Il Papa in realtà condanna l’eresia calvinista

Dopo circa due anni di gestazione, finalmente è stata data alle stampe l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate. Particolarmente attesa, in quanto enciclica sociale, dati i tempi di crisi economica che non stanno risparmiando nessuno. La centralità del dono e l’importanza dell’etica sono i due concetti principali attraverso i quali l’enciclica si snoda.

Riguardo al dono, Benedetto XVI sottolinea come la carità nella verità ponga l’uomo “davanti alla stupefacente esperienza” di esso. L’agire orientato al profitto non basta e questo è senz’altro vero, ma spesso si tende a identificarlo con il libero scambio e qui sta l’errore. L’agire orientato al profitto è solo una delle forme attraverso cui lo scambio ha luogo. Persino il dono più “disinteressato” è uno scambio. Uno scambio particolare, nel quale chi compie il gesto di donare non riceve in cambio denaro o altri beni, e neppure benemerenze, ma la gioia di vedere felice il destinatario del dono. E se non proprio felice, almeno la gioia di vederne alleviate le sofferenze. La verità è che lo scambio non deve essere un’azione necessariamente orientata al profitto. Ci si scambia un saluto, un’informazione, un gesto d’affetto o d’amicizia. Insomma attraverso lo scambio si interagisce e perciò si cresce imparando l’uno dall’altro e partecipando delle gioie e dei dolori del prossimo. E anche il dono rientra in questa logica. Il Papa, comunque, vede giusto quando sostiene che una società non può prescindere dalla capacità di donare, perché, come ci ha ricordato nella Deus caritas est: “Spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente all’umanità per il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. In realtà, le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione…”. Vero. Il libero scambio e la libera interazione tra gli uomini sono le istituzioni che più di tutte hanno contribuito a far progredire il mondo, ma è “l’amore – la «caritas» – la forza straordinaria che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace”. Insomma, la spinta a donare precede l’atto dello scambio e, anzi, ne informa il contenuto.

L’aspetto che invece mi ha suscitato più perplessità è quello relativo all’etica. Un’economia “etica” è sempre stata il sogno di tanti, ma non si è cinici quando si dice che l’etica ci parla del mondo come dovrebbe essere, mentre l’economia riguarda il mondo così com’è. L’economia è il regno della scarsità e ubbidisce a leggi di natura (le leggi della domanda e dell’offerta) che spesso prescindono dalle buone intenzioni delle persone. L’ambito dell’economia è quello relativo al come fare le cose, quali mezzi usare una volta stabiliti i fini. Il fatto che l’economia sia tutto questo, non impedisce naturalmente di osservare un comportamento etico. Ma una volta che ci si accorge che raggiungere un determinato scopo è impossibile a meno che non si ricorra all’inganno, la decisione di ricorrervi o meno non riguarda più la sfera economica, bensì quella morale. Perciò, anteporre il rispetto della parola data, il rifiuto dell’inganno e della menzogna al guadagno immediato non è questione che riguarda l’economia, ma i valori che ci vengono trasmessi.

L’enciclica Caritas in Veritate fornirà argomenti a sostenitori e denigratori del libero scambio. Purtroppo, una certa ambiguità da parte della Chiesa su questi temi è inevitabile, nonostante che, in seguito alla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II del 1991, l’approccio della Chiesa nei confronti del libero scambio si sia fatto più aperto, come conferma anche questa enciclica. La verità è che un Papa non potrà mai affermare esplicitamente quel che pensa. Quel che la Chiesa condanna è quell’ethos anticomunitario, figlio dell’eresia protestante, che sta caratterizzando la nostra epoca. La ricerca del successo individuale a tutti i costi, figlio dell’etica calvinista, ha fatto sì che politiche economiche, fiscali e monetarie incentivassero il conseguimento di alti rendimenti a discapito di una crescita dell’intera società. Il messaggio implicito era: “Arricchitevi tutti!”. Salvo dimenticarsi che diventare ricchi significa diventare ricchi rispetto agli altri, il che significa che non lo possono diventare tutti, ma solo alcuni. Ciò naturalmente non significa che la Chiesa condanni lo sviluppo economico, o sposi idee folli come la decrescita alla maniera di Serge Latouche, perché “L’idea di un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell’uomo e in Dio”. Semplicemente, vuole che lo sviluppo economico sia tale da produrre una crescita “reale ed estensibile a tutti”. Inoltre, Benedetto XVI ci ricorda che “i poveri non sono da considerarsi un «fardello»”, quei poveri che l’etica calvinista considera predestinati a un’esistenza fuori dalla grazia di Dio. Del resto, proprio nell’Inghilterra calvinista del XVI secolo la beneficenza, da virtù privata, divenne un affare di mera pertinenza statale. I poveri vennero considerati alla stregua degli attuali titoli tossici, ossia un ostacolo sulla via dell’arricchimento personale. E così come per i titoli tossici è stata prevista la costituzione di una bad bank finanziata pubblicamente con la funzione di bidone della spazzatura in cui gettarli, allo stesso modo, per i poveri e gli indigenti, le opere di carità furono soppresse, poiché a fare da bidone è molto meglio lo Stato. Perché pulisce le coscienze senza che nessuno se ne accorga.

 

  

 

(La Voce di Romagna, 10/7/2009)

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  1. #1 di Francesco DeFranceschi il luglio 25, 2010 - 7:53 am

    Carissimo blogger,
    per la prima volta, vado nel Tuo interessante sito, pertanto il mio commento, segue una lettura abbastanza veloce di questo articolo.
    Tuttavia, mi sorprende che Tu sostenga che l’etica è una cosa e il business un’altra!
    La cosa è sorprendente da parte di un giornalista che mi è apparso subito, dotato di intelligenza e arguzia!
    Purtroppo la Tua convinzione appare unanimemente condivisa nel mondo imprenditoriale! Personalmente ritengo che sia questo fatto alla base della diffusa corruzione e commistione tra imprenditori e pubblici amministratori. fatto, abbastanza responsabile della mancanza di lavoro e quindi della crisi! Infatti, come negare che la crisi epocale che stiamo vivendo(come anche l’endemica instabilità
    dell’economia globale) abbia l’immoralità dei comportamenti come causa principale?
    Come è possibile pensare che la moralità dei comportamenti possa essere disgiunta dal buon funzionamento dell’economia?
    Nella prassi certamente lo è, ma gli effetti si vedono: Viviamo in un mondo dove ci sarebbe modo di far star bene un multiplo del numero attuale di abitanti e invece, la gran massa di loro è costretta a cercare un’improbabile possibilità di vivere partendo verso l’ignoto!
    Il bello poi non finisce qui, anche gli altri non se la passano bene, se è vero che tutti sono in preda all’ansia! Ansia, a volte giustificata e molte altre no, ma sempre l’ansia appare la fedele compagna di vita!

    Per ora, mi fermo qui e invio i miei saluti
    Frank

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