I compagni moriranno democristiani

Dopo questa tornata amministrativa, Emilia-Romagna e Toscana si scoprono sempre meno rosse e sempre più democristiane. Bologna, tra il prodiano Del Bono eletto sindaco (a proposito, auguri, ne ha bisogno) e un Casini al 12%, attraverso la lista guazzalochiana La Tua Bologna, dà una bella passata di bianco sul rosso che l’ha sempre contraddistinta. Lo stesso è accaduto nell’altra roccaforte rossa, Firenze, dove l’ex-Dc Matteo Renzi è diventato sindaco, anche se in riva all’Arno c’era già stato il precedente di Giorgio La Pira, anch’egli sindaco, e per ben due mandati (1951-1958 e 1961-1965).

E se aggiungiamo che le uniche vittorie elettorali nazionali hanno visto protagonista Romano Prodi, ex-democristiano come l’attuale segretario del Pd Franceschini, ecco che l’egemonia dei cattolici “adulti” all’interno del Pd assume contorni ben precisi. E non è casuale questa tendenza, perché i cattolici di sinistra dettavano la linea anche all’interno della Dc. In particolare, fu molto forte l’influenza di Giuseppe Dossetti, con la sua concezione “eretica” del cattolicesimo. Egli sosteneva che il coinvolgimento del singolo non si deve limitare alle periodiche consultazioni elettorali, ma deve essere continuo, quasi quotidiano, e che lo strumento attuativo di questo collegamento tra base e vertice debbano essere i partiti. Di lui Giacomo Biffi, nel suo libro autobiografico Memorie e digressioni di un italiano cardinale, riporta le impressioni avute su Dossetti: “Ci siamo a poco a poco resi conto che il suo modo di fare politica si connotava di un’intransigenza teologica che non favoriva la concretezza…Addirittura lo conduceva di fatto a un’immancabile inconcludenza, che la nostra mentalità milanese faticava a capire e accettare”. Insomma, secondo Biffi, per Dossetti “erano rilevanti solo lo Stato, il partito e il singolo, mentre appariva del tutto assente la società con i suoi raggruppamenti spontanei e le sue libere aggregazioni, che logicamente e spesso anche storicamente precedono non solo i partiti ma lo stato stesso, come è il caso della famiglia. In una parola, non c’è traccia del principio di sussidiarietà”.

Naturalmente, chi ha le idee, poi le detta. E dinnanzi a un ex-Pci privo di idee una volta orfano dell’Unione Sovietica (e forse già da prima), e a un centrodestra culturalmente da deserto dei tartari, ecco che l’allievo prediletto di Don Dossetti, Romano Prodi, da anni detta la linea nel centrosinistra e un po’ all’intero paese. Erede di quella tradizione tecnocratica, ben radicata nelle partecipazioni statali (lui stesso fu a capo dell’IRI) e negli ambienti accademici del paese (lui è professore), in questi anni ha tessuto una fitta trama di rapporti che va dall’alta burocrazia statale ed Europea, alla grande industria, passando per il mondo bancario, italiano ed estero (sempre lui è stato referente di Goldman Sachs) e quello della cultura. Da buon dossettiano, prodi ha una visione dirigista e fortemente illiberale della società (vedi caso Telecom), che sarà poco piacevole finché si vuole, ma resta il fatto che lui un’idea di società ce l’ha e la persegue. Proprio quel che manca a Berlusconi, il quale ha costruito negli anni un rapporto sempre più stretto con l’elettorato e la gente comune, che ti permette sì di avere il consenso e vincere le elezioni, ma non ti consente di condurre un’azione di governo coerente ed efficace. Occorre fare i conti con l’élite dominante, accordandosi con essa o, come sarebbe il caso di fare in Italia, scalzandola dal potere. Sì, perché oggi le élites politiche e intellettuali italiane sono vecchie nell’età e nelle idee, ma per scalzarle occorre sostituirle con qualcos’altro e per fare questo occorre un’idea ben precisa di società, cosa che a destra manca del tutto.

Del resto, come ha spesso sottolineato anche il Professor Morra, Berlusconi ha sempre preferito il marketing alle battaglie culturali. E da uomo di marketing ha “battezzato” certe zone d’Italia come L’Emilia-Romagna e la Toscana come zone non contendibili su cui è inutile investire tempo, denaro e fatica. A Bologna, ad esempio, Forza Italia è stata commissariata per quasi 10 anni e oggi, le sorti del Pdl sono in mano alla premiata ditta Garagnani-Berselli, che non hanno in testa un’idea che una da 15 anni. Casini sarà pure un vecchio democristiano, ma almeno un’idea brillante l’ha avuta: la lista civica La Tua Bologna, che permise a Giorgio Guazzaloca di diventare sindaco a Bologna. Un’idea non certo da poco. Poi, purtroppo, ha portato a Bologna le conseguenze nefaste della sua spregiudicata politica romana nei confronti di Berlusconi, e lì si è rotto tutto. In ogni modo, almeno lui un’idea vincente l’ha avuta. Perciò, se le idee latitano, non deve sorprendere il ritorno sulla scena di tanti ex-Dc, che tanto ex poi non sono, perché laddove le idee mancano la politica si riduce a quella lotta per le poltrone in cui la Dc è sempre stata maestra. Uno degli slogan più ricorrenti nella prima repubblica recitava: “Spero di non morir democristiano”. Per fortuna, noi italiani siamo sufficientemente attaccati alla vita per capire che invece di morire, da democristiani, si può tranquillamente vivacchiare.

  

 

 

(La Voce di Romagna, 27/6/2009)

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