Gli Stati Uniti ora saranno costretti a dividere il potere

Tra le tante cose che la crisi attuale sta mettendo in discussione, c’è anche il futuro ruolo dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, nella mappa del potere mondiale. È inutile nasconderlo, la botta per gli Usa è stata forte, ma non per questo evitabile, date le dinamiche degli ultimi 50 anni.

Questa crisi, tra l’altro, ha mostrato una volta di più l’incompatibilità tra libero mercato e guerra a causa dell’inflazione monetaria a cui si ricorre per finanziare le spese belliche. Nel 1866, ad esempio, le spese militari per la terza guerra di indipendenza costrinsero l’Italia ad adottare il corso forzoso per ben 15 anni. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con la fine del gold standard, segnò la dell’era liberale, poiché si dovette ricorrere a politiche fortemente inflazionistiche per finanziare gli enormi deficit generati dalla guerra. La spesa pubblica del Regno Unito, che nel 1914-15 era di 535 milioni di sterline, alla fine del conflitto era esplosa a 2972 con un deficit di 2130. La spesa della Francia passò da 10371 milioni di franchi del 1914-15 a 56619 (con un deficit di 49.858) a fine conflitto, mentre quella tedesca passò da 9651 milioni di marchi del 1914 a 45514 (con un deficit di 37.035), e quella italiana passò da 9395 milioni di lire del 1914-15 a 32451 (con un deficit di 22.776). Purtroppo, l’intrusione dello Stato nella sfera economica in seguito al conflitto non cessò con il conflitto. Si tentò di ripristinare il gold standard, ma in un contesto del genere fu inutile, tanto che con la crisi del 1929 tutto naufragò. E lo stesso accadde con gli accordi di Bretton Woods del 1944, in forza dei quali il dollaro divenne la moneta di riferimento degli scambi, restando ancorata all’oro da un rapporto fissato sulla base di 35 dollari per ogni oncia d’oro. Ma con la guerra in Vietnam gli Stati Uniti emisero una quantità di dollari che andava oltre tale rapporto, così nel 1971 il Presidente Richard Nixon si vide costretto a sopprimere la convertibilità. Da allora, la Federal Reserve e lo Stato americano hanno potuto agire con la massima discrezionalità emettendo quanti più dollari possibili al fine di alimentare una crescita economica artificiale che non tenesse conto dei limiti naturali del sistema dati dalla capacità di accumulo attraverso il risparmio.

Per distribuire i suoi benefici, l’economia di mercato necessita quindi di un contesto di stabilità monetaria che, come ci ricorda Attilio Cabiati, il gold standard assicurò fino allo scoppio della Grande Guerra: “Esso rappresentava il regime del libero scambio, ossia della divisione del lavoro nel mondo, ne costituiva il presupposto, formava uno dei gangli vitali e integranti di quella politica economica, che dalla prima metà del XIX secolo in poi trasformò l’economia, da chiusa o semichiusa, in un’economia mondiale”. E ancora: “È per questo che, senza il gold standard, gli scambi liberi non possono effettuarsi: e che a sua volta, ove il libero scambio non sia permesso, il gold standard perde il suo valore e diventa inutile, perché non può funzionare nella sua portata, che consiste nel correggere immediatamente ed automaticamente gli scarti nelle bilance internazionali del dare e dell’avere, e ricondurre quindi il pareggio fra i paesi debitori e quelli creditori”.

Del resto, come non notare lo squilibrio tra Cina e Stati Uniti, con la prima che, grazie al suo export, continua ad accumulare quel capitale necessario all’acquisto dei titoli del debito pubblico dei secondi. Squilibrio in virtù del quale i lavoratori cinesi sono sottopagati per permettere ai consumatori americani di vivere al di sopra delle proprie possibilità, e che per via dell’emissione di dollari a cui gli Usa sono ricorsi per finanziare la guerra al terrorismo, si è decisamente accentuato nell’ultimo decennio, se si pensa che le riserve in dollari della Cina oggi sono pari a quasi 2000 miliardi a fronte dei 154 del 1999. Tutto questo è stato possibile perché, nell’attuale sistema monetario sganciato dall’oro, gli Stati Uniti hanno potuto emettere moneta a piacimento, poiché sui mercati internazionale è accettata in quanto emessa dalla potenza detentrice della supremazia militare. Infatti, soprattutto dopo il crollo dell’Urss, l’America si è illusa che fosse possibile una crescita infinita basata sull’espansione creditizia e monetaria senza pagar dazio, trasferendo gli effetti negativi dell’inflazione grazie al fatto di essere l’unica superpotenza rimasta. Era inevitabile che il giochino si rompesse, perché quelle dell’economia sono leggi naturali e prima o poi presentano il conto. E se i costi della guerra in Vietnam costrinsero Nixon a sopprimere la convertibilità del dollaro, quelli della guerra al terrorismo hanno spinto gli Stati Uniti in una crisi tale da mettere in discussione l’adesione degli americani al libero mercato. Va perciò ripensato è il ruolo degli Stati Uniti nei teatri di guerra. Il fatto di essere rimasta l’unica superpotenza ha ingigantito i vantaggi e ha sottostimato i costi connessi al ruolo di gendarme del mondo. Purtroppo, anche il paese simbolo della libertà, una volta entrato in possesso l’anello tolkieniano del potere, non ha resistito alla tentazione di abusarne e per questo sta pagando, perché la Cina ha giustamente smesso di acquistare dollari. Ora gli Usa dovranno quantomeno condividere la propria leadership con la Cina, la cui crescita impetuosa è inferiore solo alla sua arroganza. Dopo tutto, dopo decenni di comunismo e millenni di dispotismo, è del tutto normale che del capitalismo le nuove generazioni conoscano solo l’impulso al guadagno e non le fondamenta di libertà che ad esso sottostanno. Certo, dalla crisi in atto verranno forti cambiamenti, ma dire che questi andranno in direzione di una maggior libertà è un esercizio quantomeno temerario.

(La Voce di Romagna, 12/6/2009)

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