, 5/8/2009)

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  1. #1 di youtube il aprile 2, 2010 - 10:06 pm

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