Ma quali complotti: il problema è il deficit culturale

Se Sparta piange, Atene non ride. Con questo slogan possiamo esprimere il risultato italiano delle elezioni europee e le polemiche che ne sono seguite. Sul perché il Pdl non abbia sfondato si sono aperte discussioni a non finire, degenerate in ipotesi di complotto da parte di forze oscure, nazionali e internazionali, miranti a rovesciare Berlusconi per via scandalistico-giudiziaria.

Personalmente, le mie idee liberali mi creano una certa allergia nei confronti del cospirazionismo. Friedrich von Hayek sosteneva che quello relativo alle scienze sociali è lo studio delle conseguenze inintenzionali di azioni umane consce. Ossia, perché molto spesso i nostri progetti si rivelano un fallimento. I cospirazionisti, in buona sostanza, pensano sempre che dietro a ogni stato di cose ci sia sempre il disegno di qualcuno. Un disegno sempre riuscito. L’errore, quindi, non è mai preso in considerazione. E il fatto che fascisti e comunisti ricorrano più spesso di altri alle teorie cospirazioniste non è un caso, perché queste riflettono la loro concezione dirigistica e centralizzata della società. Insomma, chi ritiene che tutto debba essere diretto da un unico centro decisionale tende anche a vedere un unico disegno dietro a tutte le cose. Purtroppo, la mancanza di una cultura liberale rende l’Italia un paese assai ricettivo a sentimenti e teorie cospirazionisti.

A dire il vero, non si può negare una certa intensificazione del fuoco nemico sul Presidente del Consiglio. Ma l’impressione è che tutta questa potenza di fuoco (mediatico) abbia avuto un’origine casuale, come spesso accade con le liti che scoppiano in famiglia, specie quando queste non rimangono dentro le mura domestiche. Come ha scritto anche Nicholas Farrell sabato, la furia di Veronica Lario non ha nulla di politicamente premeditato. E per una sinistra disperata sull’orlo del baratro questo teatrino ha rappresentato il classico ramo a cui aggrapparsi. Del resto, non deve meravigliare la virulenza degli attacchi. Stretto nella morsa Berlusconi-Di Pietro, il Pd non sa più che pesci pigliare. E ha usato con più violenza possibile l’unica arma che in quel momento gli si è presentata in mano.

Per questo, Berlusconi non deve cercare l’alibi di presunti complotti. Certo, nel suo caso una forte dose di cautela è necessaria, perché è risaputo quanto egli sia inviso a larga parte della magistratura, e all’establishment formato da banche e grande industria a cui fanno capo le maggiori testate giornalistiche del paese. Ma anche questi poteri “forti” stanno diventando sempre più deboli. Il vero problema di Silvio Berlusconi è sempre lo stesso che lo accompagna dall’inizio del suo ingresso in politica. Un deficit culturale che ha reso (e continua a rendere) l’azione politica dei governi da lui presieduti spesso vaga e priva di una direzione ben precisa. Intendiamoci, quando parlo di deficit culturale, non intendo dire che chi governa dovrebbe conoscere Platone a memoria. Magari conoscere qualche sua opera non guasta, ma la cosa non è strettamente necessaria. Quel che è mancato (e manca tuttora) ai governi presieduti da Berlusconi è un’idea di società sulla base della quale attuare una serie di riforme coerenti tra loro. Ad esempio, Mrs Thatcher rivoltò la Gran Bretagna come un calzino pur tra mille resistenze, non solo da parte dei sindacati, ma anche all’interno del proprio partito. Ma riuscì nel suo intento perché aveva un’idea ben precisa di ciò che voleva fare: ossia diminuire il peso dello Stato nella vita degli inglesi attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno incentivato concorrenza e libera iniziativa.

Invece, i governi Berlusconi hanno sempre vissuto un po’ alla giornata. Certo, governare è anche questo, perché problemi come l’immondizia a Napoli (in mezzo alla quale il governo Prodi naufragò) e il terremoto in Abruzzo vanno affrontati con concretezza e pragmatismo non appena si presentano, cosa che il governo ha fatto e sta facendo. Ma oltre a questo, occorre una visione del paese. Il fallimento economico dell’esperienza governativa relativa al quinquennio 2001-2006 è stata dovuta proprio a questa mancanza di una mission che il governo si doveva dare e che non si è data. La riduzione delle imposte deve essere l’ultimo atto di un processo coordinato che prevede, prima ancora, una riforma pensionistica incisiva con un inalzamento dell’età pensionabile a 65 anni ben più rapido dell’attuale, una maggior flessibilità nel mercato del lavoro con un forte peso nella contrattazione decentrata, dosi massicce di privatizzazioni e liberalizzazioni in un paese nel quale la mancanza di concorrenza tende a deprimere ulteriormente il potere d’acquisto dei cittadini già eroso dall’inflazione.

La verità è che Berlusconi è sceso in politica nel 1994 per impedire che le sinistre trasformassero l’Italia a immagine e somiglianza di Emilia-Romagna e Toscana. E questo incipit è quello che ha sempre guidato la sua azione politica. Ora, però, il paese ha bisogno d’altro, ossia di un governo autenticamente liberale che si focalizzi di più sulle riforme da fare che sul nemico da sconfiggere. In poche parole, la missione politica di Berlusconi è stata sostanzialmente compiuta. Quel che era in grado di fare Berlusconi l’ha fatto. Per le riforme, temo che se ne parlerà nella prossima legislatura, quando Berlusconi sarà definitivamente all’opposizione, in caso di sconfitta alle elezioni del 2013, o al Quirinale, in caso di vittoria.

 

(La Voce di Romagna, 17/6/2009)

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