Viareggio: una tragedia che è segno del tracollo

La tragedia di Viareggio sta assumendo i connotati di una tortura cinese. Giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, l’elenco dei morti aumenta, lento ma inesorabile, come la goccia sulla fronte del suppliziato. I siti internet, con fredda e spietata puntualità, ci aggiornano sulle cifre della tragedia: uno o due morti in più ogni giorno. A differenza del terremoto, si è assaliti da un forte senso di impotenza. Collette, iniziative umanitarie e slanci di generosità sono inutili: non rimane che sperare nei medici e volgersi al cielo invocando pietà.

Certo, la dose di fatalità che si accompagna a questi eventi è notevole, se si guarda la cosa nell’ottica delle vittime e dei loro cari. Una di queste passava in moto nella traiettoria dello scoppio proprio in quel momento, mentre gli abitanti delle case possono “recriminare” sul fatto che l’incidente sia avvenuto lì e non 100 o 200 metri prima (o dopo). Ma come ha sottolineato anche il Presidente del Consiglio Berlusconi, quei morti non sono dovuti solo a fatalità. Forse è vero che se l’incidente fosse accaduto lontano da un centro abitato non saremmo qui a parlare di una tragedia, ma è altrettanto vero che prima o poi questa sarebbe accaduta. È triste dirlo, ma senza il morto (o i morti), l’incidente sarebbe passato quasi del tutto sotto silenzio: quattro righe in cronaca e le cose sarebbero continuante ad andare come sempre, perché in Italia occorre sempre il morto perché si prendano provvedimenti. Del resto, questa è la nostra indole, come dimostrano le nostre squadre di calcio, nazionale inclusa: occorre sempre prendere il golletto prima di mettersi a giocare. Solo che quella di Viareggio non è una partita e il golletto preso sono morti veri. E tanti.

Insomma, la fatalità si manifesta nella “scelta” delle vittime (quelle e non altre), ma non nel fatto che le vittime ci siano state, perché l’incidente ha determinate cause, e non è davvero il caso di scomodare imperscrutabili trame divine, quando occorre capire, e soprattutto rimediare, a comportamenti umani errati e fors’anche fraudolenti. Ciò detto, le responsabilità di una manutenzione carente sono evidenti. Sulle cause tecniche ci sono gli esperti che avranno tempo e modo di verificare cause e responsabilità. A me preme invece evidenziare gli aspetti economici e sociali relativi alla manutenzione, alla sua funzione e perché tende spesso a essere carente. Il segnale più importante dell’imminente tracollo dei paesi dell’est Europa comunista era quello degli incidenti dovuti alla sempre maggior carenze di manutenzione. Cernobyl non fu uno di quelli, ma molti disastri degli anni Ottanta erano dovuti a mancanza di manutenzione e la loro intensificazione era il segnale inequivocabile del crollo del sistema. L’Europa di oggi non sarà come l’ex-Urss, ma, diciamolo a chiare lettere, è un insieme di paesi socialisti. Magari il loro socialismo è un po’ più “democratico” e meno “reale”, ma sempre di socialismo si tratta. E si sa, il socialismo distrugge ricchezza e risorse, e quando queste mancano la manutenzione è la prima su cui si fanno “economie”.

E questo accade perché la manutenzione fa parte di quelle cose di cui ci si accorge solo quando mancano. Infatti, quando viene eseguita nessuno se ne accorge, perché essa ha la funzione di assicurare la regolarità di impianti e macchine senza modificarli. I costi di manutenzione, quindi, hanno un ruolo un po’ “ingrato”, perché hanno la funzione di combattere il logoramento degli impianti, ma la loro importanza non è percepita dal consumatore. Non è del resto un caso che l’incapacità di comprendere l’importanza della manutenzione abbia costituito uno dei maggiori problemi nell’affermarsi dell’industria nei paesi africani, perché, evidentemente, solo decenni di esperienza industriale danno la possibilità di comprendere che occorre investire risorse affinché gli impianti produttivi non si logorino e continuino a operare con regolarità. Padre Piero Gheddo, scrittore e missionario da oltre 50 anni, ha raccontato che in Africa, quando in una fabbrica c’era un guasto, la produzione si interrompeva per mancanza di pezzi di ricambio e la manutenzione si sapeva nemmeno cosa fosse.

Purtroppo, in periodi di crisi come l’attuale, una delle voci da cui si inizia a risparmiare è la manutenzione, proprio perché, se non accade nulla, nessuno protesta. Invece, i periodi di crisi sono quelli in cui c’è necessità di aumentare al massimo l’efficienza, il che significa che chi ha risorse ne approfitta per rinnovarsi, tenendo anche del fatto che i prezzi, quelli dei beni capitali (come impianti e macchinari) più ancora di quelli di consumo, si abbassano, mentre chi non ha abbastanza liquidi è costretto a spremere i suoi impianti al massimo, sollecitandoli più del solito, con conseguente maggior logoramento e rischio di incidenti. Purtroppo, l’aumento degli incidenti e la maggior carenza di manutenzione sono segnali che ci comunicano che si sono consumati capitale e risorse, così si “lima” sui costi ovunque è possibile, specie se i consumatori vogliono continuare a godere degli agi e dei beni di consumo degli ultimi decenni. Ma se si vuole conservare anche la sicurezza, allora occorre pagarne il prezzo e prendere atto che, almeno nel breve periodo, i livelli di vita e di consumo degli ultimi 30 anni non sono più sostenibili.

 

 

 

 

(La Voce di Romagna, 6/7/2009)

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