Se l’economia diventa matematica è sempre più difficile capire le crisi

Ogni volta che scoppia una crisi, si scatena inevitabilmente la caccia al colpevole. Politici che non l’hanno saputa prevenire, banchieri ladri, speculatori, negozianti che alzano i prezzi. Ce n’è per tutti. Ma in questa “tornata”, a essere messi sotto accusa ci sono anche economisti ed esperti di ogni genere. Accuse in buona parte giustificate. Del resto, detti e aneddoti sull’argomento si sprecano.

Degli economisti si dice che passano metà del tempo a fare previsioni e l’altra metà a spiegare perché erano sbagliate. Degli esperti si dice che sono persone lautamente pagate per fare previsioni che si rivelano regolarmente sbagliate. E siccome, molto spesso, esperti ed economisti sono anche professori, John Maynard Keynes, che a Cambridge non ebbe mai il titolo ufficiale di professore, a chi lo chiamava così per sbaglio rispondeva: “Non voglio l’ignominia del titolo senza la consolazione degli emolumenti”. Inoltre, si dice anche che chi sa fare fa e chi non sa fare insegna, ma in questo caso la battuta è esagerata e di cattivo gusto, perché trasmettere il sapere, come del resto il saper fare, è un’azione rivolta al prossimo di primaria importanza, e non tutti sono in grado di eseguirla. Insomma, anche nell’insegnamento il saper fare è importante.

Riguardo agli economisti, il loro caso merita di essere discusso, perché le responsabilità del mainstream economico sono forti. Certo, non tutti gli economisti hanno “benedetto” quest’espansione basata sul credito, ma la maggior parte l’ha fatto avallando l’adeguatezza dei modelli econometrici di gestione del rischio, che alla prova dei fatti si è rivelata priva di fondamento. Infatti, una delle critiche rivolta all’attuale generazione di economisti è quella di aver trasformato l’economia in una sorta di appendice della matematica. Critica del tutto giustificata, perché molti lavori e paper accademici si riducono ormai a un ricettario di formule via via più complesse e complicate. Inoltre, la regola non scritta secondo cui citare lavori con più di tre anni d’età rende assai più difficile una pubblicazione fa sì che il dibattito economico in ambito accademico sia sempre più autoreferenziale e poco aperto a idee nuove, magari frutto di singoli spunti presi da lavori del passato che magari possono rivelarsi utili per i problemi attuali.

Tornando ai modelli, essi fanno necessariamente astrazione dei dettagli della realtà concreta. Presuppongono un’omogeneità di comportamenti che nel mondo reale non esiste, perché gli uomini non sono tutti uguali, soprattutto nei momenti di panico tipici delle crisi. E sulla base di questa presunta omogeneità, assumono che i rischi finanziari seguano delle distribuzioni gaussiane (ossia regolari e con una quota di eventi anomali insignificante) in cui le correlazioni sono costanti. Invece, come fa rilevare Kevin Dowd economista non mainstream esperto di gestione del rischio: “I modelli ignorano che le correlazioni tendono a radicalizzarsi in situazioni di crisi e così distruggono la diversificazione del portafoglio su cui si dovrebbe fondare una strategia di gestione del rischio” e ancora “Molti modelli di gestione del rischio ignorano l’interazione strategica o sistemica: ciò è paragonabile a una persona che va al cinema e pensa di poter raggiungere facilmente l’uscita in caso di incendio, senza considerare la possibilità che in tale eventualità anche tutti gli altri vi accorreranno”. Insomma, l’errore dei modelli è quello di concentrarsi troppo sulle “normali” condizioni di mercato, di per sé irrilevanti ai fini della gestione del rischio, mentre ignorano le condizioni anomale, che caratterizzano il mondo reale e che rendono il mercato imprevedibile e proprio perciò rischioso. In poche parole, i modelli econometrici per la gestione del rischio sono un po’ come dei termosifoni che con il freddo si guastano.

Purtroppo, l’enfasi posta sulla matematica è frutto di un errore risalente alle idee positiviste ottocentesche, secondo le quali era possibile trattare le scienze umane, come l’economia, sulla base di criteri validi per le scienze fisiche, la cui esattezza nei calcoli era resa possibile dalla possibilità di fare esperimenti in laboratorio su materiale inerme isolando di volta in volta le differenti variabili. Ma i comportamenti umani, specie quanto danno luogo a interazioni fra persone, non sono né plasmabili, né matematizzabili, perché, se non altro, l’uomo impara dall’esperienza. La matematizzazione dell’economia ben si accorda con le economie di piano che hanno contraddistinto il Novecento, sia nelle forme democratiche con il Welfare State, sia nelle forme totalitarie come nel caso della pianificazioni quinquennali, tipiche dei paesi comunisti. Certo, gli strumenti matematici consentono un maggiore intervento nell’economia, ma è proprio questo il punto: gli economisti, nelle loro previsioni e nelle loro raccomandazioni, possono determinare solo le direzioni “qualitative” in cui va l’economia nel medio-lungo periodo sulla base della legge della domanda e dell’offerta. Le previsioni meramente quantitative, di per sé incerte perché riguardanti eventi futuri, non sono adatte ai teorici puri, ma è bene lasciarle a chi, operandoci concretamente, “sente” il mercato e ne intuisce le occasioni di guadagno sulla base delle proprie conoscenze pratiche. Purtroppo, l’attuale generazione di economisti, che ha la sua punta di diamante negli esponenti della Scuola di Chicago che ispirò Ronald Reagan negli anni Ottanta, è sì di orientamento liberista, ma ha fatto della matematica e dell’econometria i propri pilastri, basando la propria adesione al libero mercato su presupposti economici e morali adatti a un’economia collettivistica. E con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

 

 

 

(La Voce di Romagna, 2/7/2009)

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  1. #1 di salvatore il luglio 2, 2009 - 3:27 pm

    sempre illuminati i tuoi articoli
    grazie

  2. #2 di kwartz il luglio 4, 2009 - 7:43 pm

    “Purtroppo, l’attuale generazione di economisti, che ha la sua punta di diamante negli esponenti della Scuola di Chicago che ispirò Ronald Reagan negli anni Ottanta, è sì di orientamento liberista, ma ha fatto della matematica e dell’econometria i propri pilastri, basando la propria adesione al libero mercato su presupposti economici e morali adatti a un’economia collettivistica.”

    Hahahaha questa e’ davvero favolosa 😀
    Greenspan campione del collettivismo eh? Non scordiamo il presidente operaio, e yes we can, e babbo natale…

  3. #3 di Matteo il ottobre 14, 2009 - 8:22 pm

    Purtroppo si è abusato della matematica sia tra gli iper-liberisti sia tra i neo-keynesiani (Keynes si rivolterebbe nella tomba: era in gardo di spiegare tutto senza formule)

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